VILLA NECCHI 2026
MOSTRA DEL LIBRO ANTICO E RARO
Vi presentiamo una serie di titoli interessanti, prima in forma abbreviata e poi, con la scheda bibliografica estesa.
We present a series of interesting titles, first in abbreviated form and then with extended bibliographical notes.

- TIPOGRAFIA STORIA DELLA TIPOGRAFIA BODONIANA PARMA PRIME EDIZIONI MANUALI TIPOGRAFICI STORA DEL DESIGN TYPOGRAPHY HISTORY OF BODONI’S TYPOGRAPHY PARMA FIRST EDITIONS TYPOGRAPHICAL MANUALS HISTORY OF DESIGN, Bodoni Giambattista, Manuale Tipografico del Cavaliere Giambattista Bodoni, Volume Primo – Secondo, Parma, Presso la Vedova, 1818
2) UMANESIMO STAMPATORI CARATTERI TIPOGRAFICI PRIME EDIZIONI LINGUISTICA STORIA DELLA LINGUA ITALIANA HUMANISM PRINTERS TYPOGRAPHICAL CHARACTERS FIRST EDITIONS LINGUISTICS HISTORY OF THE ITALIAN LANGUAGE,
Giovan Giorgio Trissino, Dialogo del Trissino intitulato il Castellano, nel quale si tratta de la lingua italiana. Unito a: La grammatichetta di m. Giovan Giorgio Trissino, (Vicenza, Tolomeo Ianiculo (o Gianicolo), Del Mese di Febraio 1529)
3) SCACCHI GIOCHI GIUOCO DEGLI SCACCHI MODENA SCACCHISTI STORIA DEL GIOCO DEGLI SCACCHI GIUOCHI CHESS GAMES THE GAME OF CHESS MODENA CHESS PLAYERS HISTORY OF CHESS GAMES,
Ponzani Domenico Lorenzo, Il giuoco incomparabile degli scacchi sviluppato con nuovo metodo, per condurre chiunque colla maggior facilità dai primi elementi fino alle finezze più magistrali. Opera d’Autore Modenese divisa in tre parti., In Modena, Per gli Eredi di Bartolomeo Soliani, 1769
4) GEOGRAFIA ATLANTI CARTOGRAFIA ISOLARI PORCACCHI CARTE GEOGRAFICHE ISOLE GRECHE SICILIA CORSICA CUBA CRETA RODI CIPRO GIAMAICA MAIORCA SARDEGNA GEOGRAPHY ATLASES ISLAND BOOKS MAPS GREEK ISLANDS SICILY CORSICA CUBA CRETE RHODES CYPRUS JAMAICA MAJORCA SARDINIA CARTOGRAPHY,
Porcacchi Tommaso, Porro Girolamo, L’isole piu famose del mondo descritte da Thomaso Porcacchi da Castiglione arretino e intagliate da Girolamo Porro padovano con nova aggionta. Padova, Appresso Paolo et Francesco Galignani fratelli, 1620.
5) CLASSICI LATINI VIRGILIANA VIRGILIO BASILEA STAMPATORI CLASSICI DELLA LETTERATURA LATIN CLASSICS VIRGILIAN STUDIES VIRGIL BASEL PRINTERS LITERARY CLASSICS,
Virgilio Publio Marone, P. Vergilii Maronis Latinorum poetarum principis, Bucolica, Georgica, et Aeneis, doctissimis Servii Mauri Honorati, & Aelii Donati, excellentium Grammaticorum Commentariis illustrata, multoque nunc quam antehac unquam castigatius excusa. Basilea, per Hieronymum Curionem, 1544.
6) COSTUMI RARITA’ BIBLIOGRAFICA RIVOLUZIONE FRANCESE GIACOBINI PROVENIENZA NOBILIARE MODA DAVID COSTUMES BIBLIOGRAPHICAL RARITY FRENCH REVOLUTION JACOBINS NOBLE PROVENANCE FASHION JACQUES-LOUIS DAVID,
Anonimo, Costumes des représentants du peuple, membres des deux conseils, du directoire exécutif, des ministres, des tribunaux, des messagers d’état, huissiers et autres fonctionnaires publics, etc., Bruxelles, P.J. Maillart et sœur, s. data (ma 1796-1799 circa).
7) ORNITOLOGIA UCCELLI PRIME EDIZIONI CAPOLAVORI TIPOGRAFICI LIBRI ILLUSTRATI ORNITHOLOGY BIRDS FIRST EDITIONS TYPOGRAPHICAL MASTERPIECES ILLUSTRATED BOOKS,
Bouchard Maddalena, Recueil de Cent-trente-trois oiseaux, des plus belles especes, gravés sur 87 planches et colorés d’après nature par d’habiles maitres. A Rome, Chez Bouchard & Gravier Libraires François rue du Cours près l’Eglise de S. Marcel, 1775
8) RUSSIA GIAPPONE VIAGGI ESPLORAZIONI PRIME EDIZIONI HOKKAIDO FIRST EDITION JAPAN TRAVELS EXPLORATION RELIGION USI E COSTUMI ORIENT KOURILES MARINA RUSSA,
Golovnin Vasilii Mikhailovich, Petr Ivanovich Rikord, Voyage de M. Golovnin, Capitaine de Vaisseau de la Marine Impériale de Russie, contenant le récit de sa captivité chez les Japonois, pendant les années 1811, 1812 et 1813, et ses Observations sur l’Empire du Japon; suivi de la relation du voyage du M. Ricord, capitaine de vaissseau de la Marine impériale de Russie, aux côtes du Japon en 1812 et 1813, etc.; traduit sur la version allemande; par J. B. B. Eyriès. [Complete], A Paris, Gide Fils, Libraire, 1818.
9) PHYSIOGNOMICS PHYSIOGNOMY MYSTICISM OCCULTISM FEMALE BEAUTY WOMEN FIRST EDITIONS BIBLIOGRAPHICAL RARITY ESOTERIC ALCHEMY,
Venio Ernesto (Ernest Van Veen anche Ernestus Venius), Tractatus physiologicus de pulchritudine. Juxta ea quae de sponsa in canticis canticorum mystice pronunciantur. Authore Ernesto Vaenio. Bruxellis, typis Francisci Foppens, prope Templum Societatis Jesu, sub signo S. Spiritus, 1662
10) CARTOGRAFIA ATLANTI PORTOLANI PRIME EDIZIONI MEDITERRANEO GENOVA ISOLE GRECHE TURCHIA NEGROPONTE CANDIA CORSICA SICILIA CARTOGRAPHY ATLASES PORTOLAN CHARTS FIRST EDITIONS MEDITERRANEAN GENOA GREEK ISLANDS TURKEY NEGROPONTE CANDIA CORSICA SICILY,
Levanto Francesco Maria, Prima parte dello Specchio del Mare, nel quale si descrivono tutti li porti, spiaggie, baye, isole, scogli, e seccagni del Mediterraneo, con le dimostrationi de fiumi, e dell’altre cose, necessarie a tutti i naviganti, et ad ogni persona studiosa di geografia, et di cosmografia. Genova, Gerolamo Marino e Benedetto Celle, 1664.
11) STATUTI PARMA INCUNABOLI PRIME EDIZIONI STAMPATORI UGOLETTI TIPOGRAFIA RARITA’ STATUTES OF PARMA INCUNABULA FIRST EDITIONS UGOLETTI PRINTERS TYPOGRAPHICAL RARITY,
Parma, Statuta hec Magnifice Civitatis Parmae diligenter emendata: multis superfluis abrasis: obsuris declaratis … Parma, Impressa Angeli Ugoleti civis parmensis Hilarii Ugoleti filii diligenti cura & opera solerti… anno …1494 xvi Kal. Octob.
12) MANOSCRITTO MILITARIA TORINO INGEGNERIA MILITARI FORTIFICAZIONI MECCANICA MILITARY MANUSCRIPT MILITARIA TURIN MILITARY ENGINEERING FORTIFICATIONS MECHANICS,
Bardet de Villeneuve Pierre, Modelli di Cannoni ed altro per uso e studio di Pietro Bardet di Villanova, S. luogo (ma probabilmente Torino), 1759
13) ARTIGLIERIA MANOSCRITTI BOMBARDE MILITARIA INGEGNERIA MILITARE CANNONI ARTILLERY BOMBARDIERS MORTARS CANNONS MILITARY ENGINEERING BOLOGNA,
Gaggi Pietro, ANNO MDCCLVI, Diverse Specie d’Artiglieria e Mortari, secondo l’uso moderno di Francia, di Fiandra, e di Allemagna, e secondo l’uso Antico, le quali diverse spezie di Artiglieria e Mortari, sono in questo Libro delineate, e poste in proporzione secondo le sue giuste misure, come resta delineato gli Strumenti necessari al Bombardiere, e gli Attrezzi occorrenti all’Artiglieria e Mortari, e il tutto vien diviso in sei parti. Bologna, 1756
14) STATUTO ALBERTINO CURIOSITA’ LIBRI MINIATI LEGATURA STILE NEORINASCIMENTALE DIRITTO MANOSCRITTO CURIOSITA’ POLITICA SINISTRA STORICA,
Tadolini Antonio, Statuto del Regno d’Italia Manoscritto di Antonio Tadolini. (Modena, 31/7/1902)
15) NUMISMATICA POLONIA PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICA MONETE MEDIOEVALI MEDIOEVO NUMISMATICS POLAND FIRST EDITIONS BIBLIOGRAPHICAL RARITY MEDIEVAL COINS MIDDLE AGES,
Stronczyński Kazimierz, Dawne monety polskie dynastyi Piastów i Jagiellonów (Antiche monete polacche delle dinastie dei Piast e degli Jagelloni), Czesc I. – II. – III. Piotrków Trybunalski, drukarnia E. Pańskiego, 1883-1885
16) STORIA GRANDUCATO TOSCANA FAMIGLIA MEDICI MEDICEA FIRENZE CAVALIERI DI SANTO STEFANO PRIME EDIZIONI BATTAGLIE NAVALI LIBRI ILLUSTRATI HISTORY GRAND DUCHY OF TUSCANY FLORENCE KNIGHTS OF SAINT STEPHEN FIRST EDITIONS NAVAL BATTLES ILLUSTRATED BOOKS FAMILY MEDICI,
Fontana Flavio, I pregj della Toscana nell’imprese più segnalate de’ Cavalieri di Santo Stefano opera data in luce da Fulvio Fontana della Compagnia di Gesù dedicata all’Altezza Reale di Cosimo III Gran Duca di Toscana e Gran Maestro dell’Ordine. In Firenze, Per Pier Mattia Miccioni e Michele Nestenus, 1701
17) VIA CRUCIS INCISIONE SCUOLA VENETA TIEPOLO DE LEONARDIS LEGATURA PRIMA EDIZIONE VENETIAN SCHOOL ENGRAVING TIEPOLO DE LEONARDIS BINDING FIRST EDITION,
Leonardis, Giacomo, Via Crucis novellamente eretta nell’atrio del Santiss.mo Crocifisso della Chiesa parrocchiale, e collegiata di S. Polo, ove esiste nella santa cappella l’antica miracolosa immagine di Gesu Crocifisso a spirituale vantaggio de’ suoi divoti. Con una formula facile di meditare li misterj sacrosanti di sua Passione. [Venezia, 1780]
18) DANZE MACABRI DANZA MACABRA MORTE FUNERALIA BAROCCO MODENA SASSUOLO ESTENSI STORIA DELLA CASA D’ESTE FESTE PRIME EDIZIONI CAPOLAVORI EDITORIALI DANCES MACABRE DANCE MACABRE DEATH FUNERAL BAROQUE MODENA SASSUOLO ESTENSI HISTORY OF THE HOUSE OF ESTE FESTIVALS FIRST EDITIONS EDITORIAL MASTERPIECES,
Gamberti Domenico, L’idea di un prencipe et eroe Christiano in Francesco I d’Este di Modona, e Reggio Duca VIII. Generalissimo dell’Arme Reali di Francia in Italia, &c. Effigiata co’profili delle virtù da prencipi suoi maggiori ereditate Rappresentata alla publica luce co’l funerale apparato sposto nelle solenni esequie Dall’Altezza Serenissima di Alfonso IV. Modena, Bartolomeo Soliani, 1659.
19) MUSICA STORIA DELLA MUSICA MUSICOLOGIA TEORIA MUSICALE PRIMA EDIZIONE RARITA’ BIBLIOGRAFICA CHIOGGIA MUSIC HISTORY OF MUSIC MUSICOLOGY MUSICAL THEORY FIRST EDITION BIBLIOGRAPHICAL RARITY,
Zarlino Gioseffo, Le istitutioni harmoniche del reuerendo m. Gioseffo Zarlino da Chioggia; nelle quali; oltra le materie appartenenti alla musica; si trouano dichiarati molti luoghi di poeti, d’historici, & di filosofi; si come nel leggerle si potra chiaramente vedere. In Venetia, Appresso Francesco Senese, 1558
20) MUSICA STORIA DELLA MUSICA MUSICOLOGIA TEORIA MUSICALE PRIMA EDIZIONE RARITA’ BIBLIOGRAFICA CHIOGGIA MUSIC HISTORY OF MUSIC MUSICOLOGY MUSICAL THEORY FIRST EDITION BIBLIOGRAPHICAL RARITY,
Zarlino Gioseffo, Dimostrationi harmoniche del r.m. Gioseffo Zarlino da Chioggia maestro di capella della illustris. Signoria di Venetia. Nelle quali realmente si trattano le cose della musica: & si risoluono molti dubij d’importanza. Opera molto necessaria à tutti quelli, che desiderano di far buon profitto in questa nobile scienza. Con la tauola delle materie notabili contenute nell’opera. In Venetia, per Francesco de i Franceschi Senese, 1571
21) MANIERISMO METAMORFOSI OVIDIO GOLTZIUS INCISIONI SCUOLA DI HARLEEM INCISORI OLANDESI MANNERISM OVIDIAN METAMORPHOSES GOLTZIUS ENGRAVINGS HAARLEM SCHOOL DUTCH ENGRAVERS,
Goltzius Hendrick, Estius Franco, Ovidii Metam. Lib. I. Unito a: Ovidii Metam. Lib. II, (Haarlem), (H.Goltzius, Jansz Visscher, Robert de Baudos), 1589-1615
22) MEDICINA PRIME EDIZIONI MEDICINA SPAGIRICA CHIRURGIA ALCHIMIA BOLOGNA MEDICINE FIRST EDITIONS SPAGYRIC MEDICINE SURGERY ALCHEMY BOLOGNA,
Rositini Pietro, Rositini Lodovico, Fioravanti Leonardo, Compendio di tutta la cirugia, utilissimo ad ogni studioso di quella, & sopra modo necessario. Per Pietro et Lodovico Rosetini medici, estratto da tutti quelli che di essa n’hanno scritto Di nuovo ristampato, et dall’eccellente m. Leonardo Fieravanti medico et cirugico bolognese ampliato, et aggiontovi un nuovo Trattato, et aggiuntovi un nuovo Trattato, et con bellissimi discorsi adornato, con la Tavola copiosissima. et li disegni de gli instrumenti , a tal’arte più che necessari. In Venetia, appresso Lodovico Avanzo, (1561)
23) GUIDE STORIA LOCALE VENEZIA INCISIONI CARTE VENEZIANE NOTE MANOSCRITTE ARTE STORIA DELL’ARTE GRAND TOUR GUIDES LOCAL HISTORY VENICE ENGRAVINGS VENETIAN MAPS MANUSCRIPT NOTES ART ART HISTORY GRAND TOUR,
Albrizzi Giovanni Battista, Forestiero illuminato intorno le cose più rare, e curiose, antiche, e moderne della città di Venezia. E dell’isole circonvicine; con la descrizione delle Chiese, Monisteri, Ospedali, Tesoro di San Marco, Arsenale, Fabbriche pubbliche, Pitture celebri, Funzioni e Divertimenti, e di quanto v’è di più riguardevole. Opera adornata di molte bellissime Vedute in rame delle Fabbriche più cospicue di questa Metropoli. In Venezia, Presso Giambattista Albrizzi Q. Gir., 1772
24) LETTERATURA ITALIANA PRIME EDIZIONI ITALIANE MANZONIANA DEBUTTI LETTERARI,
Alessandro Manzoni, In morte di Carlo Imbonati. Versi di Alessandro Manzoni. Milano, Destefanis, 1806.
25) INCISIONI SERIE MANIERISMO EREMITI ANACORETI SADELER ENGRAVINGS SERIES MANNERISM HERMITS ANCHORITES,
Jan Sadeler, Raphael Sadeler, Maerten de Vos, Solitudo sive Vitae Patrum Eremicolarum Per antiquissima Patrem D.Hieronimum eorundem primarium olim conscripta: iam verò primum aeneis laminis … e unito a: Oraculum Anachoreticum. Ioannis et Raphael Sadeler fratru impensis scalpt: et excusa, (1585-1586 per la prima opera, 1600 per la seconda)
26) TEATRO VOLUMI DI FESTE FIRENZE NUPTALIA MEDICI PRIME EDIZIONI THEATRE FESTIVAL BOOKS FLORENCE NUPTIALIA MEDICI FIRST EDITIONS,
Buonarroti, Michelangelo, Il giudizio di Paride fauola del S. Michelagnolo Buonarroti. Rappresentata nelle felicissime nozze del sereniss. Cosimo Medici principe di Toscana e della seren. principessa Maria Maddalena arciduchessa di Austria, In Firenze, nella stamperia de Sermartelli, 1608
27) TASSIANA ROCOCò CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA EDIZIONI DI PREGIO VENEZIA STAMPATORI TASSIAN STUDIES ROCOCO CLASSICS OF ITALIAN LITERATURE FINE EDITIONS VENETIAN PRINTERS,
Tasso Torquato, Il Goffredo ovvero Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso nuova edizione arricchita di figure in rame e d’annotazioni colla vita dell’autore. Tomo Primo – Tomo Secondo. Venezia, Presso Antonio Groppo, 1760-1761.
28) NUMEROLOGIA ESOTERISMO DEMONOLOGIA DEMONI NUMERO DELLA BESTIA 666 SCIENZE OCCULTE NUMEROLOGY ESOTERICISM DEMONOLOGY DEMONS NUMBER OF THE BEAST OCCULT SCIENCES,
Francis Potter, An interpretation of the number 666 wherein, not onely the manner, how this number ought to be interpreted, is clearely proved and demonstrated. With all things plainly fitted and applyed, according to the mystick characters of the number of the Beast, &c. Oxford, Leonard Lichfield,1647
29)FOTOGRAFIA PRIME EDIZIONI LIBRI D’ARTISTA RARITA’ MODENA FOTOGRAFIE ORIGINALI POLAROID ARTE PRIME EDIZIONI
Franco Fontana (ed altri), Una polaroid originale di Fontana inserita al piatto anteriore dell’opera, Selections1 from polaroid collection, (Schaffhausen), Verlag Photographie, 1982
30) MEDICINA MEDICINE CHIRURGIA SURGERY PRIME EDIZIONI FIRST EDITION MEDICINA ANTICA ROMANA IPPOCRATE MEDICINE SURGERY FIRST EDITIONS ANCIENT ROMAN MEDICINE HIPPOCRATES,
Paaw Petrus (Petrus Pauw), Succenturiatus anatomicus. Continens commentaria in Hippocratem, de capitis Vulneribus. Additae in aliquot Capita libri VIII.C.Celsi Explicationes. [E:] A. Cornelii Celsi De re Medica liber octavus. Edition originale de ce traité d’anatomie consacré au crâne humain. Lugduni Batavorum [Leyde], Iodocum a Colster, 1616
31) FANTASY FIRST EDITON ORIGINAL LANGUAGE PRIME EDIZIONI THE WITCHER POLONIA,
Sapkowski Andrzej, Wiedzmin (The Witcher), Unito a (With): Miesiecznik Fantastyka Egzorcyzmy nad polska SF. (La prima comparsa assoluta del protagonista di The Witcher, Geralt of Riva, The first ever appearance of The Witcher protagonist Geralt of Riva). Warszawa. S. luogo, Agencja “Reporter”, S. stampatore, 1990-1987
32) FANTASCIENZA PRIME EDIZIONI ITALIANE STORIA DELLA FANTASCIENZA FANTASY SCIENCE FICTION FIRST ITALIAN EDITIONS HISTORY OF SCIENCE FICTION,
Herbert Frank, Dune, Milano, Editrice Nord, 1973
33) FANTASCIENZA PRIME EDIZIONI ITALIANE STORIA DELLA LETTERATURA POLONIA SCIENCE FICTION FIRST ITALIAN EDITIONS LITERARY HISTORY POLAND,
Lem Stanislaw, Solaris, Milano, Editrice Nord, 1973
34) HORROR FANTASY CLASSICI DELLA LETTERATURA LETTERATURA AMERICANA PRIME EDIZIONI ITALIANE CLASSICS OF LITERATURE AMERICAN LITERATURE FIRST ITALIAN EDITIONS.
King Stephen, IT, Milano, Sperling & Kupfer Editori, ottobre 1987
35) HORROR FANTASY CLASSICI DELLA LETTERATURA LETTERATURA AMERICANA PRIME EDIZIONI ITALIANE CLASSICS OF LITERATURE AMERICAN LITERATURE FIRST ITALIAN EDITIONS.
King Stephen, Carrie, Milano, Sonzogno, febbraio 1977
36) PRIME EDIZIONI LETTERATURA ITALIANA ITALIAN LITTERATURE FIRST EDITIONS,
Eco Umberto, Il nome della Rosa, Milano, Bompiani, settembre 1980
36) LETTERATURA RUSSA PRIME EDIZIONI ITALIANE PRIMA EDIZIONE ITALIANA STORIA DELLA LETTERATURA CLASSICI DELLA LETTERATURA TEATRO RUSSIAN LITERATURE FIRST ITALIAN EDITIONS FIRST ITALIAN EDITION HISTORY OF LITERATURE LITERARY CLASSICS THEATRE FRANKLIN USA,
Puškin Aleksandr Sergeevič (1799–1837), Bors Godunof, Poema Drammatico di Alessandro Puskin, prima versione italiana con prefazione e note di Cesare Bragalia. Milano, Edoardo Sonzogno Editore, 1883
37) ROSICRUCIAN ALCHEMY ASTROLOGY RARITY ESOTERICISM ARCHAEOMETER ROSACROCE ROSICRUCIANISM ROSE-CROIX ALCHIMIA ASTROLOGIA RARITA’ ESOTERISMO ARCHEOMETRA,
Rarissimo archeometra Rosacrociano, Pierre Henri de Lombard, du Castellet, Hoc Opus Nobili Alemanni A. C. Continet Imaginem Micro et Macrocosmicam Admiranda Industria Spectandam, Oculis Contemplandam Quam Frater Illuminatis vulgo Rosa Crucis, flando Extruxerat Natus anno 1378 et post CVI denatus, Anno 1484, deinde ex Musaeis Aquarum Sextiarum Nobilissimus Dominus Petris, Henricus, Vincentius Lombard, Marchio du Castellet Subtraxit et supra semper vivis Iussit opponi idibus Augusti An.o MDCCLI una cum Litteris latinis, arabicis, hebraicis, ante, et positransitum fluminis, B. Coussin Sculp., S. Luogo, agosto 1751
38) CLASSICI LATINI TEATRO COMMEDIE UMANESIMO UMANISTI STAMPATORI VENEZIA SCOTO ILLUSTRATI LATIN CLASSICS THEATRE COMEDY HUMANISM HUMANISTS PRINTING VENICE SCOTO ILLUSTRATED,
Terentius Afer Publius, P. Terentii Afri poetae lepidissimi Comoediae, Andria, Eunuchus, Heautontimorumenos, Adelphi, Hecyra, Phormio, … Elenchum interpretum, qui in has Comoedias docte simul & erudite scripserunt, proxima subinde pagina demonstrabit. …, Venetiis, apud Hieronymum Scotum, 1545
39) ASTRONOMIA ASTROLOGIA PRIME EDIZIONI ASTRONOMY ASTROLOGY FIRST EDITION PADOVA,
Magini Giovanni Antonio, Novae Coelestium Orbium Theoricae congruentes cum observationibus N. Copernici. Auctore Io. Antonio Magino Pat. Mathematicarum in Almo Bononiensi Gymnasio Professore . Venetiis, Ex Officina Damiani Zenarij, 1589
40) GALILEIANA ASTRONOMIA COMETE BOLOGNA GALILEO STORIA DELLA SCIENZA GALILEAN ASTRONOMY COMETS BOLOGNA GALILEO HISTORY OF SCIENCE,
Galielo Galilei ed altri, Raccolta di alcune delle opere galileiane apparse nel secondo volume delle Opere: Istoria e dimostrationi intorno alle macchie solari e loro accidenti comprese in tre lettere scritte all’illustriss. sig. Marco Velseri linceo duumuiro d’Augusta … dal signor Galileo Galilei linceo … Si aggiungono nel fine le lettere, e disquisitioni del finto Apelle; Seguono con frontespizio proprio: De tribus cometis anni MDCXVIII, Disputatio Astronomica, publicé Habita in Collegio Romano Societatis Iesu, Bononiae, Ducci, 1655; Segue: Discorso delle comete di Mario Guiducci fatto da Lui. Segue: Lettera al molto Rev. P. Tarquinio Galluzzi della Compagnia di Gesù di Mario Guiducci, In Bologna, Dozza, 1655; Segue: Lettera del Sig. Galielo Galilei al Padre Christoforo Grienbeger della Compagnia di Giesù, in Materia della Montuosità della Luna. Segue: Discorsi e dimostrationi matematiche, intorno à due nuove scienze, Attenenti alla Meccanica, & i Movimenti Locali del Signor Galileo Galilei. In Bologna, per gli HH. del Dozza, 1655
41) MILANO STORIA LOCALE GUIDE PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICHE MILAN LOCAL HISTORY GUIDES FIRST EDITIONS BIBLIOGRAPHICAL RARITIES,
Bossi Visconti Luigi, Guida di Milano o sia descrizione della Città e de’ luoghi più osservabili ai quali di Milano recansi i forestieri compilata dal Cavaliere Luigi Bossi, Socio di Varie Accademie, ecc. Parte Prima, Contenente la Descrizione della Città. Parte Seconda, Contenente la descrizione de’ luoghi più osservabili ai quali da Milano recansi i forestieri. Milano, Presso Pietro e Giuseppe Vallardi, s. data (ma 1818)
42) RARITA’ BIBLIOGRAFICA PEZZI UNICI VIAGGI ANTILLE CORFU’ TENERIFE TUNISI TANGERI TENERIFE GUADALUPA DIARI DI VIAGGIO RARE BOOK UNIQUE ITEM WEST INDIES VOYAGE CORFU TUNIS TANGIER TRAVEL DIARIES ANTILLES,
Anonimo, Journal du voyage de l'”Aldegonda” en Amerique et Antilles 1885. Premire Partied a Corfù à Teneriffe. Seconde Partie de Teneriffe aux Antilles. Venise, Propriete de l’editeur, 1886.
43) MATEMATICA GEOMETRIA PRIME EDIZIONI STORIA DELLA MATEMATICA EUCLIDEA BRESCIA VENEZIA EUCLIDE SCIENZE MATEMATICHE VOLUMI CHIOSATI A MANO MATHEMATICS GEOMETRY FIRST EDITION HISTORY OF MATHEMATICS MATEMATICA EUCLIDEA MATHEMATICAL SCIENCES NOTE MANOSCRITTE HANDWRITTEN,
Euclides, Tartaglia Niccolò, Euclide megarense philosopho: solo introduttore delle scientie mathematice: diligentemente reassettato, et alla integrita ridotto per il degno professore di tal scientie Nicolo Tartalea, brisciano, secondo le due tradottioni: e per commune commodo & utilita di latino in volgar tradotto. con una ampla espositione dello istesso tradottore di novo aggionta. Talmente chiara, che ogni mediocre ingegno, senza la notitia, over suffragio di alcun’altra scientia con facilità, sera capace à poterlo intendere. (Stampato in Vinegia, per Venturino Roffinelli ad instantia e requisitione de Guilielmo de Monferra, & de Pietro di Facolo da Vinegia libraro, & de Nicolo Tartaglia brisciano tradottore, nel mese di febraro 1543)
44) GUIDE VIAGGI GENOVA STORIA LOCALE GUIDE TURISTICHE CARTE AZZURRE ESEMPLARE CON TAVOLE IN CARTA AZZURRA TRAVEL GUIDES GENOA LOCAL HISTORY TOURIST GUIDES BLUE-PAPER MAPS COPY WITH PLATES ON BLUE PAPER,
Anonimo (Brusco Giacomo Agostino, Ratti Carlo Giuseppe), Description Des Beautés De Gènes et De Ses Environs, Ornée de Différentes Vues, de Tailles Douce, & de la Carte Topographique de la Ville. A Gènes, Chez Yves Gravier, Libraires sous la Loge de Banqui, 1788
45) POESIA POETICA ESTETICA PRIME EDIZIONI LETTERATURA FRANCESE CLASSICI SIMBOLISMO PARNASSIANESIMO POETRY POETICS AESTHETICS FIRST EDITIONS FRENCH LITERATURE CLASSICS SYMBOLISM PARNASSIANISM,
Baudelaire Charles, Les Paradis artificiels, Opium et Haschisgh par Charles Baudelaire, Paris, Poulet-Malassis et De Broisse Libraires-Editeus, 1860
46) FESTE APPARATI SCENICI BAROCCO FUOCHI D’ARTIFICIO PRIME EDIZIONI ROMA ESTENSI STAGE DESIGNS BAROQUE FIREWORKS FIRST EDITIONS ROME HOUSE OF ESTE,
Manzini D. Luigi, Applausi festivi fatti in Roma per l’elezzione di Ferdinando III al regno de’ Romani dal ser.mo princ. Maurizio card. di Savoia descritti al ser.mo Francesco D’Este duca di Modana da D. Luigi Manzini, Roma, Stamperia di Ludovico Grignani, 1637
47) STORIA LOCALE LAGO DI GARDA PUNTA SAN VIGILIO BRENZONE TORRI DEL BENACO RARITA’ BIBLIOGRAFICA MONTE BALDO,
Marai Gian Domenico, San Vigilio sopra il Lago di Garda Poemetto in Terza Rima con Annotaziojni, Seconda Edizione. Verona, Dalla Stamperia di Dionigi Ramanzini, 1807
49) DANIMARCA SVEZIA VIAGGI DIARI COMMERCIO ANTROPOLOGIA STORIA ARTE MEMORIE STORICHE MANOSCRITTO INEDITO DENMARK SWEDEN TRAVEL DIARIES COMMERCE ANTHROPOLOGY HISTORY ART HISTORICAL MEMOIRS UNPUBLISHED MANUSCRIPT KULLABERG KULLEN,
Anonimo, Imponente diario manoscritto di un alto funzionario della corte di Federico Cristiano VIII di Danimarca che copre il periodo dal 26 ottobre del 1828 al 18 giugno 1829. (A substantial manuscript diary by a senior official at the court of Frederick Christian VIII of Denmark, covering the period from 26 October 1828 to 18 June 1829). S. luogo., 1828-1829. No place [of publication], 1828–1829
50) LETTERATURA LATINA STORIA ROMANA CLASSICI DELLA LETTERATURA LINGUA LATINA,
Sallustius Crispus Gaius (86-ca. 35 a.C.), Hoc in volumine C. Crispi Sallustii haec omnia continentur. Epistola Pomponii ad Augustinum Mapheum. Epistola Io. Badii Ascensii [.] M.T. Ciceronis oratio in L. Catilinam [.] C. Crispi Sall. bellum Catilinarium cum interpretationibus Laurentii Vall. Omniboni Leoniceni, & Io. Badii Ascensii. C. Crispii Sall. bellum Iugurtinum [?] Quae omnia [.] per Pomponium emendata, tum Venetiis quam diligentissime recognita cum additionibus aptissimisque figuris, ac castigatissima tabula. Venezia, in aedibus Ioannis Tacuini de Tridino 21 gennaio 1534
51) CALLIGRAFIA PRIME EDIZIONI ALBUM CALLIGRAFICI EDITORIA SPECIMEN CALLIGRAFICI CALLIGRAPHY FIRST EDITIONS CALLIGRAPHIC ALBUMS PUBLISHING CALLIGRAPHIC SPECIMENS,
Angeli Vittorio, Album calligrafico, ossia, raccolta completa di esemplari dei principali caratteri usati in Europa cioé italiano, inglese, ronde, coulé, corsivo tedesco, cancelleresco tedesco col trattato degli Açfabeti Italiano antico e moderno. Latuno, Romano, Gotico, Ebraico, Greco e Lapidario ec. E dei Frontespizj di ogni genere, capricciosi solazzi, ornati accessorj brillanti du qualunque specie. Compilata ed incisa da Vittorio Angeli. Firenze e Milano, a spese dell’autore, S. data [ma circa 1850]
52) GASTRONOMIA CRITICA GASTRONOMICA PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICHE ALMANACH DES GOURMANDS ALMANACCHI,
Alexandre-Balthazar-Laurent, Almanach des gourmands, ou, Calendrier nutritif : servant de guide dans les moyens de faire excellente chère : suivi de l’itinéraire d’un gourmand dans divers quartiers de Paris, et de quelques variétés morales, nutritives, des anecdotes gourmandes, plusieurs articles relatifs à la Friandise, etc. etc. A Paris, Chez Maradan, 1804
53) FILOSOFIA NAPOLI PRIME EDIZIONI SCIENZA DIRITTO PRIME EDIZIONI SCIENZA DIRITTO FILOSOFIA DELLA STORIA PHILOSOPHY NAPLES FIRST EDITIONS SCIENCE LAW FIRST EDITIONS SCIENCE LAW PHILOSOPHY OF HISTORY,
Vico Giambattista, Principj di Scienza Nuova di Giambattista Vico. D’intorno alla comune natura delle nazioni. In questa terza impressione dal medesimo autore in un gran numero di luoghi corretta, schiarita, e notabilmente accresciuta. Tomo I – II. [Completo]. Napoli, Stamperia Muziana, a spese Gaetano e Steffano Elia, 1744
54) PRIME EDIZIONI MEDICINA CHIRURGIA CREMONA CHIRURGIA ESTETICA WUNDERKAMMER MUSEO DI STORIA NATURALE TERATOLOGIA FIRST EDITIONS MEDICINE SURGERY COSMETIC SURGERY MUSEUM OF NATURAL HISTORY TERATOLOGY,
Sonsis Giuseppe, Memoria Chirurgica sul Labbro Leporino Complicato dedicata a Sua Eccellenza la Signora Donna Maria Contessa Schinchinelli nata Contessa Borromeo da Giuseppe Sonsis Regio Assessor della Facoltà di Cremona e sua Provincia e delegato per l’Ufficio di Sanità. Cremona, Presso Giuseppe Feraboli, Stampator Vescov. E della Città, 1793
54) EDITIONS PREMIÈRES ÉDITIONS RARITÀ BIBLIOGRAFICHE BIBLIOGRAPHIC RARITIE RARETÉS BIBLIOGRAPHIQUES DRESDA DRESDEN DRESDE MASSONI FREEMASONS FRANC-MAÇONS RITUALI MASSONICI MASONIC RITUALS RITUELS MAÇONNIQUES FREIMAUREREI MUSIK FREIMAURERMUSIK ERSTAUSGABEN BIBLIOGRAPHISCHE RARITÄTEN DRESDEN FREIMAURE FREIMAURERRITUALE,
AA. VV. (Roland Müller curatore, Johann Gottlieb Naumann, Franz Seydelmann, Joseph Schuster, Chrisian Gotthlif Tag, Augusts Gottfried Homnilius, Christian Enregott Weinling), Gesänge für Maurer mit neuen Melodien, Dresden, S. stampatore, 1782
55) PRIME EDIZIONI COLTIVAZIONE RISO AGRONOMIA VERONA MANTOVA VIALONE NANO CARNAROLI RISO DA TAVOLA GASTRONOMIA,
Paganini Giuseppe, Risifilo. Avvertimenti per la coltivazione del Riso umiliati al Nobile Signor Marchese Antonio Spolverini. In Venezia, Appresso Modesto Fenzo, 1792
57) GEOGRAFIA COROGRAFIA ROMA ANTICA CLASSICI ROMANI PARIGI STAMPATORI ANCIENT ROMAN GEOGRAPHY AND CHOROGRAPHY CLASSICAL ROMAN AUTHORS PARISIAN PRINTERS,
Mela Pomponio, De situ orbis libri tres; Una cum auctario Petri Ioannis Olivarij Valentini, in instauratione totius libelli et castigatione perquam multorum locorum, infertis quique locis plerisque in eodem libello deideratis. Ad Carolum Lotharingum Cardinalem. Parigi, Apud Iacobum Kerver, 1557
58) ARTE DECORAZIONI NEOCLASSICISMO D’INTERNI BOLOGNA VILLE E DIMORE BOLOGNESI TEATRI ALBUM ILLUSTRATI RARITà BIBLIOGRAFICHE PRIME EDIZIONI ARCHITETTURA NEOCLASSICISM ART INTERIOR DECORATION BOLOGNA BOLOGNESE VILLAS AND RESIDENCES THEATRES ILLUSTRATED ALBUMS BIBLIOGRAPHIC RARITIES FIRST EDITIONS ARCHITECTURE.
Basoli Antonio, Compartimenti di sale, camere, gabinetti, teatri ecc. inventate e dipinti da Antonio Basoli, professore della Pontificia Accademia di Belle Arti in Bologna e socio d’onore di varie insigni accademie. Disegnate ed incise dei fratelli Luigi e Francesco Basoli per uso degli amatori e studenti delle Belle Arti. Parti I° n° 50 tavole (in verità seguono le altre 50 tavole della seconda parte). Completo. Milano, Presso Antonio Bossi, Piazza del Duomo n° 4079, s.d. (ma 1827)
59) LINGUA EBRAICA ESEGESI BIBLICA DIZIONARI EBRAICI PRIMA EDIZIONE LIONE GRIPHIUS STAMPATORI EBRAICO HEBREW LANGUAGE BIBLICAL EXEGESIS HEBREW DICTIONARIES FIRST EDITION LYONS GRYPHIUS HEBREW PRINTING,
Pagnini Sante (anche Pagnino, anche Pagninus), ʼOṣar lešon haqodeš hoc est, Thesaurus linguae sanctae. Sic enim inscribere placuit Lexicon hoc Hebraicum: quòd quem admodum ex thesauro pretiosissima quæque depromere in procliui est, ita ex hoc uno, non solum uocularum significata, sed & abstrusiores quosque sacræ scripturæ sensus, è uarijs rabinorum commentarijs selectos, haurire liceat. Author reuerendo patre Sancte Pagnino Lucensi, idiomatum eruditionum & relative & antistite. Lugd. : Seb. heir Gryphio excudente (Lugduni : Sebastianus Gryphius Germanus excudebat, 1529)
60) TRAGEDIA TEATRO PRIME EDIZIONI PRIMA EDIZIONE LETTERATURA ITALIANA MANZONIANA LEGATURA,
Manzoni Alessandro, Il conte di Carmagnola, Tragedia di Alessandro Manzoni, Milano, dalla tipografia di Vincenzo Ferrario, 1820
STAMPE E CURIOSITA’
61) TAVOLA DELL’INGANNO TROMPE-L’OEIL THE TABLE OF DECEPTION (TROMPE-L’OEIL) BORDEAUX ARCHITETTURA ARTE
Anonimo, Bell’Trompe-l’Oeil di origine francese. XIX° secolo.
62) GASTRONOMIA ZAMPONE COTECHINO SALAMI SALUMAI SALUMERIE TAVOLA DELL’INGANNO TROMPE-L’OEIL MODENA BOLOGNA GASTRONOMY SALAMI SALUMERIE TABLE OF DECEPTION TROMPE-L’ŒIL
Valenti Lodovico (?), Grande e bellissimo Trompe-l’Oeil di interesse gastronomico emiliano-romagnolo, XIX° secolo (188o circa)
63) LOTTO REALE GIOCHI DEL LOTTO GIUOCHI GIOCHI D’AZZARDO RARITA’ BIBLIOGRAFICHE ROYAL LOTTERY LOTTERY GAMES GAMES OF CHANCE BIBLIOGRAPHICAL RARITIE’ GAMBLING GAMES
Lotto Reale, Milano, Pietro e Giuseppe Vallardi, S. data (ma 1850 circa)
64) RITRATTI ARTE CHINA BOLOGNA SATIRA TEATRO AUTOGRAFI,
Ricci Giulio, Alfredo Testoni, S. luogo (Bologna), S. data ma 1920 circa
65) DISEGNO CHURCHILL SATIRA SECONDA GUERRA MONDIALE BOLOGNA MODENA DRAWING PENCIL CHURCHILL SATIRE SECOND WORLD WAR,
Tirelli Umberto, Disegno preparatorio a matita per opera più grande con ritratto satirico di Churchill, 1939 circa
61)nDISEGNO CHURCHILL SATIRA SECONDA GUERRA MONDIALE BOLOGNA MODENA DRAWING PENCIL CHURCHILL SATIRE SECOND WORLD WAR,
Tirelli Umberto, Disegno preparatorio a matita di ritratto satirico di Churchill, 1939 circa
63) DISEGNO SATIRA SECONDA GUERRA MONDIALE BOLOGNA MODENA DRAWING PENCIL CHURCHILL SATIRE SECOND WORLD WAR ROOSEVELT USA,
Tirelli Umberto, Disegno preparatorio a matita con ritratto satirico di Churchill e Franklin Delano Roosevelt, 1939 circa
64) DISEGNO SATIRA SECONDA GUERRA MONDIALE DUNQUERKE DYNAMO OPERATION BOLOGNA MODENA DRAWING PENCIL CHURCHILL SATIRE SECOND WORLD WAR,
Tirelli Umberto, Grande disegno caricaturale che illustra l’Operazione Dynamo durante quello che passò alla storia come il “Miracolo di Dunkerque”. Al recto del foglio altro disegno: Disegno preparatorio a matita per opera più grande con ritratto satirico di Churchill (Large caricature drawing illustrating Operation Dynamo, during what went down in history as the “Miracle of Dunkirk.” On the other side of the sheet: a preparatory pencil sketch for a larger work, featuring a satirical portrait of Churchill). 1940 giugno circa
65) CALCIO BOLOGNA FOOTBALL DISEGNO CHINA SATIRA POLITICA BOLOGNA MODENA INK DRAWING SATIRE,
Tirelli Umberto, Disegno preparatorio a china di Rodolfo Minelli, celebre collezionista bolognese e fra i primi presidenti del Bologna Calcio. 1920 circa
66) SATIRA POLITICA INTERVENTISMO PRIMA GUERRA MONDIALE TURATI BENEDETTO XV SALANDRA,
Tirelli Umberto, Disegno in tecnica mista china, matita, biacca, acquerello con ritratto di Salandra mentre il Papa, Turati e Giolitti cercano di inserire idee nel cervello di Salandra. 1914 circa
67) INCISIONI INCISORI CARTA AZZURRA BELLUNO SCUOLA VENETA ENGRAVINGS ENGRAVERS BLUE PAPER BELLUNO VENETIAN SCHOOL,
Ricci Marco, Paesaggio con contadini e ragazzo che si arrampica sull’albero, 1730 circa
68) MEMENTO MORI MORTE INCISIONI BULINO SCUOLA FIAMMINGA DEATH ENGRAVINGS BURIN FLEMISH SCHOOL,
Goltzius Hendrick, Saenredam Jan Pietersz, Nicolaus van Aelst for., “Fui, non sum: es, non eris” (o Death surprising a Young Man/La Morte e il giovane), 1600 circa
69) INCISIONI DELLA BELLA REBUS FORTUNA GIOCHI DI PAROLE SENTENZE CURIOSITà ENGRAVINGS STEFANO DELLA BELLA REBUS FORTUNE WORDPLAY MAXIMS CURIOSITIES,
Stefano Della Bella (Firenze, 1610 – 1664), Rebus della Fortuna. 1639
70) INCISIONI BRAMBILLA MILANO REBUS AMORE GIOCHI DI PAROLE SENTENZE CURIOSITà ETCHINGS MILAN REBUS LOVE WORD GAMES MAXIMS CURIOSITIES.
Ambrogio Brambilla, Breve concetto d’un travagliato amante nele pene d’amore, Roma, circa 1575–1590
71) INCISIONI ACQUAFORTE PRIME TIRATURE PAVIA GUNDEBERGA EROINE FEMMINILI ETCHINGS FIRST IMPRESSIONS PAVIA GUNDEBERGA FEMALE HEROES,
Bonacina Cesare Agostino, Episodio della cita della Regina Gondiberga, Pavia, 1653-1654
72) STAMPE FESTA DELLA PORCHETTA APPARATI SCENOGRAFICI FESTE GASTRONOMIA PORCHETTA FESTIVAL PRINTS SCENOGRAPHIC DECORATIONS FOR GASTRONOMIC EVENTS,
Due stampe dedicate alla celebre Festa della Porchetta di Bologna. Anonimo, 2 apparati scenografici per la Festa della Porchetta in Bologna. Prima con apparato scenografico con personaggi a cavallo e a piedi, la seconda con il poeta greco Arione salvato da un Delfino, barche e trampolieri.,1750 circa
- TIPOGRAFIA STORIA DELLA TIPOGRAFIA BODONIANA PARMA PRIME EDIZIONI MANUALI TIPOGRAFICI STORA DEL DESIGN TYPOGRAPHY HISTORY OF BODONI’S TYPOGRAPHY PARMA FIRST EDITIONS TYPOGRAPHICAL MANUALS HISTORY OF DESIGN





Bodoni Giambattista,
Manuale Tipografico del Cavaliere Giambattista Bodoni, Volume Primo – Secondo
Parma, Presso la Vedova, 1818
In 2° (32×22 cm); due tomi: (14), XXVII, (1), LXXII pp., (2), 265 cc., 266-267 pp. e una carta di tav con ritratto di Bodoni inciso da Francesco Rosaspina da un dipinto di Andrea Appiani; (2), 275 cc (da carta 273 a 275 si trovano tavole musicali ripiegate), 276-279 pp. Aggiunti al volume i ritratti conosciuti di Giambattista Bodoni, uno realizzato dall’amico Francesco Rosaspina e l’altro, sempre dal Rosaspina ma inciso dall’Appiani che già appare in antiporta ma questo stampato su foglio singolo. Esemplare in barbe. Le carte sono stampate solo su un lato. Legatura bodoniana in cartoncino rigido foderato con carta arancione, qualche strofinatura e perdita di carta. Dorso rinforzato con carta settecentesca. Titolo e autore su un tassello di pelle al dorso. Un lieve foxing al ritratto ed al frontespizio del primo volume poi all’interno esemplare perfetto dalle carte pulite e fruscianti. Due leggerissimi piccoli aloni al margine esterno bianco nell’ultima carta del primo volume, del tutto ininfluenti e all’interno in ottime condizioni di conservazione. Bellissimo ex-libris che identifica l’esemplare come appartenuto a Umberto Tirelli, noto caricaturista italiano della prima metà del novecento e marito di Clara Amoretti, erede diretta di uno dei Fratelli Amoretti che furono coloro che aiutarono Bodoni a realizzare i suoi celebri caratteri bodoniani. Ritratto calcografico di Bodoni inciso da Francesco Rosaspina da un dipinto di Andrea Appiani. Da carta 2π1r a carta 2π4v lettera dedicatoria a Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla. Bellissimo ex-libris applicato all’interno del piatto anteriore del piatto anteriore che identifica l’esemplare come appartenuto a celebre artista della prima metà del XIX° secolo, la moglie del quale, fra l’altro, dalla quale arriva questo esemplare, era discendente diretta degli Amoretti che aiutarono Bodoni a ideare il carattere bodoniano e che ebbero poi una lunga causa legale con lo stesso Bodoni, sulla paternità del carattere bodoniano. Il primo volume contiene all’inizio contiene il discorso della vedova e la prefazione del cavaliere Bodoni. Prima edizione completa del più importante manuale tipografico della
storia dell’editoria che raccoglie la storia tipografica del più importante ed elegante stampatore italiano a cavallo fra la fine del settecento e i primi anni dell’ottocento. Giambattista (Giovanni Battista) Bodoni (Saluzzo, 26 febbraio 1740 – Parma, 30 novembre 1813) fu uno dei più importanti incisori, tipografi e stampatori italiani, il cui nome è divenuto sinonimo di eleganza tipografica. Nato in una famiglia modesta nel Piemonte sabaudo, Bodoni mostrò presto inclinazione per il disegno e per l’arte della stampa: formato come incisore di punzoni e alfiere della precisione artigiana, perfezionò la sua abilità nei centri tipografici dell’Europa, tra cui Roma, Genova e soprattutto in Inghilterra dove studiò i progressi tecnici e stilistici della stampa del suo tempo. Nel 1768 fu nominato tipografo ducale a Parma e per oltre trent’anni trasformò la Stamperia Reale in un laboratorio di eccellenza, combinando rigore artigianale, senso formale neoclassico e sperimentazione tecnica. Bodoni sviluppò una serie di punzoni e matrici che diedero vita ai caratteri che portano il suo nome: forme geometriche, contrasti marcati tra aste sottili e grazie robuste, proporzioni ordinate e un’efficace resa in stampa, pensate per valorizzare la chiarezza e la bellezza del testo. Oltre alla creazione di caratteri, Bodoni curò edizioni di altissima qualità, celebri per la purezza della composizione, l’uso sapiente degli spazi bianchi e l’eleganza delle carte e dei rilegati. I suoi cataloghi tipografici e le edizioni di classici e opere moderne ottennero riconoscimenti internazionali, contribuendo a definire l’estetica tipografica neoclassica degli ultimi decenni del Settecento e dei primi dell’Ottocento. Maestro esigente, Bodoni fu anche imprenditore abile: promosse la vendita dei suoi caratteri e delle sue edizioni in Europa e oltre. Morì a Parma nel 1813 lasciando un’eredità
duratura: il “Bodoni” rimane uno dei più influenti modelli di carattere tipografico, ammirato per equilibrio, sobrietà e forza grafica, e la sua opera segna una tappa fondamentale nella storia della stampa moderna. Il suo manuale tipografico è considerato un vero e proprio monumento dell’editoria mondiale. Scrive Francesco Barberi nella voce dedicata a Giambattista Bodoni nel “Dizionario Biografico degli Italiani” (Treccani, Volume 11, 1969): “Il Manuale tipografico del 1788 comprende cento caratteri tondi e cinquanta corsivi, dal più piccolo (“parmigianina”) al più grande (“papale”). I caratteri “mostrano talora le tracce di una filiazione antica, talaltra le caratteristiche del modern face, con un deciso contrasto tra i pieni e le finezze. Questi contrasti, tuttavia, non sono ancora spinti al limite e conservano alla riga nel suo insieme un aspetto di transizione e una bella armonia” (Veyrin-Forrer). Separatamente fu stampata nello stesso anno la Serie dei caratteri greci, che ne contiene ventotto. Altri estratti contengono caratteri esotici, lettere maiuscole e cancelleresche. Il Manuale tipografico pubblicato nel 1818, sebbene incompleto e contenente alfabeti esotici usati (ma non disegnati), incisi o fusi dal B. (Lane), comprende in tutto duecentottantacinque tipi dei seicentosessantasette esistenti nella Stamperia, ed è stato giustamente considerato la somma tipografica dell’artista. Nell’ampia introduzione, che segue la presentazione della vedova, il B. accenna a principi di estetica secondo le idee correnti (“il bello” consiste nella “convenienza e nella proporzione”) e passa ad esporre con chiarezza la propria opinione sui rapporti tra ornamentazione e tipografia. Della prima “non sarà dunque saggio partito il farne pompa, salvo forse in que’ libri, che meno da’ letterati si apprezzano… Ma quanto più un libro è classico, tanto più sta bene che la bellezza de’ caratteri vi si mostri sola”. Riassume la bellezza dei caratteri in quattro doti: regolarità, nettezza e forbitura, buon gusto e grazia, che dev’essere “naturale ed ingenita… lontana dall’affettazione e dallo sfarzo”. Il B. tratta inoltre delle operazioni di allineamento e spaziatura, della uguaglianza d’impressione, della bontà della carta e dell’inchiostro. L’ultima parte è dedicata ai “progressi dell’Arte”, dei quali parla ordinatamente con riferimento alle lettere, ai numeri e ai fregi. Quest’introduzione è divenuta un testo classico dell’arte tipografica ed è stata tradotta in più lingue. Scrive Il primo volume del Manuale contiene i caratteri latini tondi e corsivi (cc. 1-144), i cancellereschi, finanzieri e inglesi (cc. 145-169), le lettere maiuscole latine, tonde, corsive e cancelleresche (cc. 170-265); il secondo è dedicato ai caratteri greci (cc. 1-19), alle lettere maiuscole greche tonde e corsive (cc. 20-62), ad altri caratteri esotici (cc. 63-182), infine ai fregi, agli ornati e ai contorni, a “cartelle da racchiudervi de’ numeri”, a linee finali, grappe, cifre diverse, numeri arabici e musica. La straordinaria quantità di caratteri incisi dal B. va posta in relazione con la sua concezione tipografica. Attesta la vedova:
“intendeva egli che una ben compiuta fonderia dovesse esser fornita di una tal gradazione di caratteri, per cui l’occhio potesse appena discernere la differenza che passa tra l’uno e l’altro”. L’acuta sensibilità e la grande perizia d’incisore permettevano al B. di concepire e realizzare le più lievi differenze nel disegno e negli spessori delle lettere, le quali, pur nella varietà, rivelano l’individualità e la coerenza stilistica del loro creatore, ciò che le rende a colpo d’occhio riconoscibili come bodoniane. Una valutazione dell’immane lavoro sostenuto dal B. punzonista può farsi sulla base di quanto egli stesso dice: “che la somma delle matrici per un solo tondo ascende a 196, e che ne bisognano altre 184 per lo corsivo della stessa grandezza ed occhio…”. Lascia perplessi l’enorme quantità di alfabeti greci e orientali (esotici), taluni perfino fantastici. Alla perfezione tecnica e alla regolarità delle lettere il B. attribuiva la più grande importanza: “Dalla maestria del punzonista dipende che le misure e le parti che possono essere comuni a più lettere siano precisamente ed esattamente le medesime in esse tutte; e questa esatta regolarità riesce grata allo sguardo ché presso che sola basta a far parere bella qualunque scrittura”. Il B. portò inoltre a compimento con estrema coerenza la trasformazione dei tipi, cominciata in Francia agli inizi del secolo da Ph. Grandjean con l’incidere per l’Imprimerie royale il carattere “romain du roi”. Tale trasformazione, che fece perdere alla lettera le ultime tracce della origine umanistica manoscritta, consisté nell’accentuare il contrasto fra i tratti grossi e i sottili, nel collocare i primi nella medesima posizione centrale su ciascuno dei lati delle lettere tonde, infine nel concepire le “grazie” non più oblique ma come sottilissimi tratti rettilinei. Prima del B. avevano operato nel medesimo senso Fournier il Giovane, dal quale l’italiano prese le mosse, e il Baskerville, i cui caratteri, come quelli dei due francesi, vengono comunemente definiti “di transizione”; mentre i Didot e, più ancora, il B. della seconda maniera portarono nel disegno delle lettere un rigore neoclassico. La perfetta aderenza al gusto dell’epoca e l’estrema accuratezza nella incisione e nella fusione assicurarono il successo ai “moderni” tipi bodoniani. […]”. Prima edizione in buone-ottime condizioni di conservazione del più importante ed influente manuale tipografico mai stampato. Rif. Bibl.: Brooks, n. 1261; ICCU IT\ICCU\TO0E\010777; Brunet I,1027: “Ce livre magnifique offre les échantillons de plus de 250 caractères différents, tant latins que grecs, russes, orientaux et autres caractères étrangers, avec leurs italiques, majuscules, chiffres, signes typographiques et ornemens de tous genres qui y correspondent”; Updike, Printing types, II:169-171: “probably the most elaborate specimen that the world has ever seen – an imposing tour de force”.
In folio (32×22 cm); two volumes: (14), XXVII, (1), LXXII pp., (2), 265 leaves, 266-267 pp., and one plate leaf with a portrait of Bodoni engraved by Francesco Rosaspina from a painting by Andrea Appiani; (2), 275 leaves (from leaf 273 to 275 there are folding musical plates), 276-279 pp. Uncut copy. The pages are printed on one side only. Bodonian binding in rigid cardboard lined with orange paper, some rubbing and loss of paper. Spine reinforced with eighteenth-century paper. Title and author on a leather label on the spine. Light foxing on the portrait and the title page of the first volume, otherwise a perfect copy inside with clean and crisp paper. Two very light small halos on the white outer margin of the last leaf of the first volume, completely insignificant, and inside it is in excellent condition. Beautiful ex-libris identifying the copy as having belonged to Umberto Tirelli, a well-known Italian caricaturist of the first half of the twentieth century and husband of Clara Amoretti, a direct heir of one of the Amoretti brothers who were the ones who helped Bodoni realize his famous Bodonian typefaces. Engraved portrait of Bodoni by Francesco Rosaspina from a painting by Andrea Appiani. From leaf 2π1r to leaf 2π4v, a dedicatory letter to Marie Louise of Austria, Duchess of Parma, Piacenza and Guastalla. Beautiful ex-libris applied inside the front cover, identifying the copy as having belonged to a famous artist of the first half of the 19th century, whose wife, incidentally, from whom this copy comes, was a direct descendant of the Amoretti family who helped Bodoni devise the Bodonian typeface and who later had a long legal battle with Bodoni himself over the paternity of the Bodonian typeface. The first volume contains at the beginning the speech of the widow and the preface by the Chevalier Bodoni. First complete edition of the most important typographical manual in the history of publishing, which collects the typographical history of the most important and elegant Italian printer between the end of the eighteenth and the early nineteenth centuries. Giambattista (Giovanni Battista) Bodoni (Saluzzo, February 26, 1740 – Parma, November 30, 1813) was one of the most important Italian engravers, typographers, and printers, whose name has become synonymous with typographical elegance. Born into a modest family in Savoyard Piedmont, Bodoni soon showed an inclination for drawing and the art of printing: trained as a punch cutter and a champion of artisan precision, he perfected his skill in the printing centers of Europe, including Rome, Genoa, and especially England, where he studied the technical and stylistic advances of the printing of his time. In 1768 he was appointed ducal printer in Parma and for over thirty years transformed the Stamperia Reale into a laboratory of excellence, combining artisan rigor, neoclassical formal sense, and technical experimentation. Bodoni developed a series of punches and matrices that gave birth to the typefaces that bear his name: geometric shapes, marked contrasts between thin strokes and robust serifs, orderly proportions, and an effective rendering in print, designed to enhance the clarity and beauty of the text. In addition to creating typefaces, Bodoni curated high-quality editions, famous for the purity of their composition, the wise use of white space, and the elegance of the paper and bindings. His typographical catalogues and editions of classics and modern works won international recognition, contributing to defining the neoclassical typographical aesthetic of the last decades of the eighteenth century and the first of the nineteenth. A demanding master, Bodoni was also a skilled entrepreneur: he promoted the sale of his typefaces and editions in Europe and beyond. He died in Parma in 1813, leaving a lasting legacy: the “Bodoni” remains one of the most influential typeface models, admired for its balance, sobriety, and graphic strength, and his work marks a fundamental milestone in the history of modern printing. His typographical manual is considered a true monument of world publishing. Francesco Barberi writes in the entry dedicated to Giambattista Bodoni in the “Dizionario Biografico degli Italiani” (Treccani, Volume 11, 1969): “The 1788 Manuale tipografico includes one hundred roman typefaces and fifty italics, from the smallest (‘parmigianina’) to the largest (‘papale’). The typefaces ‘sometimes show traces of ancient filiation, at other times the characteristics of the modern face, with a decisive contrast between the thicks and the thins. These contrasts, however, are not yet pushed to the limit and maintain a transitional aspect and a beautiful harmony for the line as a whole’ (Veyrin-Forrer). The Serie dei caratteri greci, which contains twenty-eight, was printed separately in the same year. Other extracts contain exotic typefaces, uppercase letters, and cursive scripts. The Manuale tipografico published in 1818, although incomplete and containing exotic alphabets used (but not designed), engraved or cast by B. (Lane), comprises in total two hundred and eighty-five types out of the six hundred and sixty-seven existing in the Stamperia, and has been rightly considered the typographical sum of the artist. In the broad introduction, which follows the widow’s presentation, B. touches on principles of aesthetics according to current ideas (‘the beautiful’ consists of ‘convenience and proportion’) and goes on to clearly state his own opinion on the relationship between ornamentation and typography. Of the former ‘it will therefore not be a wise move to make a show of it, except perhaps in those books which are less appreciated by scholars… But the more classic a book is, the more it is fitting that the beauty of the typefaces should show itself alone’. He summarizes the beauty of typefaces in four qualities: regularity, neatness and finish, good taste, and grace, which must be ‘natural and inborn… far from affectation and ostentation’. B. also deals with alignment and spacing operations, the equality of impression, and the quality of the paper and ink. The last part is dedicated to the ‘progress of the Art’, of which he speaks in an orderly manner with reference to letters, numbers, and friezes. This introduction has become a classic text of the art of typography and has been translated into multiple languages. […] The first volume of the Manuale contains the roman and italic Latin typefaces (leaves 1-144), the cursive, financial, and English ones (leaves 145-169), the Latin uppercase letters, roman, italic, and cursive (leaves 170-265); the second is dedicated to the Greek typefaces (leaves 1-19), to the Greek uppercase letters, roman and italic (leaves 20-62), to other exotic typefaces (leaves 63-182), and finally to friezes, ornaments, and outlines, to ‘cartouches for enclosing numbers’, to final lines, braces, various ciphers, Arabic numerals, and music. The extraordinary quantity of typefaces engraved by B. must be placed in relation to his typographical conception. The widow attests: ‘he intended that a well-completed foundry should be provided with such a gradation of typefaces that the eye could barely discern the difference that passes between one and the other’. The acute sensitivity and great skill as an engraver allowed B. to conceive and realize the slightest differences in the design and thickness of the letters, which, even in their variety, reveal the individuality and stylistic coherence of their creator, which makes them recognizable at a glance as Bodonian. An evaluation of the immense work undertaken by B. the punch cutter can be made on the basis of what he himself says: ‘that the sum of the matrices for a single roman is 196, and that another 184 are needed for the italic of the same size and face…’. The enormous quantity of Greek and oriental (exotic) alphabets, some even fantastic, is baffling. To the technical perfection and regularity of the letters, B. attributed the greatest importance: ‘From the skill of the punch cutter depends whether the measurements and parts that can be common to multiple letters are precisely and exactly the same in them all; and this exact regularity is pleasing to the gaze, which is almost enough by itself to make any writing seem beautiful’. B. also brought to completion with extreme consistency the transformation of the typefaces, begun in France at the beginning of the century by Ph. Grandjean with the engraving of the ‘romain du roi’ typeface for the Imprimerie royale. Such a transformation, which caused the letter to lose the last traces of its humanistic manuscript origin, consisted of accentuating the contrast between the thick and thin strokes, in placing the former in the same central position on each of the sides of the round letters, and finally in conceiving the ‘serifs’ no longer as oblique but as very thin rectilinear strokes. Before B., Fournier the Younger had worked in the same sense, from whom the Italian took his cue, and Baskerville, whose typefaces, like those of the two Frenchmen, are commonly defined as ‘transitional’; while the Didots and, even more so, the B. of the second manner brought a neoclassical rigor to the design of the letters. The perfect adherence to the taste of the time and the extreme accuracy in engraving and casting ensured success for the ‘modern’ Bodonian typefaces. […]”. First edition in good-excellent condition of the most important and influential typographical manual ever printed.
26.500 euro
2) UMANESIMO STAMPATORI CARATTERI TIPOGRAFICI PRIME EDIZIONI LINGUISTICA STORIA DELLA LINGUA ITALIANA HUMANISM PRINTERS TYPOGRAPHICAL CHARACTERS FIRST EDITIONS LINGUISTICS HISTORY OF THE ITALIAN LANGUAGE
Giovan Giorgio Trissino
Dialogo del Trissino intitulato il Castellano, nel quale si tratta de la lingua italiana. Unito a: La grammatichetta di m. Giovan Giorgio Trissino
(Vicenza, Tolomeo Ianiculo (o Gianicolo), Del Mese di Febraio 1529)
In 8° grande (26,5×17,2 cm); (40) pp. per la prima opera, (26), (2 b.) pp. manca il frontespizio. Bella legatura seicentesca in pergamena rigida. Tagli spruzzati in azzurro. Titolo manoscritto in bella grafia al dorso. Alcune sottolineature e dotte note manoscritte al margine del testo. Al frontespizio l’elegantissima marca xilografica di Gianicolo raffigurante il vello d’oro su un albero custodito da un serpente, con le iniziali ”PT. IA, contornato da una bordura a filetti con motto greco tratto dall’Edipo Re di Sofocle. Opera stampata su carta di grande qualità ed in ottime condizioni di conservazione. La seconda opera è mutila del frontespizio ma completa nel testo. Il Castellano rappresenta una delle opere teoriche più significative di Giovan Giorgio Trissino nell’ambito del dibattito rinascimentale sulla “Questione della lingua”. Pubblicato nel 1529 presso la stamperia vicentina di Tolomeo Ianiculo, il testo è strutturato sotto forma di dialogo – genere letterario prediletto dagli umanisti per esporre tesi complesse in modo discorsivo. L’opera si inserisce nel progetto intellettuale trissiniano volto a promuovere una lingua letteraria nazionale, fondata sull’uso di termini derivati dal toscano antico ma epurati dalle forme popolari contemporanee, teorizzando quella che egli definiva “lingua italiana” o “cortigiana”. Il dialogo si svolge nel castello di Trissino (da cui il titolo) e vede la partecipazione di illustri interlocutori, tra cui lo stesso autore, impegnati a discutere la natura e la legittimità di tale modello linguistico, in aperta contrapposizione con le posizioni di Pietro Bembo e le istanze fiorentine di Niccolò Machiavelli. Giovan Giorgio Trissino (1478–1550) nacque a Vicenza da una nobile e influente famiglia e fu una delle figure intellettuali più poliedriche e incisive del primo Cinquecento italiano. Umanista, poeta, drammaturgo, diplomatico e linguista, Trissino incarnò l’ideale del cortigiano impegnato sia nell’attività politica, al servizio del Papa e della Repubblica di Venezia, sia nella ricerca erudita. È noto soprattutto per aver tentato di riformare il teatro classico italiano con la tragedia Sofonisba (1515), primo esempio di tragedia regolare ispirata ai modelli greci, e per le sue audaci, seppur contestate, proposte di riforma ortografica, che prevedevano l’introduzione di segni grafici per distinguere le vocali aperte da quelle chiuse (come l’uso di ε e ω) che riportò, grazie all’aiuto dell’Arrighi e di Gianicolo, nelle sue opere. Il suo impegno nella codificazione della lingua italiana, di cui il Castellano è cardine, riflette una visione aristocratica e cosmopolita dell’intellettuale, proteso a costruire una norma letteraria che superasse i particolarismi regionali. La figura di Tolomeo Ianiculo (o Gianicolo) è strettamente legata all’attività editoriale di Trissino a Vicenza tra il 1529 e il 1530. Ianiculo non fu un tipografo nel senso tradizionale del termine, bensì un operatore strettamente dipendente dal patronato di Trissino. Quest’ultimo, infatti, installò una stamperia privata a Vicenza specificamente per pubblicare le proprie opere e diffondere le proprie teorie linguistiche e ortografiche, che richiedevano tipi particolari e una cura editoriale che le officine commerciali dell’epoca non garantivano. Ianiculo agì dunque come esecutore tecnico dei progetti di Trissino. La collaborazione, sebbene intensa, fu breve: l’officina produsse opere fondamentali come il De vulgari eloquentia di Dante (tradotto da Trissino), le Rime e la Poetica dell’autore vicentino, caratterizzate tutte dalla curiosa veste tipografica trissiniana. Le scarse notizie biografiche su Ianiculo confermano il suo ruolo di figura di fiducia, quasi un estensore materiale del pensiero e della volontà di Trissino, che nel tipografo trovò lo strumento tecnico per dare forma fisica alle sue riforme culturali tanto da fare delle opere stampate da Gianicolo fra le più eleganti del cinquecento. Scrive Paolo d’Achille, nella voce dedicata a Trissino nell’Enciclopedia dell’Italiano (Treccani, 2011): “Le idee linguistiche di Trissino sono espresse soprattutto nel dialogo Il Castellano (1529), ambientato a Roma nel 1521, in cui le posizioni dell’autore, espresse da Giovanni Rucellai, comandante della fortezza papale di Castel Sant’Angelo (da cui il titolo dell’opera) e appoggiate da Jacopo Sannazaro, si contrappongono a quelle del fiorentino Filippo Strozzi (Marazzini 1999: 51-55). […] a detto però che Il Castellano, ristampato più volte secondo l’ortografia tradizionale, continuò a fornire materia di discussione al dibattito linguistico almeno fino a Alessandro Manzoni e che alcune idee antitoscane della linea cortigiana-italianista in cui Trissino si inserisce si ritrovano in Vincenzo Monti e poi ancora in Graziadio Isaia Ascoli (Giovanardi 1998: 241-243). [e ancora] Trissino propose alcune innovazioni ortografiche, da lui coerentemente applicate, se pure con alcuni ‘aggiustamenti di tiro’ e qualche oscillazione, nella stampa di tutte le sue opere e giustificate teoricamente nell’Epistola. Tali innovazioni (Migliorini 1950; Maraschio 1993: 214-216; Marazzini 1999: 57-59), significative anche perché dimostrano una considerazione del volgare come lingua non «del tutto svincolata dal circuito della comunicazione orale» (Pozzi 1989: 157), consistono anzitutto nell’introduzione delle lettere greche ε e ω per indicare le ➔ vocali medie aperte, distinte così dalle chiuse; successivamente (a partire dal Castellano e dai Dubbi grammaticali), per «amor di grecità» l’autore invertì «la assegnazione di ω / o, riservando la lettera greca al suono chiuso e la latina a quello aperto […]. Questo cambiamento, oltre a spezzare la simmetria del sistema, lo rendeva […] meno economico» (Castelvecchi 1986: XXII), data la maggior frequenza in italiano delle o chiuse. Le reazioni alla pubblicazione nel 1524 dell’Epistola da parte di letterati toscani o filotoscani come Firenzuola, Tolomei, Martelli e Liburnio (tutte le opere sono edite in Richardson 1984) si concentrarono soprattutto su questi due segni, anche per le implicazioni che la loro adozione aveva nell’accoglimento del modello tosco-fiorentino (che Trissino non sempre aveva rispettato, stampando, per es., sωgno e sεnza) ed ebbero buon gioco nel dimostrarne la difficile applicabilità. Non va però dimenticato che Trissino propose anche la distinzione tra z sorda e sonora (quest’ultima da lui resa con ζ all’inizio e con ç all’interno di parola), tra i vocale e j semiconsonante, tra u e v.”. Prima rara edizione di uno dei testi basi della linguistica italianadel cinquecento, in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: USTC 861239; EDIT16 25807 ; Brunet, V, col. 952; Morsolin, Giangiorgio Trissino. Monografia d’un gentiluomo letterato nel secolo XVI, p. 479; Gamba 1704; Adams T 950; Mortimer 507 (nota).
n 4° (26.5 × 17.2 cm); (40) pp. for the first work; (26), (2 blank) pp. The title page is wanting. Handsome seventeenth-century binding in stiff vellum. Blue-sprinkled edges. Title in a fine hand on the spine. Some underlining and learned manuscript notes in the margins of the text. On the title page, the exceptionally elegant woodcut device of Gianicolo, depicting the Golden Fleece hanging from a tree guarded by a serpent, with the initials “PT. IA”, surrounded by a border of rules bearing a Greek motto taken from Sophocles’ Oedipus Rex. Printed on high-quality paper and in excellent condition. The second work lacks the title page but is complete in the text. Il Castellano is one of Giovan Giorgio Trissino’s most significant theoretical works in the context of the Renaissance debate known as the “Questione della lingua” (the language question). Published in 1529 by Tolomeo Ianiculo’s press in Vicenza, the text takes the form of a dialogue, a literary genre favoured by humanists for presenting complex arguments in a discursive manner. The work forms part of Trissino’s intellectual project to promote a national literary language, based on terms derived from ancient Tuscan but purged of contemporary popular forms, and advancing what he called the “Italian” or “courtly” language. The dialogue is set in Trissino’s castle (hence the title) and features several distinguished interlocutors, including the author himself, who discuss the nature and legitimacy of this linguistic model in open opposition to the views of Pietro Bembo and the Florentine position espoused by Niccolò Machiavelli. Giovan Giorgio Trissino (1478–1550) was born in Vicenza into a noble and influential family and became one of the most versatile and influential intellectual figures of early sixteenth-century Italy. A humanist, poet, dramatist, diplomat, and linguist, Trissino embodied the ideal of the courtier engaged both in political affairs, in the service of the Pope and the Republic of Venice, and in scholarly research. He is best known for his attempt to reform Italian classical theatre through the tragedy Sofonisba (1515), the first regular tragedy inspired by Greek models, and for his bold, if controversial, proposals for orthographic reform. These called for the introduction of graphic signs to distinguish open from close vowels, such as the use of ε and ω, which he incorporated into his works with the assistance of Arrighi and Gianicolo. His efforts to codify the Italian language, of which Il Castellano is a cornerstone, reflect an aristocratic and cosmopolitan vision of the intellectual, intent on creating a literary norm that would transcend regional particularisms. The figure of Tolomeo Ianiculo (or Gianicolo) is closely associated with Trissino’s publishing activity in Vicenza between 1529 and 1530. Ianiculo was not a printer in the traditional sense, but rather an operator working closely under Trissino’s patronage. Trissino had, in fact, established a private press in Vicenza specifically to publish his own works and disseminate his linguistic and orthographic theories, which required special type and editorial care beyond what the commercial printing houses of the period could provide. Ianiculo therefore acted as the technical executor of Trissino’s projects. Their collaboration, though intensive, was brief: the press produced such important works as Dante’s De vulgari eloquentia (translated by Trissino), the author’s Rime and Poetica, all distinguished by Trissino’s curious typographical style. The scant biographical information about Ianiculo confirms his role as a trusted associate, almost a material scribe of Trissino’s thought and intentions. In Ianiculo, Trissino found the technical means to give physical form to his cultural reforms, making the works printed by Gianicolo among the most elegant of the sixteenth century. First rare edition of one of the foundational texts of sixteenth-century Italian linguistics, in good to excellent condition. Rif. Bibl.: USTC 861239; EDIT16 25807 ; Brunet, V, col. 952; Morsolin, Giangiorgio Trissino. Monografia d’un gentiluomo letterato nel secolo XVI, p. 479; Gamba 1704; Adams T 950; Mortimer 507 (nota).
3.300 euro
3) SCACCHI GIOCHI GIUOCO DEGLI SCACCHI MODENA SCACCHISTI STORIA DEL GIOCO DEGLI SCACCHI GIUOCHI CHESS GAMES THE GAME OF CHESS MODENA CHESS PLAYERS HISTORY OF CHESS GAMES
Il giuoco incomparabile degli scacchi sviluppato con nuovo metodo, per condurre chiunque colla maggior facilità dai primi elementi fino alle finezze più magistrali.
Opera d’Autore Modenese divisa in tre parti.
In Modena, Per gli Eredi di Bartolomeo Soliani, 1769
In 4°; VIII, 383, (1), (2 b.) pp. Bella legatura coeva in piena pelle maculata con ricchi fregi ai tasselli. Dorso a 5 nervi. Titolo in oro su fascetta in oro ad un tassello. Tagli rossi. Una leggerissima brunitura al margine esterno di quattro carte da pagina 265 a 271, leggerissimo, già presente prima della stampa e del tutto inifluente. Qualche lieve strofinatura ma nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Una pecetta ottocentesca con data errata 1749 applicata al margine alto della prima carta bianca. Incisione xilografica al frontespizio. Belle iniziali e finalini xilografici. Prima non comune edizione e ancora meno comune da reperirsi genuino ed in queste condizioni di conservazione. Tre parti in un volume. A pagina 236 incomincia la “Sesta, ed ultima apertura divisa in due capitoli in cui trattasi del Gambitto di Donna, con un’istruzione al nero sopra la sua migliore difesa, essendo il trattato dell’avversario”. Prima edizione rara di una delle più importanti e rinomate opere scacchistiche del settecento. L’opera ebbe subito, dalla sua prima edizione, un’enorme successo tanto da venire ristampata ben 8 volte fino al 1861. Professore di diritto romano presso l’ateneo modenese, sacerdote, compositore e teorico di scacchi, il modenese Domenico Lorenzo Ponzani (Modena, 9 novembre 1719 – Modena, 15 luglio 1796) fu assieme ad altri due modenesi, Ercole Del Rio e Giambattista Lolli, tra i più stimati scrittori di scacchi del Settecento italiano. Ponzani fu personaggio dagli interessi vari e di grande cultura. All’età di 26 anni era già professore universitario di diritto romano presso l’ateneo modenese. Nel 1764 decise di darsi al sacerdozio, carriera che lo portò nel 1766 a divenire canonico del duomo di Modena. Nel 1769 su insistenza di diversi amici, decise di dare alle stampe il suo trattato sul gioco degli scacchi. La scelta di pubblicare l’opera in forma anonima e con la definizione di “Autore Modenese” portò ad una notevole confusione per l’identificazione dell’autore, in quanto, qualche anno prima Ercole del Rio aveva pubblicato, anch’esso la sua opera scacchistica, in forma anonima, firmandosi “l’Anonimo Modenese”. Questo portò diverse studiosi a confondere i due autori e a ritenere l’opera edita da Ponzani come una riedizione dell’opera di Del Rio. E’ probabile che l’idea di pubblicare l’opera in forma anonima e con la definizione di “Autore Modenese” non fosse stata casuale ma dettata dall’idea di utilizzare il successo editoriale ottenuto dall’opera di Del Rio. Indipendentemente da queste supposizioni, l’opera ebbe subito enorme successo, tanto da richiedere una seconda edizione già nel 1773. L’opera di Ponzani divenne uno dei testi “classici” dello scacchismo tanto da venir più volte pubblicato nel corso del settecento e dell’ottocento. A Ponzani viene riconosciuta una notevole originalità e porta il suo nome, ad esempio, una partita, variante dell’apertura del Cavallo di Re. La prima edizione del 1769 è estremamente più rara della seconda edizione. Ponzani ritiratosi in pensione nel 1772, ebbe modo e tempo di dedic
are la sua vita al suo grande amore, il gioco degli scacchi continuando a giocarci fino agli ultimi giorni di vita. Prima edizione non comune a reperirsi in queste genuine condizioni di conservazione. In quest’opera Ponzani inserì un celebre capitolo dedicato ai principali autori che si erano cimentati nella composizione di opere dedicate a quello che veniva definita per antonomasia come il “Giuoco”. Questo capitolo finì così per essere una delle prime bibliografie dedicato agli scacchi, tanto che è universalmente riconosciuto che il Barone Tassilo von Heydebrand und der Lesa iniziò a cimentarsi allo studio storico del gioco degli scacchi dopo la lettura dell’opera di Ponzani.
In quarto: VIII, 383, (1), (2 blank) pages. Handsome contemporary full mottled-leather binding, richly gilt-decorated compartments on the spine; five raised bands; title gilt on a label; red edges. A very slight browning along the outer margin of four leaves, from pages 265 to 271, extremely faint, already present before printing and of no consequence. A few light scuffs, but overall the copy is in good to very good condition. An 18th-century label, bearing the erroneous date 1749, is affixed to the upper margin of the first blank leaf. Woodcut illustration on the title page; attractive woodcut initials and tailpieces. Three parts in one volume. At page 236 begins the “Sixth and final opening, divided into two chapters, dealing with the Queen’s Gambit, with instruction for Black on its best defence, since the treatise is by the opponent.” Rare first edition of one of the most important and renowned chess works of the eighteenth century. From its first appearance, the book enjoyed immediate and considerable success, and was reprinted eight times, up to 1861. Domenico Lorenzo Ponzani of Modena (Modena, 9 November 1719 – Modena, 15 July 1796) was a professor of Roman law at the University of Modena, a priest, composer, and chess theorist. Together with two other Modenese writers, Ercole Del Rio and Giambattista Lolli, he was among the most highly regarded Italian chess authors of the eighteenth century. A man of broad interests and great learning, Ponzani was already a university professor of Roman law at the age of twenty-six. In 1764 he decided to enter the priesthood, a vocation that led him, in 1766, to become a canon of Modena Cathedral. In 1769, at the urging of several friends, he decided to publish his chess treatise. The decision to issue it anonymously, under the designation “A Modenese Author,” led to considerable uncertainty about the author’s identity. Some years earlier, Ercole Del Rio had also published his chess work anonymously, signing himself “The Modenese Anonymous.” This resulted in several scholars confusing the two authors and mistaking Ponzani’s work for a reprint of Del Rio’s. It is possible that the choice to publish anonymously as “A Modenese Author” was deliberate, intended to capitalise on the publishing success of Del Rio’s work. Whatever the motive, Ponzani’s book was an immediate success, and a second edition was required as early as 1773. It became a classic of chess literature and was repeatedly published throughout the eighteenth and nineteenth centuries. Ponzani is recognised for his considerable originality. A variation of the King’s Knight Opening, for example, bears his name. The first edition of 1769 is far rarer than the second. After retiring in 1772, Ponzani was able to devote his time to his great passion, chess, and continued to play until the final days of his life. The work also contains a celebrated chapter devoted to the principal authors who had written on what was, by common usage, simply called “the Game.” This chapter became one of the earliest bibliographies of chess. It is widely acknowledged that Baron Tassilo von Heydebrand und der Lasa began his historical study of chess after reading Ponzani’s work. An uncommon first edition, particularly difficult to find in such an unaltered and well-preserved state.
2.300 euro
4) GEOGRAFIA ATLANTI CARTOGRAFIA ISOLARI PORCACCHI CARTE GEOGRAFICHE ISOLE GRECHE SICILIA CORSICA CUBA CRETA RODI CIPRO GIAMAICA MAIORCA SARDEGNA GEOGRAPHY ATLASES ISLAND BOOKS MAPS GREEK ISLANDS SICILY CORSICA CUBA CRETE RHODES CYPRUS JAMAICA MAJORCA SARDINIA CARTOGRAPHY
Porcacchi Tommaso, Porro Girolamo,
L’isole piu famose del mondo descritte da Thomaso Porcacchi da Castiglione arretino e intagliate da Girolamo Porro padovano con nova aggionta.
Padova, Appresso Paolo et Francesco Galignani fratelli, 1620
In folio; (24), 211, (1) pp. Bella legatura coeva in piena pelle con titolo e fregi in oro ai tasselli. Esemplare genuino ed in ottime condizioni di conservazione. Opera assai rara a reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione e genuina. Edizione che riprende l’edizione del 1604, preferita alle precedenti cinquecentesche, in quanto definitiva e con il massimo numero di tavole. Sesta edizione, ampliata e definitiva, del celebre isolario di Tommaso Porcacchi, illustrato dalle incisioni in rame di Girolamo Porro. Tommaso Porcacchi (Castiglion Fiorentino, circa 1532 – 1576) fu umanista, letterato, traduttore ed erudito, attivo prevalentemente nell’ambiente editoriale veneziano del secondo Cinquecento. I suoi interessi geografici, già documentati dai lavori dedicati agli autori classici, fra cui Pomponio Mela, confluirono nel progetto di un’opera dedicata alle isole del mondo, concepita come una sintesi di geografia, storia e cultura. Porcacchi seppe rinnovare il tradizionale genere degli isolari, integrando la descrizione dei territori con notizie sulle popolazioni, sulle vicende storiche e sulle caratteristiche naturali dei luoghi. Girolamo Porro (Padova, 1520 – 1604) fu incisore e cartografo, specializzato nella produzione di tavole geografiche in rame. La sua collaborazione con Porcacchi diede vita a uno dei più importanti isolari
illustrati del Rinascimento italiano. Nella lettera dedicatoria dell’opera, Porro rivendica un ruolo determinante nell’iniziativa editoriale: fu infatti lui a promuovere il progetto, affidando a Porcacchi la redazione dei testi e riservando a sé la realizzazione delle immagini. La prima edizione apparve a Venezia nel 1572, contemporaneamente ad altri importanti repertori insulari, fra cui quello di Giovanni Francesco Camocio. La prima tiratura comprendeva soltanto trenta carte geografiche; una seconda edizione, considerevolmente ampliata nel testo e nell’apparato iconografico, fu pubblicata nel 1576. Seguirono diverse edizioni postume, fra cui quelle del 1590, 1604, 1605, 1620 e 1686. L’edizione padovana del 1620, dedicata a Giovan Francesco Morosini, rappresenta una fase avanzata di questo processo di ampliamento. Pubblicata dai fratelli Paolo e Francesco Galignani, si distingue per la presenza di 48 tavole calcografiche nel testo, finemente incise da Porro, comprendenti rappresentazioni delle isole, un mappamondo e una carta nautica. Particolarmente significativa è la grande tavola dell’Istria, inserita a pagina 201, firmata da Giacomo Franco e aggiunta nel terzo libro. L’opera descrive e raffigura isole del Vecchio e del Nuovo Mondo. Fra quelle europee e mediterranee figurano Islanda, Ebridi, Orcadi, Irlanda, Inghilterra, Scozia, Maiorca, Minorca, Corsica, Sardegna, Sicilia, Malta, Corfù, Cefalonia, Zante, Creta, Rodi, Cipro e numerose altre isole dell’Egeo. Per le terre extraeuropee sono comprese descrizioni e raffigurazioni di Cuba, Giamaica, Hispaniola, San Lorenzo, San Giovanni e delle Molucche, oltre ad altri territori allora conosciuti attraverso le esplorazioni oceaniche. Il terzo libro assume particolare rilievo per l’attenzione riservata alle scoperte geografiche del Nuovo Mondo e alle conoscenze acquisite nel corso dell’espansione marittima europea. Vi trova spazio anche la descrizione dell’Istria, corredata dalla relativa carta di formato maggiore. Un capitolo e una tavola sono inoltre dedicati alla battaglia navale di Lepanto, combattuta il 7 ottobre 1571 nelle acque presso le isole Curzolari, episodio centrale della storia mediterranea del Cinquecento. Il volume si conclude con la descrizione del mappamondo e della carta per la navigazione, completando un repertorio che unisce finalità geografiche, storiche e pratiche. Gli isolari si svilupparono in Italia fra XV e XVI secolo come strumenti destinati inizialmente alla conoscenza geografica e alla navigazione, assumendo progressivamente una funzione enciclopedica. Porcacchi superò i limiti della semplice guida nautica, adottando un approccio corografico che comprendeva descrizioni fisiche, storiche e culturali. La concezione dell’opera è ampia: accanto alle isole propriamente dette compaiono penisole, grandi territori insulari e regioni che riflettono l’estensione delle conoscenze geografiche dell’epoca. Il “Prohemio” testimonia inoltre lo sforzo dell’autore di precisare il lessico geografico attraverso un glossario di termini specialistici, rivelando un’intenzione metodologica che distingue l’opera
dai repertori puramente illustrativi. L’edizione del 1620 costituisce pertanto una testimonianza fondamentale della cartografia editoriale italiana del Seicento e della trasmissione delle conoscenze geografiche rinascimentali. Edizione assai rara da reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione e genuina. Rif. Bibl.: Franco Pignatti, «Porcacchi, Tommaso», Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 85, 2016; Valerio-Spagnolo, Sicilia 1477–1861. La Collezione Spagnolo-Patermo in quattro secoli di cartografia, 2014, p. 163.
Folio; (24), 211, (1) pp. Handsome contemporary full-leather binding, with gilt lettering and ornamental tooling on the spine labels. Genuine copy in excellent state of preservation. An exceedingly rare work to find in such excellent condition and in its original, unaltered state. An edition based on that of 1604, preferred to the earlier sixteenth-century editions on account of its definitive character and the fullest complement of plates. The sixth, enlarged and definitive edition of Tommaso Porcacchi’s celebrated island book, illustrated with copperplate engravings by Girolamo Porro. Tommaso Porcacchi (Castiglion Fiorentino, c. 1532–1576) was a humanist, man of letters, translator and scholar, active chiefly within the Venetian publishing milieu of the second half of the sixteenth century. His geographical interests, already evident in his works devoted to classical authors, including Pomponius Mela, culminated in the conception of a work dedicated to the islands of the world, intended as a synthesis of geography, history and culture. Porcacchi renewed the traditional genre of the island book by supplementing geographical descriptions with information concerning populations, historical events and the natural characteristics of the places described. Girolamo Porro (Padua, 1520–1604) was an engraver and cartographer specialising in copperplate geographical illustrations. His collaboration with Porcacchi produced one of the most important illustrated island books of the Italian Renaissance. In the dedicatory epistle, Porro claims a decisive role in the editorial undertaking: he was, in fact, the driving force behind the project, entrusting Porcacchi with the preparation of the texts while reserving the illustrations for himself. The first edition appeared in Venice in 1572, contemporaneously with other important island atlases, including that of Giovanni Francesco Camocio. The initial edition contained only thirty maps; a second edition, substantially enlarged in both text and illustrative apparatus, was published in 1576. Several posthumous editions followed, including those of 1590, 1604, 1605, 1620 and 1686. The Padua edition of 1620, dedicated to Giovan Francesco Morosini, represents an advanced stage in this process of expansion. Published by the brothers Paolo and Francesco Galignani, it is distinguished by the inclusion of 48 copperplate engravings within the text, finely executed by Porro, depicting islands and accompanied by a world map and a nautical chart. Of particular significance is the large map of Istria, inserted on page 201, signed by Giacomo Franco and added to the third book. The work describes and depicts islands of both the Old and New Worlds. Among the European and Mediterranean islands represented are Iceland, the Hebrides, the Orkneys, Ireland, England, Scotland, Majorca, Minorca, Corsica, Sardinia, Sicily, Malta, Corfu, Cephalonia, Zante, Crete, Rhodes, Cyprus and numerous other islands of the Aegean. The descriptions and illustrations of overseas territories include Cuba, Jamaica, Hispaniola, Saint Lawrence, Saint John and the Moluccas, together with other lands known through contemporary oceanic exploration. The third book is particularly noteworthy for its attention to the geographical discoveries of the New World and to the knowledge acquired during the European maritime expansion. It also includes a description of Istria, accompanied by its larger-format map. A chapter and an engraving are further devoted to the naval Battle of Lepanto, fought on 7 October 1571 in the waters near the Curzolari Islands, a pivotal event in sixteenth-century Mediterranean history. The volume concludes with descriptions of the world map and the nautical chart, completing a repertory that combines geographical, historical and practical purposes. Island books developed in Italy during the fifteenth and sixteenth centuries, initially serving as illustrated guides for geographical study and navigation, before gradually assuming a more encyclopaedic function. Porcacchi transcended the limitations of the conventional nautical guide by adopting a chorographic approach encompassing physical, historical and cultural descriptions. The scope of the work is remarkably broad: alongside islands in the strict sense, it includes peninsulas, extensive insular territories and regions reflecting the expanding geographical knowledge of the period. The Prohemio further testifies to the author’s effort to establish a precise geographical vocabulary through a glossary of specialised terms, revealing a methodological ambition that distinguishes the work from purely illustrative repertories. The 1620 edition therefore constitutes a fundamental document in the history of seventeenth-century Italian cartographic publishing and the transmission of Renaissance geographical knowledge. An exceedingly rare edition, particularly desirable in such excellent state of preservation and in its original, unaltered condition. Bibliographical references: Franco Pignatti, “Porcacchi, Tommaso,” Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 85, 2016; Valerio–Spagnolo, Sicilia 1477–1861. La Collezione Spagnolo-Patermo in quattro secoli di cartografia, 2014, p. 163.
4.200 euro
5) CLASSICI LATINI VIRGILIANA VIRGILIO BASILEA STAMPATORI CLASSICI DELLA LETTERATURA LATIN CLASSICS VIRGILIAN STUDIES VIRGIL BASEL PRINTERS LITERARY CLASSICS
P. Vergilii Maronis Latinorum poetarum principis, Bucolica, Georgica, et Aeneis, doctissimis Servii Mauri Honorati, & Aelii Donati, excellentium Grammaticorum Commentariis illustrata, multoque nunc quam antehac unquam castigatius excusa.
Basilea, per Hieronymum Curionem, 1544.
In 4° (27×18,5 cm); (8), 621, (3) pp. Legatura in mezza-pergamena. Piatti coevi con dorso rifatto. All’interno esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Una nota alla prima carta bianca “Quid non speramus amantes”. Belle, fitte e pulite note manoscritte coeve a pagina 1. Una delle più belle e filologicamente corrette edizioni cinquecentesche delle opere maggiori di Virgilio, pubblicata a Basilea nel 1544 da Hieronymus Curio e accompagnata dai commenti dei grammatici Servio Mauro Onorato ed Elio Donato. Non comune, due soli esemplari censiti in ICCU. Il frontespizio annuncia un testo «più accuratamente emendato che mai» e presenta il volume come un’edizione corretta e arricchita dall’apparato esegetico di due autorevoli interpreti della tradizione latina. La raccolta comprende le Bucoliche, le Georgiche e l’Eneide, i tre grandi poemi che definirono la fortuna letteraria di Virgilio e ne consolidarono il ruolo di modello della poesia latina. Le Bucoliche, componimenti pastorali in dieci egloghe, rielaborano motivi della poesia ellenistica e inaugurano una rappresentazione idealizzata del paesaggio campestre. Le Georgiche, poema didascalico dedicato al lavoro agricolo e alla vita rurale, uniscono l’argomento tecnico a una meditazione più ampia sulla fatica, sulla natura e sull’ordine del mondo. L’Eneide, poema epico in dodici libri, narra il viaggio di Enea da Troia al Lazio e la vicenda mitica da cui la tradizione romana faceva discendere le proprie origini. La presenza dei commenti di Servio e Donato rispondeva a una prassi editoriale e didattica di lunga durata in quanto le loro interpretazioni accompagnarono per secoli la lettura scolastica e colta di Virgilio, fornendo spiegazioni lessicali, grammaticali, storiche e mitologiche, oltre a chiarimenti sui riferimenti geografici e sulle allusioni del testo. Il loro accostamento all’opera poetica consente di leggere l’edizione non soltanto come una raccolta dei versi virgiliani, ma anche come uno strumento di studio, destinato a favorire la comprensione e l’interpretazione dei poemi. La stampa segue i tratti eleganti e puliti delle edizioni del tipografo
Hieronymus Curio con la sua bella marca tipografica xilografica al frontespizio e all’ultima pagina. La disposizione equilibrata del testo e della marca richiama il gusto tipografico rinascimentale, nel quale chiarezza gerarchica e ornamento convivono senza appesantire la pagina, Virgilio (70–19 a.C.) occupa una posizione centrale nella cultura europea, dalla tarda antichità all’età moderna. La sua opera è un modello di stile, repertorio di figure e fonte di autorità morale e politica. Nel Rinascimento, la riscoperta e la circolazione dei classici alimentarono una vasta attività editoriale: le edizioni corredate di commenti offrivano ai dotti lettori strumenti per confrontarsi con testi complessi e con una tradizione interpretativa ormai secolare. In questo contesto, l’edizione basilese del 1544 documenta la persistente fortuna del poeta e la centralità della filologia umanistica nella trasmissione dei classici. Edizione di notevole interesse per la storia della stampa e degli studi virgiliani del XVI secolo. Non comune ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: ADAMS V. 487; IT\ICCU\VIAE\044666.
In 4to (27 × 18.5 cm); (8), 621, (3) pp. Half-vellum binding. Contemporary boards, rebacked. Internally, a copy in good to very good condition. A note on the first blank leaf reads, “Quid non speramus amantes.” Fine, closely written and clean contemporary manuscript notes on page 1. One of the finest and most philologically accurate sixteenth-century editions of Virgil’s major works, published in Basel in 1544 by Hieronymus Curio and accompanied by the commentaries of the grammarians Servius Maurus Honoratus and Aelius Donatus. Uncommon: only two copies recorded in the ICCU. The title page announces a text “more carefully corrected than ever” and presents the volume as a corrected edition, enriched with the exegetical apparatus of two authoritative interpreters of the Latin tradition. The collection comprises the Bucolics, the Georgics and the Aeneid—the three great poems that secured Virgil’s literary renown and established him as a model of Latin poetry. The Bucolics, a series of pastoral poems in ten eclogues, rework themes from Hellenistic poetry and introduce an idealised depiction of the countryside. The Georgics, a didactic poem devoted to farming and rural life, combine practical instruction with broader reflections on labour, nature and the order of the world. The Aeneid, an epic poem in twelve books, recounts Aeneas’s journey from Troy to Latium and the mythical events from which Roman tradition traced its origins. The inclusion of the commentaries by Servius and Donatus reflects a long-standing editorial and educational practice. For centuries, their interpretations accompanied both the scholarly and classroom reading of Virgil, offering lexical, grammatical, historical and mythological explanations, as well as clarifications of geographical references and textual allusions. Presented alongside the poetry, these commentaries make the edition not merely a collection of Virgil’s verse, but also a scholarly instrument intended to facilitate the understanding and interpretation of the poems. The printing displays the elegant, clean characteristics of Hieronymus Curio’s editions, with his handsome woodcut printer’s device on the title page and final page. The balanced arrangement of text and device evokes Renaissance typographic taste, in which clarity of hierarchy and ornament coexist without burdening the page. Virgil (70–19 BC) holds a central place in European culture, from Late Antiquity to the modern era. His work has served as a model of style, a storehouse of literary figures, and a source of moral and political authority. During the Renaissance, the rediscovery and circulation of classical texts stimulated extensive publishing activity. Editions furnished with commentaries gave learned readers the means to engage with complex works and with an interpretive tradition already centuries old. In this context, the Basel edition of 1544 attests to the poet’s enduring renown and to the central role of humanist philology in transmitting the classics. An edition of considerable interest for the history of printing and sixteenth-century Virgilian scholarship. Uncommon and in good to very good condition.
2.200 euro
6) COSTUMI RARITA’ BIBLIOGRAFICA RIVOLUZIONE FRANCESE GIACOBINI PROVENIENZA NOBILIARE MODA DAVID COSTUMES BIBLIOGRAPHICAL RARITY FRENCH REVOLUTION JACOBINS NOBLE PROVENANCE FASHION JACQUES-LOUIS DAVID
Costumes des représentants du peuple, membres des deux conseils, du directoire exécutif, des ministres, des tribunaux, des messagers d’état, huissiers et autres fonctionnaires publics, etc.
Bruxelles, P.J. Maillart et sœur, s. data (ma 1796-1799 circa).
In 4° piccolo (20,5×13,3 cm); 8 pp. e 19 tavole finemente colorate da mano coeva. Legatura coeva in mezza pelle con il dorso foderato con carta coeva. Qualche segno del tempo ai piatti, qualche minima macchiolina di foxing e nel complesso, all’interno esemplare in buone condizioni di conservazione. Frontespizio a stampa e con coloritura coeva. Al recto del piatto anteriore presenta bellissimo ex-libris nobiliare che identifica l’esemplare al baronetto Sir Charles Leopold Cust III, grande amico delle arti, (1864 – 1931) che ufficiale della Royal Navy fu il miglior amico di Re Giorgio V. L’amicizia tra il baronetto ed il Re andava ben oltre al formale rapporto di corte e durò per tutta la vita. Il rapporto fra i due nacque quando i due, intorno al 1870 prestavano servizio sulla HMS Britannia. All’epoca Giorgio era solo il secondogenito del Principe di Galles e non ancora erede diretto del trono. Nel 1892 quando il principe Giorgio divenne Duca di York a causa della tragica scomparsa del fratello maggiore, volle accanto a se la persona nella quale, più che in ogni altra, riservava la sua fiducia e cioè proprio Sir Charles Leopold Cust III. Proprio per seguire l’amico, il baronetto prese una decisione per lui molto difficile e cioè, dimettersi dalla Royal Navy dopo più di 20 anni di onorato servizio nei mari di tutto il mondo. Da questo momento in poi i due amici furono inseparabili. Sir Cgarles Lepopld Cust III, grand appassionato di arte, fu uno dei più importanti collezionisti del suo tempo, spaziando dai quadri, alle ceramiche, dai marmi ai libri. Il ramo famigliare del baronetto si estinse con lui. Parte delle sue collezioni finirono in diverse istituzioni inglesi ed parte fu venduta in alcune aste che divennero celebri. Rarissima edizione stampata a Bruxelles di quest’importante opera legata alla storia della Rivoluzione Francese ed alla discesa dei francesi in Italia. Il volume descrive i costumi dei rappresentanti del popolo che ricoprivano, nei primissimi tempi rivoluzionari, cariche pubbliche. Durante la Rivoluzione francese, il celebre pittore neoclassico Jacques-Louis David fu incaricato dal Comitato di Salute Pubblica di disegnare i nuovi costumi civici e di funzione per i rappresentanti della nazione e i funzionari pubblici, con l’obiettivo di sostituire l’ostentato lusso dell’Ancien Régime con la sobrietà e la dignità ispirata all’antichità classica. In realtà i costumi da lui disegnati segnarono una nuova forma di eleganza per i funzionari pubblici francesi divenendo ispirazione per la moda dell’epoca. L’opera oltre ad un puro carattere divulgativo, aveva anche il compito di rendere identificabili i vari personaggi pubblici per cittadini dei vari paesi che lentamente venivano legati alla Francia rivoluzionaria. Le descrizioni dei costumi presenti nelle prime 8 pagine in realtà più che focalizzarsi sui costumi (poi meglio descritti dalle immagini), si impegnano a rendere comprensibile la posizione dei personaggi che ricoprono il ruolo pubblico ed anche il funzionamento dei vari organi. Questo delizioso libercolo, stampato in in francese a Bruxelles, ebbe una certa diffusione in Europa e ne esistono anche due edizioni italiane. L’opera, in tutte le sue edizioni divenne poi rara per il susseguirsi degli avvenimenti storici e rarissima questa edizione stampata a Bruxelles. Dopo poco la sua pubblicazione, infatti, con l’avvento dell’epoca napoleonica, il volumetto venne ritirato e distrutto, in quanto considerato una possibile dimostrazione del tradimento dei valori rivoluzionari avvenuta con l’avvento dell’Impero. Opera rarissima ed in buone condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Tourneux, 12550; FRBNF40253519.
Small 4to (20.5 × 13.3 cm); 8 pp. and 19 finely hand-coloured plates, coloured at the time of publication. Contemporary half-leather binding, the spine covered with contemporary paper. Some signs of wear to the boards, a few tiny foxing spots; overall, the contents are in good condition. Printed title page, hand-coloured at the time of publication. On the recto of the front board is a beautiful armorial bookplate identifying the copy as belonging to the baronet Sir Charles Leopold Cust III, a great friend of the arts (1864–1931). An officer in the Royal Navy, he was King George V’s closest friend. The baronet’s friendship with the King went far beyond a formal court relationship and lasted throughout their lives. Their friendship began when the two served aboard HMS Britannia around 1870. At the time, George was only the Prince of Wales’s second son and was not yet the direct heir to the throne. In 1892, when Prince George became Duke of York following the tragic death of his elder brother, he wanted by his side the person in whom he placed greater trust than anyone else: Sir Charles Leopold Cust III. To remain with his friend, the baronet made a very difficult decision: after more than 20 years of honourable service on the seas of the world, he resigned from the Royal Navy. From then on, the two friends were inseparable. Sir Charles Leopold Cust III, a great lover of art, was one of the most important collectors of his time, collecting everything from paintings and ceramics to marble works and books. The baronet’s branch of the family died out with him. Some of his collections went to various British institutions, while others were sold at several auctions that became famous. A very rare Brussels edition of this important work relating to the history of the French Revolution and the French descent into Italy. The volume describes the costumes of the representatives of the people who held public office in the earliest days of the Revolution. During the French Revolution, the celebrated Neoclassical painter Jacques-Louis David was commissioned by the Committee of Public Safety to design new civic and official dress for representatives of the nation and public officials. The aim was to replace the ostentatious luxury of the Ancien Régime with the sobriety and dignity inspired by classical antiquity. In fact, the costumes he designed established a new form of elegance for French public officials and became an inspiration for the fashion of the period. Beyond its purely informative purpose, the work was also intended to help citizens of the various countries gradually brought into the orbit of revolutionary France identify the different public figures. The descriptions of the costumes in the first eight pages, rather than focusing on the costumes themselves—which are described more fully in the illustrations—seek to explain the positions held by the public figures and the workings of the various bodies. This delightful little booklet, printed in French in Brussels, circulated to some extent in Europe; two Italian editions are also known. The work became rare in all its editions as historical events unfolded, and this Brussels edition is particularly rare. Shortly after its publication, with the advent of the Napoleonic era, the booklet was withdrawn and destroyed, as it was considered a possible testament to the betrayal of revolutionary values brought about by the Empire. A very rare work, in good condition. Bibliographical references: Tourneux, 12550; FRBNF40253519.
1.400 euro
7) ORNITOLOGIA UCCELLI PRIME EDIZIONI CAPOLAVORI TIPOGRAFICI LIBRI ILLUSTRATI ORNITHOLOGY BIRDS FIRST EDITIONS TYPOGRAPHICAL MASTERPIECES ILLUSTRATED BOOKS
Recueil de Cent-trente-trois oiseaux, des plus belles especes, gravés sur 87 planches et colorés d’après nature par d’habiles maitres.
A Rome, Chez Bouchard & Gravier Libraires François rue du Cours près l’Eglise de S. Marcel, 1775
In folio (450×360 mm): 84 cc. compreso il frontespizio, invece di 88, mancano le tavole con gli uccelli numerate 21 Falco Aquilino di color rossiccio, 23 Falco con collare famina, 26 Sparviere Pellegrino maschio, 75 Pappagallo cremisi, bleu e verde col corpo nero dell’Isole Filippine, Pappagallo delle Filippine Amazzoni. Legatura coeva in mezza-pelle con titolo e fregi in oro al dorso (qualche restauro). Piatti foderati con carta marmorizzata, in parte lisi o mancante. Tagli rossi. Ogni tavola è protetta da una velina, a volte queste sono brunite. Uno strappo al margine inferiore della tavola 17 senza perdita di carta. Due leggere gore al margine alto e basso della prima metà del volume, mai intense e che non hanno creato problemi ai colori delle tavole. Nel complesso, all’interno in buone condizioni di conservazione. La protezione garantita dalle veline originali ha permesso di preservare la brillantezza della coloritura, confermando la perizia tecnica di chi ha curato la tiratura e la stesura dei pigmenti. Prima ed unica edizione del più bel libro illustrato di uccelli del settecento in sontuosa coloritura coeva. Pubblicata senza testo, questa raccolta comprendeva 87 tavole raffiguranti 133 uccelli. I volatili riprodotti erano principalmente rapaci, avvoltoi, gufi e pappagalli. L’opera di Bouchard si pone come una testimonianza di straordinario pregio nel panorama dell’editoria scientifica e artistica del tardo XVIII secolo, riflettendo la raffinatezza e l’eclettismo culturale che caratterizzavano la bottega romana di Bouchard & Gravier, sita in via del Corso, punto di riferimento privilegiato per i collezionisti e gli intellettuali che risiedevano o transitavano nell’Urbe. L’opera si apre con un frontespizio calcografico sapientemente stampato in rosso e nero, introducendo un corpus iconografico composto originariamente da 87 tavole incise a bulino, qui presenti nel numero di 83, ciascuna finemente acquerellata a mano secondo una
prassi coeva che conferisce alle raffigurazioni una vividezza cromatica di rara efficacia. L’importanza scientifica e bibliografica di questo Recueil risiede nella qualità descrittiva delle 133 specie ornitologiche ritratte, con una predilezione documentata per i rapaci, gli avvoltoi, i gufi e i pappagalli, soggetti che permettevano di esplorare una vasta gamma di sfumature cromatiche e dettagli morfologici. Chiaramente il fatto di ritrarre uccelli non sempre facilmente visibili era anche un’espediente editoriale per attirare il pubblico colto e ricco delle corti europee. La figura di Maddalena Bouchard, autrice delle incisioni, si staglia con interesse nel contesto di una Roma settecentesca dinamica, in cui la presenza di editori francesi come il padre, Giovanni Bouchard, favoriva un fecondo scambio tra le correnti artistiche transalpine e la solida tradizione incisoria italiana. L’opera, pur muovendosi in un ambito più marcatamente estetico che strettamente tassonomico, riflette il fervore dell’epoca per le scienze naturali e l’esotismo, in un momento in cui la classificazione linneana stava ridefinendo l’approccio alla fauna mondiale. Le didascalie trilingui, in francese, latino e italiano che accompagnano ogni illustrazione sottolineano la vocazione cosmopolita della raccolta, rendendola uno strumento di consultazione adatto a un pubblico colto internazionale. La rarità degli esemplari completi, come documentato dalla critica bibliografica di Claus Nissen (Nissen 124) e Jean Anker (Anker 53), trova spiegazione nella diffusa pratica settecentesca di smembrare opere di grande formato, caratterizzate da tavole di eccezionale qualità, per commercializzarle singolarmente come stampe decorative, una sorte che ha purtroppo decimato la sopravvivenza di collezioni integre. Il valore storico dell’opera trascende la pura bellezza delle tavole, inse
rendosi a pieno titolo nel dibattito settecentesco sull’illustrazione scientifica, dove l’accuratezza del dettaglio naturalistico si fonde con l’aspirazione decorativa del libro di lusso. La cura nella disposizione delle figure, spesso incorniciate da una delicata bordura di filetti dipinti in giallo dove sono presenti anche i nomi delle specie di uccelli ritratti, denota una volontà di presentare l’ornitologia non solo come scienza, ma come arte figurativa capace di meravigliare, rispecchiando l’ideale del collezionista illuminato che cercava nel libro il connubio tra il sapere enciclopedico e il piacere visivo del ‘bello’. Maddalena Bouchard, operando in un decennio cruciale per lo sviluppo delle arti grafiche a Roma, ha saputo interpretare questa esigenza con una sensibilità che ha reso il suo Recueil una delle opere più ricercate per la completezza e la qualità delle incisioni, distinguendosi nel panorama editoriale per l’assenza di sovrastrutture descrittive a favore di una centralità assoluta dell’immagine. Tale approccio, se da un lato priva l’opera di una cornice tassonomica moderna, dall’altro la eleva a testimonianza insostituibile di come la cultura europea dell’epoca percepisse e divulgasse la conoscenza del mondo naturale attraverso il filtro privilegiato dell’iconografia stampata e acquerellata, rendendo questo volume un tassello fondamentale per comprendere la storia della bibliografia ornitologica del XVIII secolo e la persistenza del gusto per il collezionismo specialistico. Prima ed unica rara edizione. Rif. Bibl.: Harvard University, Museum of Comparative Zoology, Ernst Mayr Library, OCLC: 786424912 e OCLC: 79913143; Claus Nissen, Die illustrierten Vogelbücher. Geschichte und Bibliographie, Stuttgart 1953; Jean Anker, Bird Books and Bird Art, Levin & Munksgaard, Copenhagen 1938.
Folio (450 × 360 mm): 84 leaves, including the title page, instead of 88. Lacking plates depicting the birds numbered 21, Falco Aquilino di color rossiccio; 23, Falco con collare famina; 26, Sparviere Pellegrino maschio; and 75, Pappagallo cremisi, bleu e verde col corpo nero dell’Isole Filippine, Pappagallo delle Filippine Amazzoni. Contemporary half-leather binding, with gilt lettering and tooling on the spine (some restoration); boards covered with marbled paper, partly worn or missing. Red edges. Each plate is protected by a tissue guard, some of which are browned. A tear to the lower margin of plate 17, without loss of paper. Two light water stains to the upper and lower margins of the first half of the volume, never pronounced and not affecting the colors of the plates. Internally, the copy is in good condition overall. The protection afforded by the original tissue guards has helped preserve the brilliance of the coloring, attesting to the skill involved in both the printing and the application of the pigments. First and only edition of the finest illustrated bird book of the eighteenth century, in sumptuous contemporary coloring. Published without text, this collection comprises 87 plates depicting 133 birds, principally birds of prey, vultures, owls, and parrots. Bouchard’s work is a remarkable contribution to the scientific and artistic publishing of the late eighteenth century, reflecting the refinement and cultural eclecticism of the Roman firm of Bouchard & Gravier, located on the Via del Corso and a favored destination for collectors and intellectuals living in or visiting the city. The work opens with an engraved title page printed in red and black, followed by an iconographic series originally comprising 87 plates engraved with the burin. The present copy contains 83 plates, each finely hand-colored in the contemporary manner, lending the images a rare chromatic vividness. The scientific and bibliographical importance of the Recueil lies in the quality of its depictions of 133 bird species, with a documented preference for birds of prey, vultures, owls, and parrots, subjects that offered scope for a wide range of colors and morphological detail. The choice to depict birds that were not always readily seen also served an evident publishing purpose: to attract the cultivated and affluent audiences of Europe’s courts. Maddalena Bouchard, the engraver of the plates, merits particular interest in the context of a dynamic eighteenth-century Rome. The presence of French publishers, including her father, Giovanni Bouchard, fostered a fruitful exchange between artistic currents from across the Alps and Italy’s well-established printmaking tradition. Although the work is more strongly aesthetic than strictly taxonomic in its approach, it reflects the period’s enthusiasm for natural history and the exotic, at a time when Linnaean classification was reshaping the study of the world’s fauna. The trilingual captions accompanying the illustrations, in French, Latin, and Italian, underscore the collection’s cosmopolitan character and made it accessible to an international learned readership. The rarity of complete copies, noted in the bibliographical literature of Claus Nissen (Nissen 124) and Jean Anker (Anker 53), is explained in part by the widespread eighteenth-century practice of breaking up large-format works with exceptional plates in order to sell the images individually as decorative prints—a practice that greatly reduced the survival of intact sets. The historical importance of the work extends beyond the beauty of its plates. It belongs to the eighteenth-century debate over scientific illustration, in which exact naturalistic detail was combined with the decorative ambition of the luxury book. The careful arrangement of the figures, often enclosed within a delicate border of yellow rules and accompanied by the names of the birds represented, suggests a desire to present ornithology not only as a science but also as a visual art capable of inspiring wonder. This approach reflects the ideal of the enlightened collector, for whom a book could unite encyclopedic knowledge with the pleasures of beauty and vision. Working during a pivotal decade in the development of Rome’s graphic arts, Maddalena Bouchard responded to this appetite with a distinctive sensibility. Her Recueil is sought after for the quality of its engravings and stands out for giving prominence to the images rather than surrounding them with extensive descriptive matter. While this choice leaves the work without the kind of systematic taxonomic framework expected of a modern scientific publication, it also makes the volume an important record of how eighteenth-century European culture represented and disseminated knowledge of the natural world through printed and hand-colored images. The work is thus a significant contribution to the history of eighteenth-century ornithological bibliography and to the study of the enduring appeal of specialist collecting. First and only edition, rare. References: Harvard University, Museum of Comparative Zoology, Ernst Mayr Library, OCLC 786424912 and OCLC 79913143; Claus Nissen, Die illustrierten Vogelbücher. Geschichte und Bibliographie, Stuttgart, 1953; Jean Anker, Bird Books and Bird Art, Copenhagen: Levin & Munksgaard, 1938.
25.000 euro
8) RUSSIA GIAPPONE VIAGGI ESPLORAZIONI PRIME EDIZIONI HOKKAIDO FIRST EDITION JAPAN TRAVELS EXPLORATION RELIGION USI E COSTUMI ORIENT KOURILES MARINA RUSSA
Golovnin Vasilii Mikhailovich, Petr Ivanovich Rikord,
Voyage de M. Golovnin, Capitaine de Vaisseau de la Marine Impériale de Russie, contenant le récit de sa captivité chez les Japonois, pendant les années 1811, 1812 et 1813, et ses Observations sur l’Empire du Japon; suivi de la relation du voyage du M. Ricord, capitaine de vaissseau de la Marine impériale de Russie, aux côtes du Japon en 1812 et 1813, etc.; traduit sur la version allemande; par J. B. B. Eyriès. [Complete]
A Paris, Gide Fils, Libraire, 1818.
In 4° piccolo (22×13,5 cm); due tomi: (4), VI, III, (1 b.), (1), 6-396 pp. e 1 c. di tav. in antiporta con ritratto di “Tacatai-Caki, Commercant Japonais” che fu colui che facilitò la liberazione di Golovnin dalla sua prigionia e (4), 452 pp. e una grande c. di tav. più volte ripiegata con “Carte de l’archipel des Kouriles”. Esemplare assolutamente genuino. Presente la bella brossura editoriale coeva in carta caffè, con titolo e numero del volume impressi in nero su pecetta in carta al dorso. Qualche lieve strofinatura alla brossura ma nel complesso esemplare rarissimo da trovare completo ed assolutamente genuino, ancora in barbe ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima rara edizione francese, rarissima in queste condizioni di conservazione di questa celeberrima opera sul Giappone. Il racconto di Golovnin venne pubblicato per la prima volta a puntate su una rivista russa nel 1815. Nel 1816 uscì la prima edizione in forma di librio che vedeva affiancato al racconto di Golovnin la narrazione del suo secondo in comando Petr Ivanovich Rikord che a differenza di Golovnin riuscì a ritornare subito in Russia e partecipò alle trattative per la liberazione dei compagni. Seguirono quindi una prima edizione in tedesco nel 1817 e nel 1818 le prime edizioni in inglese e francese. La versione francese divenne ben presto la porta d’accesso principale per il pubblico colto dell’Europa occidentale sui fatti del “caso Golovnin” e sul sistema socio-culturale del Giappone dell’inizio del XIX° secolo. L’opera ripercorre le famose vicende di Vasilii Mikhailovich Golovnin (19 April [O.S. 8 April] 1776, Gulyniki, Ryazan Oblast – 11 July [O.S. 29 June] 1831, Saint Petersburg) che fu ufficiale di marina della flotta imperiale russa, esploratore, protagonista e narratore di uno degli episodi più significativi nei primi rapporti tra Russia e Giappone, passato alla storia come “incidente Golovnin”, nonché autore di un resoconto divenuto classico nella letteratura di viaggio in Estremo Oriente. Nato nel governatorato di Rjazan nel 1776, Golovnin fu formato in un’epoca in cui la Marina russa si apriva alle grandi esplorazioni oceaniche. Dopo un periodo di perfezionamento in Inghilterra, a contatto con le più avanzate pratiche di navigazione, venne scelto per partecipare alla seconda circumnavigazione ufficiale russa del globo, al comando della goletta Diana. È in questo contesto che, nel 1811, durante una missione di rilevamento delle isole Curili e delle coste di Hokkaidō, venne catturato con alcuni ufficiali e membri dell’equipaggio dalle autorità giapponesi. La sua prigionia, durata complessivamente quasi due anni e trascorsa in territorio giapponese, in particolare nell’area di Hokkaidō, si colloca in una fase di tensione crescente fra i due Paesi. Pochi anni prima, nel 1804, la missione diplomatica di Nikolaj Rezanov si era conclusa senza risultati, e alcune successive incursioni e razzie russe a Sachalin, nelle Curili e sulle coste settentrionali del Giappone erano state percepite da Edo come vere e proprie azioni ostili. In questo quadro, la “questione Golovnin” assunse subito la dimensione di una crisi internazionale. Il Voyage, nella sua prima edizione francese, che presenta al pubblico europeo una versione completa e ordinata del testo, offre un racconto di notevole ampiezza sulla detenzione di Golovnin, accompagnato da osservazioni di grande valore etnografico e politico. L’autore descrive non solo le condizioni materiali della prigionia, i luoghi, le fortezze, gli interrogatori, ma anche l’organizzazione amministrativa, l’ordinamento militare, il funzionamento della giustizia, i costumi religiosi, le strutture sociali, le abitudini quotidiane dei vari ceti. Ne emerge il quadro raro e precoce di un Giappone ancora rigidamente chiuso alla maggior parte degli stranieri, in pieno regime di sakoku. Golovnin non scrive come semplice marinaio d’azione: è un ufficiale colto, che ha letto con attenzione la storia delle esplorazioni, la filosofia e gli autori illuministi. Il suo resoconto unisce così il tono personale del memoriale alla riflessione generale sul carattere delle istituzioni giapponesi e sulla psicologia di un popolo che, pur diffidente verso l’Occidente, gli appare coerente e strutturato. Il giudizio è spesso severo sulla rigidità del sistema, ma non privo di rispetto per la disciplina e l’ordine sociale che osserva. Elemento di grande interesse è la struttura stessa dell’opera: il secondo volume contiene infatti il resoconto del capitano Pëtr Ivanovič Rikord (1776–1855), allora secondo ufficiale a bordo della Diana, che riuscì a tornare in Russia e a organizzare le operazioni di recupero dei compagni detenuti. Il suo scritto integrato all’interno del Voyage, documenta le complesse trattative intraprese con i giapponesi e il ruolo determinante svolto dal mercante Takadaya Kahei, figura-ponte fra i due mondi, che contribuì a costruire un clima di fiducia e rese possibile la liberazione dei prigionieri nell’ottobre del 1813. Insieme, i due resoconti offrono una visione a doppio registro: dall’interno della prigionia e dall’esterno, sul piano diplomatico. Dal punto di vista della storia del libro, il testo apparve dapprima a puntate in una rivista russa nel 1815, segno della forte risonanza che l’episodio ebbe nell’opinione pubblica dell’Impero. Oggi è universalmente riconosciuto che il Voyage occupa un posto di rilievo fra le prime testimonianze occidentali d’ampio respiro dedicate al Giappone dell’epoca Tokugawa. Accostato ai grandi resoconti britannici, olandesi e francesi, se ne distingue per la prospettiva russa e per la forte componente “diplomatico-militare”. Le edizioni antiche in francese, particolarmente quando integre di tutte le parti testuali e figurative, sono ricercate come documenti chiave dei primi contatti sistematici fra Russia e Giappone e come fonti fondamentali per chi studia l’immagine del Giappone nell’Europa della Restaurazione. Rientrato in patria dopo la liberazione, Golovnin proseguì una brillante carriera nella Marina imperiale, assumendo nel tempo incarichi di alto profilo. Morì a San Pietroburgo nel 1831. Il suo nome resta indissolubilmente legato a questo Voyage, opera che coniuga valore documentario, qualità narrativa e importanza storica, e che conserva, ancora oggi, un ruolo centrale nella biblioteca di ogni collezionista interessato alle esplorazioni russe, alla storia del Pacifico e alla situazione del Giappone pre-Meiji. Rif. Bib.: ICCU IT\ICCU\TO0E\138368; Howgego G15; Cordier, Japonica, pp. 464-465; Richard Wortman, “Texts of Exploration and Russia’s European Identity”, in Russia Engages the World, 2003, pp. 90-118.
Small 4to (22 x 13.5 cm). Two volumes: (4), VI, III, (1 blank), (1), 6–396 pp. and 1 engraved frontispiece plate with the portrait of “Tacatai-Caki, Commercant Japonais,” the Japanese merchant who played a decisive role in securing Golovnin’s release from captivity; and (4), 452 pp. with a large folding engraved plate, “Carte de l’archipel des Kouriles.” A completely genuine copy. Preserved in the contemporary publisher’s wrapper in coffee-brown paper, with printed title and volume number on a small paper label to the spine. Some light rubbing to the wrapper, but overall an exceptionally rare survival in this state: complete, entirely unsophisticated, untrimmed, and in good to very good condition. First French edition, rare in any case and of great rarity in such well-preserved, untouched condition, of this justly celebrated work on Japan. Golovnin’s account first appeared in instalments in a Russian periodical in 1815. The first book edition followed in 1816, bringing together Golovnin’s narrative with that of his second-in-command, Petr Ivanovich Rikord, who, unlike Golovnin, had managed to return immediately to Russia and took part in the negotiations for the release of the detained officers and crew. A German edition appeared in 1817, and the first English and French editions in 1818. The French version very soon became the principal gateway for the educated public of Western Europe to the “Golovnin incident” and to the social and cultural structures of early nineteenth century Japan. The Voyage, in this first French edition presenting a full and carefully ordered version of the text, recounts the famous episode in the life of Vasilii Mikhailovich Golovnin (19 April [O.S. 8 April] 1776, Gulyniki, Ryazan Oblast – 11 July [O.S. 29 June] 1831, Saint Petersburg), distinguished officer of the Imperial Russian Navy, explorer, and central figure in one of the most significant early encounters between Russia and Japan. Trained at a time when the Russian Navy was turning decisively toward great oceanic explorations, and further formed by a period of study in England in contact with the most advanced nautical practice of the day, Golovnin was chosen to serve on Russia’s second official circumnavigation, in command of the sloop Diana. It was in the course of this enterprise that, in 1811, during a hydrographic survey of the Kuril Islands and the coasts of Hokkaidō, he was seized, together with several officers and crewmen, by Japanese authorities. His captivity, lasting almost two years and spent chiefly in Hokkaidō, belongs to a phase of steadily mounting tension between the two empires. The unsuccessful embassy of Nikolai Rezanov in 1804, followed by Russian raids and incursions on Sakhalin, in the Kurils and along Japan’s northern coasts, had been interpreted at Edo as acts of aggression. Against this background, the “Golovnin question” rapidly assumed the proportions of a full blown diplomatic crisis. The Voyage offers not merely a tale of adventure and imprisonment, but a remarkably detailed picture of Tokugawa Japan under the regime of sakoku. Golovnin describes the material conditions of detention, the fortifications, interrogations and movements of prisoners, and at the same time records the administrative system, the military organization, judicial procedures, religious practices, social hierarchy and everyday customs of the various classes. The result is a rare and early Western portrait of a country still largely closed to foreign observation. Golovnin writes not as a mere man of action, but as a cultivated officer who had read widely in the history of exploration, in philosophy and in the works of the philosophes. His narrative combines the immediacy of personal memoir with reflective, often penetrating, commentary on Japanese institutions and on the character of a people who, though deeply suspicious of the West, appear to him internally coherent and highly disciplined. His judgments on the rigidity of the system can be severe, yet are tempered by a certain respect for the order and social stability that he witnesses. Of particular importance is the bipartite structure of the work: the second volume contains the narrative of Captain Pëtr Ivanovich Rikord (1776–1855), at the time second officer of the Diana, who, having escaped capture, returned to Russia and directed the mission to recover his imprisoned comrades. His account, here integrated into the Voyage, documents in detail the negotiations with the Japanese authorities and the crucial role of the merchant Takadaya Kahei, a mediating figure between the two worlds, whose intervention was instrumental in creating a climate of trust and securing the prisoners’ liberation in October 1813. Together, the two narratives offer a double perspective: from within the prison compound and from the outer sphere of diplomacy. From the standpoint of the history of the book, the text’s initial appearance in serial form in 1815 attests to the strong impact the episode made on contemporary Russian opinion. Today the Voyage is universally acknowledged as one of the most significant and extensive early Western accounts of Tokugawa Japan. Placed alongside the great British, Dutch and French travel narratives, it is distinguished by its specifically Russian viewpoint and by the weight it gives to diplomatic and military questions. Early French editions, especially copies complete with all plates and maps and in such unrevised condition as the present, are highly sought after as key documents of the first systematic contacts between Russia and Japan, and as fundamental sources for the study of Japan’s image in Restoration era Europe. On his return from captivity, Golovnin continued a distinguished career in the Imperial Navy, progressively assuming high responsibilities. He died in St Petersburg in 1831. His name remains inseparably linked with this Voyage, a work that unites documentary value, narrative quality and historical significance, and that still occupies a central place in any serious collection devoted to Russian exploration, Pacific history, and pre Meiji Japan. Ref.: ICCU IT\ICCU\TO0E\138368; Howgego G15; Cordier, Japonica, pp. 464–465; R. Wortman, “Texts of Exploration and Russia’s European Identity,” in Russia Engages the World, 2003, pp. 90–118.
1.800 euro
9) PHYSIOGNOMICS PHYSIOGNOMY MYSTICISM OCCULTISM FEMALE BEAUTY WOMEN FIRST EDITIONS BIBLIOGRAPHICAL RARITY ESOTERIC ALCHEMY
Venio Ernesto (Ernest Van Veen anche Ernestus Venius),
Tractatus physiologicus de pulchritudine. Juxta ea quae de sponsa in canticis canticorum mystice pronunciantur. Authore Ernesto Vaenio.
Bruxellis, typis Francisci Foppens, prope Templum Societatis Jesu, sub signo S. Spiritus, 1662
In 8° (16×10 cm); (8), 60, (2) pp. Legatura coeva in cartoncino con motivi in rosa, verde e giallo. Esemplare in buone
-ottime condizioni di conservazione. Prima ed unica non comune edizione di questa celebre opera fisiognomica e alchemica, del famoso Ernest Van Veen , anche conosciuto come, Venio Ernesto o Ernestus Venius, figlio del celeberrimo pittore olandese, Otto Vaenius (Leida, 1556-1558 – Bruxelles, 1629). L’opera presenta un’illustrazione con una vignetta del titolo con un busto femminile e 28 figure di volti di donne e alcuni di animali. Alcune schede bibliografiche riportano un numero di 27 immagini nel testo ed altre di 30 ma tutti gli esemplari consultati e digitalizzati, presentano 28 figure femminili nel testo ed una figura femminile al frontespizio, stampate con lastra singola. L’opera analizza la bellezza femminile cercando di individuare il collegamento fra l’aspetto fisico ed i caratteri. Le tavole presentano anche alcune immagini di animali confrontate con alcuni aspetti fisici di alcuni visi femminili. L’opera nasconde nelle sue pagine un segreto mistico. Il testo, infatti, è diviso in 14 sezioni,
ognuna delle quali inizia con una citazione dal “Cantico dei Cantici” che viene poi seguita da una dissertazione di Venius che vogliono dimostrare come le parole “mistiche” citate all’inizio del capitolo racchiudano il segreto di Salomone della conoscenza della perfetta bellezza femminile. Ogni capitolo si conclude con un componimento poetico in latino di Voenius che sancisce la bellezza. Il primo capitolo, ad esempio si apre con la frase dei cantici “Caput tuum ut Carmelus” seguito dalla descrizione delle caratteristiche che secondo Salamone aveva individuato nella bellezza femminile che presenta punti di contatto con la grazia del cammello come il lungo collo, l’altezza ed i movimenti flessuosi. Con il verso “”Nolite me considerare, quod fusca sim, quia decoloravit me sol” si apre un controverso capitolo nel quale viene celebrata, in modo equivoco, la bellezza femminile delle donne di colore. Opera rara e ricercata, in prima ed unica edizione, in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Benvenuto V, 322; Funck, The Belgian Engraving Book 405; Wellcome V, 322; Brunet V:1026 che ci informa come il titolo bizzarro e singolare dell’opera già di per sé “gives some indication of its singularity.”; Gay Lemonnier III:1228; Krivatsy, Libri a stampa del XVII secolo nella Biblioteca Nazionale di Medicina 12098; Dorbon, Biblioteca Esoterica 5014.
In 8vo (16 × 10 cm); (8), 60, (2) pp. Contemporary card wrappers decorated with pink, green, and yellow motifs. A copy in good to very good condition. First and only edition, uncommon, of this celebrated work on physiognomy and alchemy by the renowned Ernest van Veen, also known as Venio Ernesto or Ernestus Venius, son of the celebrated Dutch painter Otto Vaenius (Leiden, 1556/1558 – Brussels, 1629). The work is illustrated with a title-page vignette depicting a female bust, together with 28 images of women’s faces and several of animals. Some bibliographical records list 27 illustrations in the text, others 30; however, all copies consulted, including digitised copies, contain 28 figures of women in the text and one female figure on the title page, each printed from a separate plate. The work examines feminine beauty, seeking to identify connections between physical appearance and character. The plates also include images of animals, which are compared with certain physical features of women’s faces. The book conceals a mystical secret within its pages. The text is divided into 14 sections, each beginning with a quotation from the Song of Songs, followed by a dissertation by Venius intended to show that the “mystical” words cited at the opening of each chapter contain Solomon’s secret knowledge of perfect feminine beauty. Each chapter concludes with a Latin poem by Voenius celebrating that beauty. The first chapter, for instance, opens with the verse from the Song of Songs, “Caput tuum ut Carmelus” (“Your head is like Carmel”), followed by a description of the qualities that Solomon is said to have recognised in feminine beauty. These are linked to the grace of the camel—its long neck, height, and supple movements. The verse “Nolite me considerare, quod fusca sim, quia decoloravit me sol” (“Do not look upon me because I am dark, for the sun has darkened me”) introduces a controversial chapter in which the beauty of women of colour is celebrated in equivocal terms. A rare and sought-after work, in its first and only edition, in good to very good condition. References: Benvenuto V, 322; Funck, The Belgian Engraving Book, 405; Wellcome V, 322; Brunet V:1026, who observes that the work’s bizarre and singular title “gives some indication of its singularity”; Gay-Lemonnier III:1228; Krivatsy, Libri a stampa del XVII secolo nella Biblioteca Nazionale di Medicina, 12098; Dorbon, Biblioteca Esoterica, 5014.
1.000 euro
10) CARTOGRAFIA ATLANTI PORTOLANI PRIME EDIZIONI MEDITERRANEO GENOVA ISOLE GRECHE TURCHIA NEGROPONTE CANDIA CORSICA SICILIA CARTOGRAPHY ATLASES PORTOLAN CHARTS FIRST EDITIONS MEDITERRANEAN GENOA GREEK ISLANDS TURKEY NEGROPONTE CANDIA CORSICA SICILY
Prima parte dello Specchio del Mare, nel quale si descrivono tutti li porti, spiaggie, baye, isole, scogli, e seccagni del Mediterraneo, con le dimostrationi de fiumi, e dell’altre cose, necessarie a tutti i naviganti, et ad ogni persona studiosa di geografia, et di cosmografia.
Genova, Gerolamo Marino e Benedetto Celle, 1664.
In folio (41,5×28,5 cm); (6), 152 pp. e 25 c. di tav. (di cui 24 a doppia pagina). In antiporta è applicato un foglio volante, con un “Ricordo per Servir d’Instruttione” per i naviganti nel quale si spiega ai navigatori come correggere gli errori di lettura delle bussole nautiche e delle carte geografiche del Mar Mediterraneo. Legatura coeva in piena pergamena rigida con dorso a 6 nervi. Antica nota di possesso privato alla carta di sguardia in bella grafia seicentesca. Un forellino prodotto da antica bruciatura nella carta 19. Una piccolissima perdita di carta nell’angolo inferiore sinistro di carta 18, ininfluente. Un piccolissimo ed ininfluente tunnel di tarlo nel margine basso bianco delle prime 5 carte, un leggerissimo alone al margine esterno di una ventina di carte, praticamente invisibile e del tutto ininfluente e nel complesso esemplare genuino in buone-ottime condizioni di conservazione. Antiporta allegorica finemente incisa, frontespizio con vignetta, iniziali xilografiche, testatine e finalini. Corredato da un apparato iconografico di eccezionale importanza composto da numerose immagini incise nel testo e da un gran numero di carte nautiche incise in rame, che illustrano il bacino del Mediterraneo, i porti, le coste e le insenature. Il suggestivo frontespizio riprende quello dell’opera “Zee-spiegel” dell’olandese Pieter Goos, pubblicato nel 1662 e presenta un cartiglio destinato al titolo e alla dedica a Giovanni Battista della Rovere, il tutto sormontato da un’allegoria della Geografia. Ai lati sono disposti vari strumenti di navigazione come astrolabi, sestanti, bussole ecc. In basso è illustrata un’affascinante battaglia navale. Prima edizione di quest’opera che rappresenta uno dei vertici della produzione cartografica e nautica italiana del XVII secolo. Poco si sa di Francesco Maria Levanto,
figura avvolta da un velo di mistero, se non che fu un capitano genovese che dedicò le sue energie e le sue sostanze alla realizzazione di un progetto di inaudita ambizione: mappare con estrema precisione e completezza l’intero bacino del Mediterraneo. Uno vero e proprio “Specchio” della conoscenza. La “Prima parte dello Specchio del Mare” non è un semplice atlante, ma un vero e proprio compendio di arte nautica e cosmografia. Stampato a Genova nel 1664 dai torchi di Gerolamo Marino e Benedetto Celle, il volume si pone come strumento indispensabile sia per i naviganti, che necessitavano di informazioni affidabili per la navigazione costiera e l’approdo, sia per gli studiosi di geografia dell’epoca. Il titolo stesso, “Specchio del Mare”, richiama una tradizione letteraria e cartografica che intendeva offrire una rappresentazione fedele e immediata — appunto, uno specchio — delle realtà geografiche. Levanto ha saputo coniugare la tradizione del portolano medievale con le nuove esigenze della cartografia scientifica del Seicento. Le tavole che riprendono in modo fedele quelle di Goos, non si limitano a tracciare i contorni delle coste, ma forniscono dettagli tecnici essenziali: la conformazione dei porti, la presenza di scogli, seccagni (secche) e le caratteristiche delle baie. L’opera è celebre per essere la prima ed unica parte pubblicata del progetto che, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto costituire un’enciclopedia completa del Mediterraneo. Poco si conosce della vita privata di Francesco Maria Levanto, se non che egli fu un esperto uomo di mare. La sua biografia è indissolubilmente legata alla sua opera magna. Si tramanda che Levanto abbia curato personalmente, “a sue spese”, l’incisione delle carte appoggiandosi proprio alle carte di Pieter Goos allora fra le più accreditate allora disponibili. Questa dedizione personale di Levanto sottolinea l’importanza del lavoro non solo come produzione editoriale, ma come i
mpresa scientifica autofinanziata, mossa dal desiderio di colmare le lacune della cartografia e marineria contemporanea. Il Levanto si inserisce in quella schiera di studiosi dell’arte nautica che, tra il XVI e il XVII secolo, permisero alla scuola genovese di mantenere un ruolo di primissimo piano nel Mediterraneo. Nonostante l’opera non riscosse da subito il successo che si sarebbe meritata nel 1698, Coronelli che ne apprezzò moltissimo la cura e precisione del testo, ne inserì le carte come ultimo volume del suo Atlante Veneto. L’opera di Levanto è citata dagli storici successivi come esempio di rigore e accuratezza, rendendolo un nome di estrema importanza nella cartografia antica. Questo volume costituisce un tassello fondamentale non solo per la storia della marineria, ma per la comprensione dell’evoluzione del gusto e della scienza nel pieno Seicento italiano. Prima edizione, genuina, senza restauri ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Koeman IV, Lev 1; NMM 3:42 “Little is known about its author, but the work displays a strong Dutch influence, particulary in the style of the Van Keulens.” ; Shirley British Library, M.LEV-Ia; “Ein Handbuch, das sogleich bei See- und Steuerleuten beliebt war. Es war das Ergebnis einer 20jährigen Navigationserfahrung in diesem Raum.” (LGK II, 503).
Folio (41.5 × 28.5 cm); (6), 152 pp. and 25 plates, 24 of them double-page. A loose leaf is mounted on the frontispiece, bearing a Ricordo per Servir d’Instruttione (“Memorandum for Use as an Instruction”) for mariners, explaining how to correct errors in readings taken from nautical compasses and in the geographical charts of the Mediterranean. Contemporary full, stiff vellum binding, with a spine of six raised bands. An early private ownership inscription, in a fine seventeenth-century hand, appears on the front free endpaper. A small hole caused by an old burn on leaf 19. A minute loss to the lower-left corner of leaf 18, without consequence. A tiny, insignificant wormhole in the lower blank margin of the first five leaves; a very faint stain to the outer margin of some twenty leaves, virtually invisible and entirely without consequence. Overall, a genuine copy in good to very good condition. Finely engraved allegorical frontispiece; title page with vignette; woodcut initials, headpieces and tailpieces. The volume is furnished with an exceptionally important illustrative apparatus, comprising numerous images engraved in the text and a large number of copper-engraved nautical charts depicting the Mediterranean basin, its ports, coasts and inlets. The striking title page is modelled on that of the Dutchman Pieter Goos’s Zee-spiegel, published in 1662. It features a cartouche intended for the title and dedication to Giovanni Battista della Rovere, surmounted by an allegorical figure of Geography. Various navigational instruments, including astrolabes, sextants and compasses are arranged at the sides; an enthralling naval battle is depicted below. First edition of a work representing one of the high points of Italian cartographic and nautical production in the seventeenth century. Little is known of Francesco Maria Levanto, a figure shrouded in mystery, save that he was a Genoese captain who devoted his energies and resources to a project of extraordinary ambition: to map the entire Mediterranean basin with the utmost precision and completeness. A veritable “mirror” of knowledge. The Prima parte dello Specchio del Mare is not merely an atlas, but a comprehensive treatise on the art of navigation and cosmography. Printed in Genoa in 1664 by the presses of Gerolamo Marino and Benedetto Celle, the volume served as an indispensable tool both for mariners, who required reliable information for coastal navigation and making landfall, and for
contemporary students of geography. The title itself, “Mirror of the Sea,” evokes a literary and cartographic tradition that sought to present geographical realities faithfully and directly—as in a mirror. Levanto succeeded in combining the tradition of the medieval portolan with the new demands of seventeenth-century scientific cartography. Faithfully reproducing Goos’s charts, the plates do more than trace coastlines: they provide essential technical details concerning the configuration of ports, the presence of rocks and shoals, and the characteristics of bays. The work is renowned as the first and only part of a project which, in the author’s conception, was to become a comprehensive encyclopaedia of the Mediterranean. Little is known of Francesco Maria Levanto’s private life, beyond the fact that he was an experienced seafarer. His biography is inseparable from his magnum opus. It is said that Levanto personally oversaw the engraving of the charts “at his own expense,” drawing upon the charts of Pieter Goos, then among the most highly regarded available. Levanto’s personal commitment underscores the significance of the work not merely as an editorial production, but as a self-financed scientific undertaking, driven by a desire to remedy shortcomings in contemporary cartography and maritime practice. Levanto belongs to the company of scholars of navigation who, between the sixteenth and seventeenth centuries, enabled the Genoese school to maintain a pre-eminent position in the Mediterranean. Although the work did not immediately achieve the success it deserved, in 1698 Coronelli, who greatly admired the care and precision of its text, incorporated its charts as the final volume of his Atlante Veneto. Later historians cited Levanto’s work as an example of rigour and accuracy, establishing him as a figure of considerable importance in the history of early cartography. This volume is an essential contribution not only to the history of navigation, but also to an understanding of the development of taste and learning in mid-seventeenth-century Italy. First edition, genuine, unrestored, and in good to very good condition.
19.800 euro
11) STATUTI PARMA INCUNABOLI PRIME EDIZIONI STAMPATORI UGOLETTI TIPOGRAFIA RARITA’ STATUTES OF PARMA INCUNABULA FIRST EDITIONS UGOLETTI PRINTERS TYPOGRAPHICAL RARITY
Statuta hec Magnifice Civitatis Parmae diligenter emendata: multis superfluis abrasis: obsuris declaratis …
Parma, Impressa Angeli Ugoleti civis parmensis Hilarii Ugoleti filii diligenti cura & opera solerti… anno …1494 xvi Kal. Octob.
In folio (31×20 cm); (18), CCXXVI cc. Piatti coevi in legno, dorso rifatto in epoca ottocentesca in pelle con dorso a tre nervi e titolo, stampatore, luogo ed anno impressi a secco ai tasselli. Qualche tarlo ai piatti, titolo manoscritto al piatto anteriore. Una pecetta di rinforzo al margine interno bianco delle prime due carte e delle ultime due carte. Due forellini di tarlo alle prime 18 carte, piccoli ed ininfluneti, un forellino di tarlo nelle ultime 50 carte, anche questo piccolo ed ininfluente. Una leggerissima gora al margine interno di una trentina di carte, sempre lontano dal testo e anche questa ininfluente. All’ultima carta un piccolo tunnel di tarlo che lede due lettere e per il resto, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Ex-libris nobiliare all’interno del piatto anteriore. Prima edizione di questi celeberrimi statuti di Parma editi dal celebre stampatore Angelo Ugoletti. Gli Statuta hec Magnifice Civitatis Parmae, impressi a Parma nel 1494, rappresentano una testimonianza fondamentale della cultura giuridica e della storia dell’amministrazione cittadina nel tardo Quattrocento. Pubblicata sotto la direzione e la cura di Angelo Ugoletti, figlio di Ilario Ugoletti, l’opera incarna l’impegno delle autorità parmensi nel consolidare e razionalizzare il corpo normativo che regolava la vita pubblica, economica e sociale della città. Il titolo, che annuncia una diligente emendazione dei precedenti statuti, ottenuta attraverso l’eliminazione delle norme superflue e il chiarimento di quelle oscure, sottolinea lo spirito umanistico con cui veniva approcciato il diritto cittadino. Questa revisione non costituiva solo un atto amministrativo, ma rifletteva la necessità di adattare un complesso di regole, spesso stratificate in secoli di consuetudini comunali, alle nuove esigenze di controllo e ordine dello Stato cittadino. La stampa del 1494 si inserisce in un periodo in cui le corti italiane, tra cui quella dei Farnese e le influenze milanesi, cercavano di rafforzare la propria autorità tramite una codificazione chiara e definitiva delle leggi locali. L’edizione si distingue per la pulizia tipografica tipica degli incunaboli parmensi di fine secolo. La cura di Angelo Ugoletti nel supervisionare la stampa riflette una professionalità tipografica che mirava a conferire autorevolezza e durata al testo legale, essenziale per la consultazione nelle cancellerie e presso i giuristi dell’epoca. Gli statuti cittadini di quest’epoca disciplinavano fra l’altro, magistrature e uffici comunali, procedimenti giudiziari, commercio, dazi, arti e mestieri, ordine pubblico e rapporti con gruppi soggetti a norme particolari
. Si trovano così le regole da seguire contro i malefici, i sodomiti ma anche sul modo di gestire i vari mestieri o sul modo da tenere i canali. Angelo Ugoletti (o Ugoleto) operò a Parma negli ultimi anni del XV secolo, distinguendosi come uno dei protagonisti della precoce e vivace stagione tipografica parmense. Membro di una famiglia che aveva già consolidato una certa rilevanza nella vita cittadina, Angelo ereditò dal padre, Ilario Ugoletti, non solo il mestiere, ma anche il rigore necessario per gestire una bottega di stampa che doveva servire le esigenze intellettuali e legali della città. La produzione tipografica di Angelo Ugoletti è caratterizzata da una spiccata attenzione per i testi di carattere giuridico, amministrativo e umanistico. Egli agì non solo come mero tecnico, ma come un mediatore culturale che comprendeva il valore del libro stampato come strumento di propaganda giuridica e di prestigio civile. La sua collaborazione con le autorità locali per la stampa degli Statuta del 1494 dimostra la fiducia che la comunità civica riponeva nella sua officina, riconoscendogli la competenza necessaria per gestire testi di tale importanza, dove l’accuratezza del testo era condizione essenziale per la validità legale. La sua attività editoriale a Parma si iscrive nel solco di quella tradizione tipografica emiliana che, pur non raggiungendo la scala industriale di centri come Venezia o Milano, seppe mantenere standard di alta qualità, contribuendo in modo decisivo alla diffusione della cultura del libro in ambito locale e regionale. Angelo Ugoletti, attraverso la sua dedizione all’arte tipografica “diligenti cura & opera solerti”, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia editoriale parmense. Prima rara edizione di questo incunabolo parmense. Rif. Bibl.: Goff, S – 721; Fontana, Statuti, II, p. 341.; . Proctor, 6872.; H. – C., 15016; I.G.I., 7231; B.M.C., VII, 946; Manzoni, Bibl. statutaria, I, pp. 350 – 51; Bibl. del Senato, Statuti, V, pp. 220 – 21.
In folio (31×20 cm); 18 leaves, CCXXVI leaves. Contemporary wooden boards, spine restored in the nineteenth century in leather with three raised bands and title, printer, place, and year embossed in the panels. Some worming on the boards, manuscript title on the front cover. A reinforcement slip on the white inner margin of the first two and last two leaves. Two small and insignificant wormholes on the first 18 leaves, one small and likewise insignificant wormhole in the last 50 leaves. A very slight stain on the inner margin of about thirty leaves, always far from the text and likewise insignificant. On the last leaf, a small worm tunnel affecting two letters, otherwise a copy in good to excellent condition. Noble bookplate on the inside of the front cover. First edition of these most celebrated statutes of Parma, issued by the renowned printer Angelo Ugoletti. The Statuta hec Magnifice Civitatis Parmae, printed in Parma in 1494, represent a fundamental testimony of the legal culture and the history of municipal administration in the late fifteenth century. Published under the direction and care of Angelo Ugoletti, son of Ilario Ugoletti, the work embodies the commitment of the Parmese authorities to consolidate and rationalize the normative body regulating the public, economic, and social life of the city. The title, which announces a diligent emendation of the previous statutes, obtained through the elimination of superfluous norms and the clarification of obscure ones, highlights the humanistic spirit with which civic law was approached. This revision did not merely constitute an administrative act, but reflected the necessity to adapt a complex of rules, often stratified over centuries of municipal customs, to the new requirements of control and order of the city State. The 1494 printing takes place in a period in which Italian courts, including that of the Farnese and Milanese influences, sought to strengthen their authority through a clear and definitive codification of local laws. The edition is distinguished by the typographical cleanliness typical of Parmese incunabula of the end of the century. Angelo Ugoletti’s care in supervising the printing reflects a typographical professionalism aimed at conferring authority and longevity to the legal text, essential for consultation in the chanceries and by the jurists of the time. The city statutes of this era regulated, among other matters, magistracies and municipal offices, judicial proceedings, commerce, duties, arts and crafts, public order, and relationships with groups subject to particular norms. Thus, one finds the rules to be followed against malefactors and sodomites, as well as those concerning the management of various crafts or the maintenance of the canals. Angelo Ugoletti, also known as Ugoleto, operated in Parma during the final years of the fifteenth century, distinguishing himself as one of the protagonists of the early and vibrant Parmese typographical season. A member of a family that had already consolidated a certain prominence in civic life, Angelo inherited from his father, Ilario Ugoletti, not only the trade but also the rigor necessary to manage a printing workshop that had to serve the intellectual and legal needs of the city. Angelo Ugoletti’s typographical production is characterized by a marked attention to texts of a legal, administrative, and humanistic nature. He acted not merely as a technician, but as a cultural mediator who understood the value of the printed book as an instrument of legal propaganda and civic prestige. His collaboration with local authorities for the printing of the 1494 Statuta demonstrates the trust that the civic community placed in his workshop, recognizing the competence necessary to handle texts of such importance, where the accuracy of the text was an essential condition for legal validity. His editorial activity in Parma follows in the wake of that Emilian typographical tradition which, although not reaching the industrial scale of centers such as Venice or Milan, knew how to maintain high quality standards, contributing decisively to the diffusion of the culture of the book at a local and regional level. Through his dedication to the typographical art, carried out with “diligenti cura & opera solerti,” Angelo Ugoletti has left an indelible mark on Parmese editorial history. Rare first edition of this Parmese incunable. Bibliographical References: Goff, S – 721; Fontana, Statuti, II, p. 341; Proctor, 6872; H. – C., 15016; I.G.I., 7231; B.M.C., VII, 946; Manzoni, Bibl. statutaria, I, pp. 350 – 51; Bibl. del Senato, Statuti, V, pp. 220 – 21.
8.000 euro
12) MANOSCRITTO MILITARIA TORINO INGEGNERIA MILITARI FORTIFICAZIONI MECCANICA MILITARY MANUSCRIPT MILITARIA TURIN MILITARY ENGINEERING FORTIFICATIONS MECHANICS
Modelli di Cannoni ed altro per uso e studio di Pietro Bardet di Villanova,
S. luogo (ma probabilmente Torino), 1759
In folio (25,6×18,2 cm). [108] cc. nn. Delle quali 50 bianche. Legatura coeva in piena pelle marmorizzata con dorso con con ricchi fregi in oro, qualche lieve strofinatura. Tagli spruzzati. Qualche piccolo forellino dovuto all’inchiostro in poche tavole e nel complesso, esemplare in ottime condizioni di conservazione. Un frontespizio allegorico e 57 splendide illustrazioni raffiguranti cannoni, bombarde, affusti per traino, carriaggi, fortificazioni
strumenti del bombardiere disegnate a matita e a china e acquarellate a mano entro riquadro ornamentale. Alcune delle illustrazioni sono state applicate. Minime tracce di usura. Ex-libris Mark Dineley al contropiatto anteriore e timbro Ten. Genera. le Bardet al frontespizio e alla prima tavola. L’opera è attribuibile a Pierre Bardet de Villeneuve, ingegnere e scrittore autore di un Cours de la science militaire (1740-1742) e di una Pianta generale degli scavi di Ercolano (1742). Michaud 154 scrive che nacque nel 1680 circa e iniziò la sua carriera militare combattendo per la Spagna agli ordini del marchese di Santa Cruz; quando Carlo III fu fatto Re delle Due Sicilie Bardet de Villeneuve passò al suo servizio con il titolo di ingegnere ordinario (Cfr. Patente regale venduta da Christies nel 1993, datata Napoli 1740, con la quale Carlo di Borbone concede all’ing. Pietro Bardet di Villanova di fregiarsi del titolo accademico e ordinario). Notizie di archivio lo danno direttore dei lavori negli scavi di Pompei ed Ercolano dal 1741 al 1745 insieme a Rorro, in sostituzione di D’Alcubierre; sua è una Pianta generale degli scavi di Ercolano, iniziata nel 1742 e finita dal Weber. Composizione estremamente fine ed elegante.
Folio (25.6 × 18.2 cm); (108) unnumbered leaves, 50 of them blank. Contemporary full binding in marbled leather, the spine richly tooled in gilt; a few light scuff marks. Sprinkled edges. A few tiny ink-burn holes affect several plates; overall, a copy in excellent state of preservation, with only minimal signs of wear. The volume contains an allegorical title page and 57 splendid illustrations of cannon, mortars, gun carriages, military wagons, fortifications and the tools of the bombardier. Drawn in pencil and ink, they are hand-coloured in watercolour and enclosed within ornamental borders. Some of the illustrations have been mounted. Mark Dineley bookplate to the front pastedown; the stamp of Lieutenant-General Bardet appears on the title page and first plate. The work is attributable to Pierre Bardet de Villeneuve, an engineer and author of the Cours de la science militaire (1740–1742) and a Pianta generale degli scavi di Ercolano (1742). Michaud (p. 154) states that Bardet de Villeneuve was born circa 1680 and began his military career fighting for Spain under the Marquis of Santa Cruz. When Charles III became King of the Two Sicilies, Bardet de Villeneuve entered his service with the title of ingénieur ordinaire. This is corroborated by a royal commission sold by Christie’s in 1993, dated Naples, 1740, in which Charles of Bourbon grants the engineer Pietro Bardet di Villanova the right to bear the academic and official title. Archival records identify him, together with Rorro, as director of the excavations at Pompeii and Herculaneum from 1741 to 1745, succeeding D’Alcubierre. The general plan of the excavations at Herculaneum was begun by Bardet in 1742 and completed by Weber. A work of exceptionally refined and elegant composition.
6.400 euro
13) ARTIGLIERIA MANOSCRITTI BOMBARDE MILITARIA INGEGNERIA MILITARE CANNONI ARTILLERY BOMBARDIERS MORTARS CANNONS MILITARY ENGINEERING BOLOGNA
ANNO MDCCLVI, Diverse Specie d’Artiglieria e Mortari, secondo l’uso moderno di Francia, di Fiandra, e di Allemagna, e secondo l’uso Antico, le quali diverse spezie di Artiglieria e Mortari, sono in questo Libro delineate, e poste in proporzione secondo le sue giuste misure, come resta delineato gli Strumenti necessari al Bombardiere, e gli Attrezzi occorrenti all’Artiglieria e Mortari, e il tutto vien diviso in sei parti.
Bologna, 1756
In folio oblungo (53,1×40 cm); 46 cc. alcune più volte ripiegate. Legatura coeva in cartoncino molle foderato con bella carta coeva caffè. All’interno del piatto anteriore ex-libris privato novecentesco. Esemplare in magnifiche condizioni di conservazione. Magnifico manoscritto interamente calligrafato e acquerellato a mano atto ad istruire i professionisti della prima linea d’artiglieria. Il frontespizio è sormontato dal caratteristico stemma araldico della città di Bologna, riconoscibile dal cartiglio circolare con il motto ripetuto “LIBERTAS” e i relativi quarti della croce rossa in campo bianco e dell’emblema cittadino. Il volume non venne mai consegnato alle autorità in quanto, oltre alla legatura povera “d’attesa”, risulta non ultimata in alcuni dettagli marginali. Infatti vari interventi a matita risultano non esser mai stati cancellati e la tavola 30, quella raffigurante gli “attrezzi e strumenti per serviggio di mortari ecc.”, ha parti di coloritura non terminati. L’opera si suddivide in sei parti: Prima Parte Strumenti scientifici, geometrici e di puntamento necessari alla professione del Bombardiere (es. compassi, squadre, calibri); Seconda Parte Attrezzi e manovre d’armamento occorrenti alla gestione fisica dei pezzi d’artiglieria (focalizzato in particolare sul pezzo da 24 libbre francese); Terza Parte Pezzi d’artiglieria moderni e antichi secondo i sistemi in uso in Francia, Fiandra e Germania, corredati dai rispettivi affusti e casse in legno o ferro; Quarta Parte Analisi dei mortari di ogni specie (inclusi i modelli di nuova invenzione francesi) con attrezzi correlati e relativi affusti metallici e lignei; Quinta Parte Illustrazione specifica dei pezzi d’artiglieria e dei mortari sabaudi (“dei Sardi”), suddivisi in tre generi con i relativi affusti; Sesta Parte Trattazione e classificazione degli storici pezzi d’artiglieria antichi. Le tavole disegnate e dipinte con estrema finezza e precisione, illustrano gli strumenti del bombardiere come l’Agocchia (ago per forare il sacchetto di polvere attraverso il focone) e il Sorbietta (straccio/spugna di pulizia), la Cucchiara (cucchiaione metallico per inserire la polvere sfusa nella canna) e relativo Modello, lo Stivatore (calcatore) e le Lanate (scovoli per spegnere le faville residue, qui mostrate anche in varianti avanzate “a vite” e “di nuova invenzione”), il Frontello della mira e l’Instrumento per porre il punto alli pezzi, i Cunei di legno (per regolare l’alzo sotto la culatta), la Capra (il grande treppiede ligneo con argano usato per incavalcare e discavalcare le pesanti canne di bronzo dagli affusti), la Leva di ferro e la Manovella, gli strumenti di misurazione come il Compasso, il Calibre (regolo millimetrato), il compasso di Proporzione e la squadra ma anche i vari tipi
di miccie, di proiettili, di cannoni con disegni non solo esteticamente pregevoli ma anche particolarmente precisi da un punto di vista ingegneristico. Si qualifica formalmente come Bombardiere. Nella dedica iniziale si rivolge alle autorità cittadine bolognese (“Ill.mi ed Eccelsi Signori”, identificabili con i membri del Senato di Bologna o della Magistratura degli Anziani Consoli). L’autore specifica che l’opera non è frutto di una speculazione teorica isolata, ma una raccolta accurata derivata “da più accreditati Autori si antichi che moderni”, ridisegnata in scala (“con le dovute proporzioni”) per approfondire le competenze necessarie alla propria carica militare. Istituzione di Riferimento: Nella Bologna del Settecento (all’epoca seconda città dello Stato della Chiesa), il corpo dei Bombardieri operava presso le fortificazioni cittadine e la locale fortezza di Castel Bolognese o all’interno delle milizie urbane. L’addestramento includeva forti nozioni di matematica e geometria applicata. Il riferimento nella quinta parte ai pezzi d’artiglieria “dei Sardi” è di grande rilievo storiografico. Nel 1756, il Regno di Sardegna (sotto la dinastia dei Savoia) stava portando avanti profonde riforme militari e tecnologiche, guidate dal generale e scienziato Giovanni Battista d’Antoni (direttore delle Scuole Teoriche di Artiglieria e Fortificazione di Torino). Il fatto che un bombardiere pontificio a Bologna studiasse i modelli sardi, francesi e tedeschi dimostra la circolazione europea dei manuali tecnici e l’alto livello di aggiornamento professionale dell’autore. L’opera, infatti, illustra numerosi tipi di cannoni diversi per dimensioni ed utilizzo riproducendoli con estrema cura. Esemplare in magnifiche condizioni di conservazione di manoscritto d’artiglieria. Esemplare unico e mai edito.
Oblong folio (53.1 × 40 cm); 46 leaves, some folded several times. Contemporary limp-board binding, covered in fine contemporary coffee-coloured paper. Private bookplate affixed to the inside of the upper cover. A copy in magnificent state of preservation. A splendid manuscript, entirely calligraphed and hand-coloured, intended to instruct frontline artillery specialists. The title page is surmounted by the characteristic heraldic arms of the city of Bologna, recognisable by the circular scroll bearing the repeated motto “LIBERTAS,” together with the quartered red cross on a white field and the civic emblem.The volume was never delivered to the authorities because, in addition to its poor “d’attesa” binding, it appears unfinished in certain minor details. Indeed, various pencil annotations were never erased, and plate 30, depicting the “attrezzi e strumenti per serviggio di mortari ecc.,” has areas of incomplete colouring. The work is divided into six parts: Part I: Scientific, geometrical and sighting instruments required in the bombardier’s profession, such as compasses, squares and gauges; Part II: Tools and procedures for the handling and operation of artillery pieces, with particular emphasis on the French 24-pounder; Part III: Modern and
ancient artillery pieces according to systems in use in France, Flanders and Germany, accompanied by their respective wooden or iron carriages and chests; Part IV: An examination of mortars of every kind, including newly invented French models, with their associated implements and metal or wooden carriages; Part V: A detailed account of Savoyard artillery pieces and mortars (“dei Sardi”), divided into three categories and shown with their respective carriages; Part VI: A discussion and classification of historic ancient artillery pieces. The plates, drawn and painted with exceptional delicacy and precision, illustrate the bombardier’s tools, including the Agocchia (a needle used to pierce the powder cartridge through the vent) and the Sorbietta (a cleaning rag or sponge); the Cucchiara (a metal ladle for loading loose powder into the bore) and its pattern; the Stivatore (rammer) and the Lanate (swabs used to extinguish residual sparks, here also shown in advanced forms, including the “screw” and “newly invented” varieties); the front sight and the instrument for establishing the point of aim on the guns; wooden wedges for adjusting elevation beneath the breech; the Capra, a large wooden tripod fitted with a winch, used to mount and dismount heavy bronze barrels on their carriages; the iron lever and the crank; measuring instruments such as the compass, the Calibre (graduated rule), the compass and the square; as well as various kinds of match, projectiles and cannon. The illustrations are not only aesthetically accomplished but also notably precise from an engineering standpoint. The author formally identifies himself as a bombardier. In the opening dedication, he addresses Bologna’s civic authorities (“Most Illustrious and Most Exalted Lords”), identifiable as members of the Senate of Bologna or of the magistracy of the Anziani Consoli. The author states that the work is not the product of isolated theoretical speculation, but a carefully assembled compilation drawn “from the most authoritative authors, both ancient and modern,” redrawn to scale (“in due proportion”) in order to deepen the knowledge required by his military office. Institutional context: In eighteenth-century Bologna, then the second city of the Papal States, the corps of bombardiers served in the city’s fortifications and local stronghold, Castel Bolognese, or among the urban militia. Their training included substantial instruction in mathematics and applied geometry. The reference in Part V to “Sardinian” artillery pieces is of considerable historiographical significance. In 1756, the Kingdom of Sardinia, under the House of Savoy, was pursuing far-reaching military and technological reforms, led by the general and scientist Giovanni Battista d’Antoni, director of the Theoretical Schools of Artillery and Fortification in Turin. The fact that a papal bombardier in Bologna studied Savoyard, French and German models demonstrates the circulation of technical manuals across Europe and the author’s high level of professional currency. The work, indeed, depicts numerous types of cannon, differing in size and purpose, reproduced with exceptional care. A copy of a manuscript on artillery in magnificent state of preservation. A unique copy, never published.
14) STATUTO ALBERTINO CURIOSITA’ LIBRI MINIATI LEGATURA STILE NEORINASCIMENTALE DIRITTO MANOSCRITTO CURIOSITA’ POLITICA SINISTRA STORICA
Tadolini Antonio,
Statuto del Regno d’Italia Manoscritto di Antonio Tadolini.
(Modena, 31/7/1902)
In 12° (14×10 cm); 88 pp. Bellissima legatura coeva in piena pelle con titolo e ricchi fregi liberty al piatto anteriore. Dorso a 4 nervi con fregi in oro. Al piatto posteriore, impressioni a secco e 5 umboni al piatto posteriore. Cornice in oro all’interno dei piatti che si presentano foderati in seta, come anche la prima carta bianca. Tre segnalibri, uno rosso, uno bianco e uno verde in raso. Tagli dorati. Ogni carta è dipinta su una sola facciata protetta da una velina. La legatura è stata probabilmente realizzata dalla storica Bottega dei Gozzi. Importante dedica al primo piatto anteriore “All’Eccellenza di Giuseppe Zanardelli Presidente del Consiglio Ministri, omaggio rispettosissimo di Antonio Tadolini, Modena 31/7/1902”. Segue poi una seconda dedica “Al caro Ettore in ricordo del mio Papà, l’Amico Angelo Pavia, (?) Pavia, Roma.26.5.1933. Magnifico e finissimo manoscritto con iniziali ornate, dorate, scritto a più colori che contiene lo Statuto del Regno d’Italia con tutti i suoi articoli con la divisione originale “Dei diritti e dei doveri dei cittadini”, “Del Senato”, “Della Camera dei Deputati”, “Dei Ministri”, “Dell’Ordine giudiziario”, “Disposizioni generali”, “Disposizioni transitorie”. Non vi sono notizie reperibili su Antonio Tadolini ma con ogni probabilità è uno dei discendenti dello scultore Adamo Tadolini che fu allievo di Antonio Canova. L’opera è dedicata al grande patriota e uomo politico italiano Giuseppe Zanardelli (Brescia, 26 ottobre 1826 – Toscolano Maderno, 26 dicembre 1903) e venne realizzata pochi mesi prima della di lui morte. Zanardelli fu uno dei massimi esponenti della Sinistra Storica e una delle figure chiavi della vita politica italiana del XIX° secolo e ricoprendo la carica di Presidente del Consiglio, preparò l’avvento del periodo giolittiano. La seconda dedica fa chiaramente riferimento al celebre avvocato, massone e politico socialista italiano, Angelo Pavia (Venezia, 23 febbraio 1858 – Roma, 26 maggio 1933) che fu anche senatore a vita. Infatti l’opera viene donata il giorno della morte di Angelo Pavia. Lo scritto richiama lo stile neo-rinascimentale tanto in voga sul finire dell’ottocento. Lo Statuto Albertino, promulgato il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia, nacque come carta fondamentale del Regno di Sardegna e divenne, dopo l’unificazione, la costituzione del Regno d’Italia. La sua storia racchiude una trasformazione significativa: un atto concesso dal sovrano, pensato inizialmente per una monarchia sabauda, fu assunto come ordinamento di uno Stato più vasto e composito. La carta delineava una monarchia costituzionale ereditaria. Il Parlamento era formato da due Camere: il Senato, i cui membri erano nominati dal re, e la Camera dei deputati, eletta secondo una legge che limitava il suffragio. Il sovrano conservava prerogative rilevanti: nominava i
ministri, partecipava alla funzione legislativa e comandava le forze armate. Nel tempo, tuttavia, la prassi parlamentare accrebbe il peso della Camera elettiva e dei governi responsabili davanti ad essa. Lo Statuto riconosceva alcuni diritti, come l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà personale e quella di stampa. Tali garanzie non erano assolute: la legge ordinaria poteva disciplinarle e limitarle. Anche la religione cattolica era dichiarata religione di Stato, mentre gli altri culti erano tollerati secondo le leggi. La sua flessibilità fu insieme forza e debolezza. Non essendo protetto da procedure di revisione aggravate, lo Statuto poté adattarsi a cambiamenti politici profondi senza essere formalmente sostituito. Ma la stessa caratteristica lasciava ampio spazio all’interpretazione e all’espansione dei poteri, anche in senso autoritario. Per quasi un secolo, lo Statuto accompagnò l’evoluzione dello Stato italiano: dalla monarchia liberale alle crisi del Novecento, fino alla fine della monarchia. Nel 1946, con la nascita della Repubblica, cessò di essere la legge fondamentale; la Costituzione repubblicana entrò in vigore il 1º gennaio 1948. La sua vicenda resta così un osservatorio privilegiato sul passaggio dall’assolutismo alla rappresentanza politica e sui limiti delle costituzioni prive di garanzie rigide. Magnifico ed elegante manoscritto.
12mo (14 × 10 cm); 88 pp. Magnificent contemporary full-leather binding, with the title and elaborate Art Nouveau ornamental tooling on the upper cover. Spine divided into four raised bands, gilt-decorated. The lower cover features blind-stamped impressions and five bosses. Gilt inner dentelles frame the covers, which are lined with silk, as is the first blank leaf. Three satin ribbon markers in the colours of the Italian flag: red, white and green. Gilt edges. Each leaf is painted on one side only and protected by a translucent tissue guard. The binding was probably executed by the historic Gozzi workshop. The upper cover bears an important dedication: “All’Eccellenza di Giuseppe Zanardelli Presidente del Consiglio Ministri, omaggio rispettosissimo di Antonio Tadolini, Modena 31/7/1902” (“To His Excellency Giuseppe Zanardelli, President of the Council of Ministers, with the most profound respect and homage from Antonio Tadolini, Modena, 31 July 1902”). A second dedication follows: “Al caro Ettore in ricordo del mio Papà, l’Amico Angelo Pavia, (?) Pavia, Roma.26.5.1933” (“To dear Ettore, in memory of my father, from his friend Angelo Pavia, (?) Pavia, Rome, 26 May 1933”). A magnificent and exquisitely executed manuscript, with ornate gilt initials and lettering rendered in several colours, containing the Statuto del Regno d’Italia (Statute of the Kingdom of Italy), transcribed in its entirety and preserving the original division into sections: “Dei diritti e dei doveri dei cittadini” (On the Rights and Duties of Citizens), “Del Senato” (On the Senate), “Della Camera dei Deputati” (On the Chamber of Deputies), “Dei Ministri” (On Ministers), “Dell’Ordine giudiziario” (On the Judiciary), “Disposizioni generali” (General Provisions) and “Disposizioni transitorie” (Transitional Provisions). No readily traceable biographical information has been found concerning Antonio Tadolini; he was, however, most probably a descendant of the sculptor Adamo Tadolini, a pupil of Antonio Canova. The work is dedicated to Giuseppe Zanardelli (Brescia, 26 October 1826 – Toscolano Maderno, 26 December 1903), the eminent Italian patriot and statesman, and was executed just a few months before his death. One of the foremost representatives of the Historical Left and a leading figure in nineteenth-century Italian political life, Zanardelli served as President of the Council of Ministers and helped pave the way for the subsequent Giolittian era. The second dedication clearly refers to Angelo Pavia (Venice, 23 February 1858 – Rome, 26 May 1933), the celebrated Italian lawyer, Freemason and socialist politician, who was also appointed senator for life. The manuscript was, in fact, presented as a gift on the very day of Angelo Pavia’s death. The manuscript’s ornamental style evokes the Neo-Renaissance aesthetic that enjoyed considerable popularity towards the close of the nineteenth century. The Statuto Albertino, promulgated by Charles Albert of Savoy on 4 March 1848, was originally conceived as the fundamental charter of the Kingdom of Sardinia and, following Italian unification, became the constitution of the Kingdom of Italy. Its history embodies a significant constitutional transformation: a charter granted by the sovereign, initially devised for a Savoyard monarchy, was adopted as the governing framework of a considerably larger and more complex state. The document established a hereditary constitutional monarchy. Parliament consisted of two chambers: the Senate, whose members were appointed by the King, and the Chamber of Deputies, elected under an electoral law that restricted suffrage. The sovereign retained substantial prerogatives, including the appointment of ministers, participation in the legislative process and supreme command of the armed forces. Over time, however, parliamentary practice strengthened the position of the elected chamber and of governments increasingly accountable to it. The Statute recognised a number of civil rights, including equality before the law, personal liberty and freedom of the press. These guarantees were not absolute, as ordinary legislation could regulate and restrict their exercise. Catholicism was declared the religion of the State, while other religious denominations were tolerated in accordance with the law. The flexibility of the Statute proved both a strength and a weakness. As it was not protected by a rigid amendment procedure, it was able to accommodate profound political transformations without being formally superseded. Yet this same characteristic left considerable scope for interpretation and the expansion of governmental powers, including in an authoritarian direction. For nearly a century, the Statute accompanied the evolution of the Italian state, from liberal monarchy through the crises of the twentieth century and ultimately to the end of the monarchy. In 1946, with the establishment of the Republic, it ceased to serve as the fundamental law of the country; the Republican Constitution entered into force on 1 January 1948. Its history thus remains an invaluable vantage point from which to examine the transition from absolutism to political representation, as well as the inherent limitations of constitutional frameworks lacking entrenched safeguards. A magnificent and elegant manuscript, of considerable historical and bibliographical interest.
750 euro
15) NUMISMATICA POLONIA PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICA MONETE MEDIOEVALI MEDIOEVO NUMISMATICS POLAND FIRST EDITIONS BIBLIOGRAPHICAL RARITY MEDIEVAL COINS MIDDLE AGES
Dawne monety polskie dynastyi Piastów i Jagiellonów (Antiche monete polacche delle dinastie dei Piast e degli Jagelloni), Czesc I. – II. – III.
Piotrków Trybunalski, drukarnia E. Pańskiego, 1883-1885
In 4° (26,8×18,3 cm); tre tomi: (8), 247, (1) pp. e 11 c. di tav., (4), XVI, 221, 3 pp. e 20 c. di tav. fuori testo, (12), 244 pp. e 13 c. di tav. Completo. Legature coeve in mezzo-pelle di vitellino chiaro con piatti foderai con carta marmorizzata coeva. Dorso a 4 nervi. Titolo e numero del volume su fascette in pelle rossa e verde al dorso. Ai tasselli filetti e fregi in oro al dorso. Unghiature dei piatti in pelle. Filetti a secco ai piatti. Piatti interni foderati con bella carta marmorizzata coeva. Prima assai rara edizione di una delle più importanti opere di numismatica polacche e fonte fondamentale per lo studio della numismatica medioevale. Timbro ex-libris a secco in stile sarmatico che riprende la scrittura araba. Qualche leggerissima fioritura, qualche minimo foxing e nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione di opera molto rara. Numerose illustrazioni nel testo. Gli scritti di Kazimierz Stronczyński costituiscono testi fondamentali per lo studio della numismatica polacca medievale. Il suo primo lavoro, pubblicato nel 1847, trattava la monetazione della dinastia dei Piast fino all’anno 1300, basandosi sui ritrovamenti archeologici noti all’epoca. Nel 1883, l’autore tornò sull’argomento, realizzando uno studio molto più completo, articolato in tre volumi, che abbraccia la monetazione polacca fino alla fine del regno di Stefano Báthory. Come scrive lo stesso Stronczyński il suo studio funge da «…catalogo sistematico delle nostre monete medievali: un ampio repertorio in cui ogni regno è introdotto da una panoramica generale di tutte le tipologie coniate in quel periodo. Viene indicata la provenienza di ciascuna moneta, le collezioni in cui gli esemplari sono conservati e la loro valutazione storica nell’ambito del mercato numismatico… questa sezione è pensata principalmente per i collezionisti del nostro patrimonio numismatico…». Kazimierz Stronczyński è stato uno dei più poliedrici intellettuali polacchi del XIX secolo. Storico, paleografo, numismatico e senatore, condusse approfonditi studi sul patrimonio artistico e documentale della Polonia. La pubblicazione di Dawne monety polskie (1883-1885) rappresenta il coronamento della sua matura attività di ricerca. Prima del suo intervento, la numismatica polacca soffriva di forti lacune metodologiche ed era spesso influenzata da romantiche speculazioni prive di riscontri oggettivi. Stronczyński scelse la città di Piotrków e la stamperia di E. Pański per dare alla luce l’opera, garantendo un’eccellente qualità grafica specialmente nella resa dei dettagli grafici delle tavole, fondamentali per lo studio comparativo dei conii. L’opera qui presentata si distingue per l’introduzione del metodo topografico e archeologico applicato alla numismatica. Invece di limitarsi al collezionismo estetico, Stronczyński comprese che la decifrazione delle legende e l’attribuzione delle monete medievali (spesso prive di data o recanti nomi di sovrani omonimi) dipendevano strettamente dallo studio dei contesti di ritrovamento. Questo approccio ha permesso di fare chiarezza sulla cronologia dei primi denari polacchi. L’atlante iconografico allegato ha costituito per oltre un secolo il principale strumento visivo d’identificazione per i ricercatori di tutta Europa. Ricezione critica e attualità. Seb
bene alcune attribuzioni specifiche siano state superate dalla numismatica moderna grazie a scavi stratigrafici recenti e nuove tecnologie metallurgiche, la trilogia di Stronczyński rimane una pietra miliare insostituibile e un testo di riferimento obbligatorio. L’enorme sforzo di catalogazione ha salvato la memoria storica di collezioni e tesori monetari andati distrutti o dispersi durante i conflitti mondiali del Novecento. Il valore del testo è considerato ancora oggi di primissima importanza. L’opera si divide in tre parti: Parte 1: Monety pierwszych czterech wieków rozbiorem wykopalisk objaśnione (Parte 1: Le monete dei primi quattro secoli spiegate attraverso l’analisi dei ritrovamenti). Questo primo volume getta le basi metodologiche dell’opera. Stronczyński non si limita a catalogare i pezzi, ma esegue un’analisi pionieristica dei grandi ritrovamenti archeologici (wykopaliska) di monete medievali avvenuti sul suolo polacco fino alla fine del XIII secolo. L’autore mette in relazione i diversi ripostigli per tracciare la reale circolazione del denaro nel primo periodo piastrino, esaminando la composizione metallica e i flussi commerciali dell’epoca; Parte 2: Monety pierwszych czterech wieków w porządek chronologiczny ułożone i opisane (Parte 2: Le monete dei primi quattro secoli disposte in ordine cronologico e descritte). Rappresenta il vero cuore del catalogo piastrino. L’autore ordina cronologicamente l’intera produzione monetaria polacca dal X secolo (regni di Mieszko I e Boleslao il Coraggioso) fino alla fine del XIV secolo. Comprende una minuziosa descrizione tecnica di denari, bratteati (monete sottili monofacciali) e dei rari grossi, distinguendo le emissioni centrali da quelle derivanti dalla frammentazione feudale e dai ducati regionali (come la Slesia e la Grande Polonia); Parte 3: Monety XIV, XV i XVI wieku uporządkowane i objaśnione (Parte 3: Le monete dei secoli XIV, XV e XVI ordinate e spiegate): Il terzo volume estende la ricerca fino al periodo di transizione e all’apogeo della dinastia degli Jagelloni, arrestandosi convenzionalmente alla morte di re Stefano Báthory nel 1586. Viene esaminata la nascita del grosso di Cracovia sotto Ladislao II Jagellone, la comparsa strutturata dei ducati d’oro e le grandi riforme monetarie del XVI secolo attuate da Sigismondo I il Vecchio e Sigismondo II Augusto, che portarono all’unificazione dei sistemi monetari della Corona polacca e del Granducato di Lituania. Prima rarissima edizione completa, ancor più rara a reperirsi in bella l
egatura coeva di una delle opere più importanti e rare della numismatica medioevale polacca.
In 4to (26.8 × 18.3 cm); three volumes: (8), 247, (1) pp. and 11 leaves of plates; (4), XVI, 221, 3 pp. and 20 unnumbered leaves of plates; (12), 244 pp. and 13 leaves of plates. Complete. Contemporary bindings of light calf over boards covered with contemporary marbled paper. Spines with four raised bands; titles and volume numbers on red and green leather lettering-pieces. The compartments are gilt-tooled with fillets and ornaments. Board turn-ins in leather; blind fillets on the boards. Inner boards lined with attractive contemporary marbled paper. The exceedingly rare first edition of one of the most important works on Polish numismatics, and a fundamental source for the study of medieval coinage. Blind-stamped ex-libris in a Sarmatian style, incorporating Arabic script. A few very light spots and minor foxing; overall, a copy in good to very good condition of a very rare work. Numerous illustrations in the text. The writings of Kazimierz Stronczyński are fundamental to the study of medieval Polish numismatics. His first work, published in 1847, dealt with the coinage of the Piast dynasty up to 1300, drawing on the archaeological finds known at the time. In 1883, the author returned to the subject with a far more comprehensive study, in three volumes, covering Polish coinage through to the end of the reign of Stephen Báthory. As Stronczyński himself writes, his study serves as “…a systematic catalogue of our medieval coins: an extensive repertory in which each reign is introduced by a general survey of all the types struck during that period. The provenance of each coin is given, together with the collections in which examples are preserved and their historical valuation within the numismatic market… this section is intended primarily for collectors of our numismatic heritage…”. Kazimierz Stronczyński was one of the most versatile Polish intellectuals of the nineteenth century. A historian, palaeographer, numismatist and senator, he conducted extensive research into Poland’s artistic and documentary heritage. The publication of Dawne monety polskie (1883–1885) represents the culmination of his mature scholarly career. Before his intervention, Polish numismatics was marked by considerable methodological deficiencies and was often shaped by romantic speculation unsupported by objective evidence. Stronczyński chose the city of Piotrków and the press of E. Pański for the publication, ensuring excellent graphic quality, particularly in the rendering of details on the plates, which are essential for the comparative study of dies. The work offered here is distinguished by its application of the topographical and archaeological method to numismatics. Rather than confining himself to aesthetic collecting, Stronczyński recognised that deciphering legends and attributing medieval coins—often undated or bearing the names of rulers who shared the same name—depended closely on the study of their find contexts. This approach helped clarify the chronology of the earliest Polish denarii. For more than a century, the accompanying iconographic atlas served as the principal visual tool for identification among researchers throughout Europe. Although some specific attributions have been superseded by modern numismatics, following recent stratigraphic excavations and the application of new metallurgical technologies, Stronczyński’s trilogy remains an indispensable landmark and an obligatory work of reference. Its immense cataloguing effort preserved the historical record of collections and coin hoards later destroyed or dispersed during the conflicts of the twentieth century. The work is still regarded as being of the highest importance.The work is divided into three parts: Part I: Monety pierwszych czterech wieków rozbiorem wykopalisk objaśnione (Coins of the First Four Centuries Explained through the Analysis of Finds). This first volume lays the methodological foundations of the work. Stronczyński does not merely catalogue the coins, but undertakes a pioneering analysis of the major archaeological finds (wykopaliska) of medieval coins discovered on Polish soil, covering the period up to the end of the thirteenth century. He compares different hoards in order to trace the actual circulation of money during the early Piast period, examining the composition of the metal and the commercial flows of the time. Part II: Monety pierwszych czterech wieków w porządek chronologiczny ułożone i opisane (Coins of the First Four Centuries Arranged and Described in Chronological Order). This volume forms the true heart of the Piast catalogue. The author arranges the entire Polish coinage chronologically, from the tenth century—the reigns of Mieszko I and Bolesław the Brave—to the end of the fourteenth century. It includes detailed technical descriptions of denarii, bracteates (thin, single-sided coins) and the rare groschen, distinguishing central issues from those resulting from feudal fragmentation and the emergence of regional duchies, such as Silesia and Greater Poland. Part III: Monety XIV, XV i XVI wieku uporządkowane i objaśnione (Coins of the Fourteenth, Fifteenth and Sixteenth Centuries Arranged and Explained). The third volume extends the study through the period of transition and the height of the Jagiellonian dynasty, conventionally concluding with the death of King Stephen Báthory in 1586. It examines the introduction of the Kraków grosz under Władysław II Jagiełło, the emergence of gold ducats as a regular coinage, and the major monetary reforms of the sixteenth century under Sigismund I the Old and Sigismund II Augustus, which brought about the unification of the monetary systems of the Polish Crown and the Grand Duchy of Lithuania.A complete copy of the exceedingly rare first edition, all the more difficult to find in an attractive contemporary binding, of one of the most important and rare works on medieval Polish numismatics.
1.300 euro
16) STORIA GRANDUCATO TOSCANA FAMIGLIA MEDICI MEDICEA FIRENZE CAVALIERI DI SANTO STEFANO PRIME EDIZIONI BATTAGLIE NAVALI LIBRI ILLUSTRATI HISTORY GRAND DUCHY OF TUSCANY FLORENCE KNIGHTS OF SAINT STEPHEN FIRST EDITIONS NAVAL BATTLES ILLUSTRATED BOOKS FAMILY MEDICI
Fontana Flavio,
I pregj della Toscana nell’imprese più segnalate de’ Cavalieri di Santo Stefano opera data in luce da Fulvio Fontana della Compagnia di Gesù dedicata all’Altezza Reale di Cosimo III Gran Duca di Toscana e Gran Maestro dell’Ordine.
In Firenze, Per Pier Mattia Miccioni e Michele Nestenus, 1701
In 4° grande (35×25 cm); (14), 260, XXIV pp. e con 39 magnifiche tavole incise all’acquaforte totali, comprese nella numerazione, tutte presentano al verso la pagina bianca. Bella legatura coeva in piena pergamena molle con titolo parlato al dorso. Testatine, finalini e iniziali xilografiche. Le tavole di battaglie navali, presenti in numero di 37, vennero eseguite Hendrick Verschuring il monogramma del quale è presente in diverse tavole. Ogni tavola è al recto bianca mentre nella pagina posta a fianco della tavola è presente una legenda della stessa con le indicazioni dei luoghi e dei contendenti che si trovano impegnati negli sconti. All’inizio del volume è presente una magnifica allegoria bellica con tritoni che circonda lo stemma mediceo. Segue il ritratto di Cosimo III Gran Duca di Toscana inciso da Teodoro Van Cruijs. L’opera proprio grazie a queste tavole rappresenta uno dei capolavori della stampa illustrata del primo Settecento fiorentino. Esemplare in magnifiche condizioni di conservazioni dalle tavole fresche e fruscianti. Prima ed unica edizione di questa celeberrima opera dedicata all’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano e del loro legame indissolubile con il Granducato di Toscana. “I pregi della Toscana” rappresenta l’ultima grande celebrazione editoriale dell’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano in epoca medicea. Pubblicata in formato in folio, l’opera è una monumentale ricostruzione delle gesta militari e civili dell’ordine cavalleresco fondato dal Granduca Cosimo I de’ Medici nel 1561. Il volume non è, però, soltanto un resoconto storico ma è anche un’esaltazione propagandistica della grandezza toscana. Attraverso una narrazione strutturata, il gesuita Fulvio Fontana ripercorre le spedizioni marittime, le battaglie contro gli ottomani e le imprese di difesa delle coste mediterranee che hanno visto protagonisti i cavalieri stefaniani. L’obiettivo primario di Fontana è legittimare e glorificare il ruolo della Toscana nel consesso delle potenze europee, utilizzando l’Ordine come simbolo vivente della potenza e della devozione cristiana della casata dei Medici. Il testo è impreziosito da un apparato iconografico di grande pregio, composto da decine di tavole calcografiche (37 incisioni) che raffigurano battaglie navali, assedi, vedute di città portuali e scene d’azione. Queste immagini, oltre a conferire valore estetico all’opera, servivano a rendere tangibile, per il lettore dell’epoca, la portata delle imprese narrate. Fulvio Fontana nacque a Piacenza nel 1670. Entrato nella Compagnia di Gesù, fu un uomo di vasta cultura, impegnato sia nell’attività accademica che in quella di scrittore al servizio delle corti. La sua figura si inserisce nel solco degli intellettuali gesuiti del Sei-Settecento, abili nel bilanciare erudizione, retorica e celebrazione del potere costituito. La scelta di Fontana per la redazione di quest’opera non fu casuale. La sua capacità di tessere elogi ricercati lo rendeva l’interprete ideale per consolidare l’immagine dell’Ordine in un periodo in cui la dinastia medicea, sotto Cosimo III, cercava disperatamente di mantenere alto il prestigio del Granducato di fronte al mutare degli equilibri geopolitici europei. Non a caso l’opera venne fu data alle stampe nel 1701, un anno cruciale in cui l’Europa si apprestava ad affrontare le sconvolgimenti della Guerra di Successione Spagnola dopo aver, da pochissimi anni, vissuto uno dei momenti più tragici del vecchio continente con l’Assedio di Vienna. La Toscana, governata da un Cosimo III anziano e preoccupato per la mancanza di eredi diretti, viveva una fase di declino economico e politico. In questo clima di incertezza, la pubblicazione de I pregi della Toscana assolveva a una funzione di richiamare i fasti del passato per sostenere l’autorità medicea contemporanea. Infatti l’Ordine di Santo Stefano, nato con scopi di difesa marittima contro la pirateria barbaresca e di affermazione del prestigio mediceo, era ormai lontano dalla sua epoca d’oro, ma restava il fulcro dell’identità nobiliare toscana. Fontana, scrivendo quest’opera, contribuisce a cristallizzare il mito dell’Ordine, trasformando la sua storia in una “scuola di valore” per la nobiltà del tempo. L’opera rimane ancora oggi una fonte imprescindibile per lo studio dell’iconografia navale del Mediterraneo e della strategia celebrativa della dinastia medicea nel tramonto del XVII secolo. Prima edizione in magnifiche condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\CFIE\028226; Lozzi, 5461; Vinciana, 578; Graesse, II, p. 611. Olschki, Choix, 13976 “Bel ouvrage . Les planches representent les entrprises guerresques de la flotte toscane .”; Moreni, I, p. 385: “sonovi molte figure in rame, le quali rappresentano le conquiste più segnalate della medesima religione.”.
Large 4to (35 × 25 cm); (14), 260, XXIV pp., with 39 magnificent etchings in all, included in the pagination, each with a blank verso. Handsome contemporary limp vellum binding, with a gilt title on the spine. Woodcut headpieces, tailpieces, and initials. Of the plates, 37 depict naval engagements and were executed by Hendrick Verschuring, whose monogram appears on several of them. Each plate is blank on the recto; on the facing page is a descriptive legend identifying the locations and the opposing forces engaged in combat. At the beginning of the volume is a magnificent martial allegory, with tritons surrounding the Medici arms, followed by a portrait of Cosimo III, Grand Duke of Tuscany, engraved by Teodoro Van Cruijs. By virtue of its plates, the work stands among the masterpieces of illustrated printing in early eighteenth-century Florence. A copy in magnificent condition, with fresh, crisp plates. First and only edition of this celebrated work devoted to the Order of the Knights of Saint Stephen and its indissoluble bond with the Grand Duchy of Tuscany. I pregi della Toscana constitutes the last great editorial celebration of the Order of the Knights of Saint Stephen under the Medici. Published in folio, it offers a monumental account of the military and civic deeds of the chivalric order founded by Grand Duke Cosimo I de’ Medici in 1561. The volume is not merely a historical record, but also a propagandistic encomium to Tuscan greatness. In a carefully structured narrative, the Jesuit Fulvio Fontana recounts the maritime expeditions, battles against the Ottomans, and campaigns to defend the Mediterranean coastline in which the Knights of Saint Stephen distinguished themselves. Fontana’s principal aim is to assert and glorify Tuscany’s standing among the European powers, presenting the Order as a living emblem of the might and Christian devotion of the Medici dynasty. The text is enriched by a distinguished visual apparatus comprising dozens of intaglio plates, including 37 engravings depicting naval battles, sieges, views of port cities, and scenes of military action. Beyond lending the work aesthetic distinction, these images served to make tangible to contemporary readers the scale of the exploits described. Fulvio Fontana was born in Piacenza in 1670. Having entered the Society of Jesus, he became a man of wide learning, engaged both in academic pursuits and in writing for the courts. His career belongs to the tradition of seventeenth and eighteenth-century Jesuit intellectuals, adept at balancing erudition, rhetoric, and the celebration of established power. Fontana’s selection to write this work was no accident. His skill in composing elaborate encomia made him an ideal interpreter for reinforcing the Order’s image at a time when, under Cosimo III, the Medici dynasty was striving to preserve the Grand Duchy’s prestige amid shifting European geopolitical circumstances. It is no coincidence that the work was published in 1701, a pivotal year, as Europe prepared to face the upheavals of the War of the Spanish Succession, having only a few years earlier witnessed one of the continent’s most tragic episodes, the Siege of Vienna. Tuscany, governed by an ageing Cosimo III, anxious over the absence of direct heirs, was experiencing a period of economic and political decline. In this climate of uncertainty, the publication of I pregi della Toscana served to summon the glories of the past in support of contemporary Medici authority. The Order of Saint Stephen, founded to defend maritime commerce against Barbary piracy and to assert Medici prestige, had by then passed beyond its golden age, yet remained central to Tuscan noble identity. In writing this work, Fontana helped crystallise the Order’s myth, transforming its history into a “school of valour” for the nobility of his day. The work remains an indispensable source for the study of Mediterranean naval iconography and the Medici dynasty’s strategies of dynastic celebration in the twilight of the seventeenth century. A first edition in magnificent condition. Bibliographical references: ICCU IT\ICCU\CFIE\028226; Lozzi, 5461; Vinciana, 578; Graesse, II, p. 611. Olschki, Choix, 13976: “A fine work … The plates depict the warlike enterprises of the Tuscan fleet …”; Moreni, I, p. 385: “there are many copper engravings, representing the most notable conquests of that religious order.”.
3.900 euro
17) VIA CRUCIS INCISIONE SCUOLA VENETA TIEPOLO DE LEONARDIS LEGATURA PRIMA EDIZIONE VENETIAN SCHOOL ENGRAVING TIEPOLO DE LEONARDIS BINDING FIRST EDITION
Leonardis, Giacomo,
Via Crucis novellamente eretta nell’atrio del Santiss.mo Crocifisso della Chiesa parrocchiale, e collegiata di S. Polo, ove esiste nella santa cappella l’antica miracolosa immagine di Gesu Crocifisso a spirituale vantaggio de’ suoi divoti. Con una formula facile di meditare li misterj sacrosanti di sua Passione.
[Venezia, 1780]
In 8° (16×10,5 cm); 37, (1) pp. Bella ed elegante legatura coeva in piena pelle con dorso a 6 nervi e fregi in oro ai tasselli. Ai piatti cornici con fregi in oro. Piatti interni foderati con seta rossa. Tagli dorati. Un leggerissimo alone al margine interno basso dell’opera, praticamente invisibile e ininfluente. Opera stampata su carta di grande qualità. Anche il testo è inciso. Prima edizione in questo formato della celebre Via Crucis di Tiepolo le quali tavole, Giacomo Leonardis (Palmanova 1723 – Venezia 1794) incise in questo formato. Giacomo Leonardis (Palmanova, 1723 – Venezia, 1797) rappresenta una figura di rilievo nel panorama dell’incisione veneziana del XVIII secolo. Formatosi inizialmente come pittore, la sua carriera si distinse soprattutto per la straordinaria capacità di tradurre in linguaggio calcografico le invenzioni pittoriche dei grandi maestri del suo tempo, primo tra tutti Giambattista Tiepolo e il figlio Giandomenico. La formazione artistica di Leonardis ebbe inizio a Venezia, città in cui giunse in giovane età. I primi passi li mosse sotto la guida del pittore francese Pietro Bainville, per poi entrare nell’orbita di Giambattista Tiepolo, la cui influenza fu determinante per lo sviluppo del suo stile. Questo rapporto non fu meramente didattico, ma si trasformò in una feconda collaborazione professionale che caratterizzò gran parte della produzione matura dell’incisore. Il legame con il mondo dei Tiepolo, in particolare con Giandomenico, fu il fulcro dell’attività di Leonardis. Egli divenne uno dei principali interpreti delle opere tiepolesche, riproducendo con fedeltà e sensibilità pittorica celebri serie, come la Via Crucis per la chiesa di San Polo a Venezia, su invenzione di Giandomenico Tiepolo. La capacità di Leonardis risiedeva nel saper mantenere viva la luce, la dinamicità e il carattere teatrale delle composizioni originali, adattandole alla tecnica dell’acquaforte e del bulino. Opere come Il cavadenti (o Il ciarlatano) attestano non solo una perizia tecnica eccelsa, ma anche una profonda sintonia con la poetica tiepolesca, fatta di eleganza, ironia e un uso magistrale del chiaroscuro. La produzione di Leonardis non si limitò però alla sola riproduzione. Egli partecipò attivamente alla cultura artistica veneziana del Settecento, partecipando a concorsi presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia e ottenendo riconoscimenti che ne certificarono il valore. La sua abilità fu ricercata da editori e collezionisti che desideravano diffondere le celebri composizioni tiepolesche, rendendo Leonardis uno strumento essenziale per la fortuna critica e la circolazione internazionale dell’arte dei Tiepolo. L’eredità di Giacomo Leonardis va dunque inquadrata all’interno di quella florida industria editoriale di stampe di traduzione che rese Venezia uno dei centri nevralgici della produzione artistica europea del Settecento. Sebbene spesso considerato un “incisore di traduzione”, il suo ruolo fu ben più ampio: fu un interprete intelligente che seppe elevare l’arte della riproduzione a una forma di espressione autonoma, capace di catturare l’anima delle invenzioni tiepolesche e consegnarle ai posteri. Il suo lavoro rimane oggi una fonte imprescindibile per comprendere la portata della diffusione dello stile dei Tiepolo e, più in generale, la vivacità culturale del Settecento veneziano. Rif. Bibl.: Succi pag. 217; ICCU IT\ICCU\VIAE\040357.
In 8vo (16 × 10.5 cm); 37, (1) pp. Handsomely and elegantly bound in contemporary full leather, with six raised bands and gilt tooling on the spine compartments. The boards are framed with gilt ornamental borders. The turn-ins are lined with red silk. Gilt edges. A very faint stain to the lower inner margin, virtually invisible and of no consequence. Printed on fine-quality paper; the text itself is also engraved. First edition in this format of Tiepolo’s celebrated Via Crucis, the plates of which were engraved in this format by Giacomo Leonardis (Palmanova, 1723 – Venice, 1794). Giacomo Leonardis (Palmanova, 1723 – Venice, 1797) was a notable figure in eighteenth-century Venetian printmaking. Initially trained as a painter, he became known above all for his remarkable ability to translate the painted inventions of the great masters of his day into the language of copperplate engraving—above all those of Giambattista Tiepolo and his son Giandomenico. Leonardis began his artistic training in Venice, where he had arrived at a young age. He first studied under the French painter Pietro Bainville before entering Giambattista Tiepolo’s circle, whose influence proved decisive in shaping his style. Their relationship was not merely one of instruction, but developed into a fruitful professional collaboration that informed much of the engraver’s mature work. His connection with the Tiepolo family, and especially with Giandomenico, lay at the heart of Leonardis’s activity. He became one of the foremost interpreters of their work, reproducing celebrated series with fidelity and painterly sensitivity. Among these was the Via Crucis for the church of San Polo in Venice, based on designs by Giandomenico Tiepolo. Leonardis’s skill lay in preserving the light, movement and theatrical character of the original compositions while adapting them to the techniques of etching and engraving. Works such as The Tooth-Puller (or The Charlatan) attest not only to his exceptional technical command, but also to his profound affinity with Tiepolo’s artistic vision, characterised by elegance, wit and a masterful use of chiaroscuro. Leonardis’s work was not confined to reproductive printmaking. He took an active part in the artistic culture of eighteenth-century Venice, entering competitions at the city’s Academy of Fine Arts and receiving distinctions that testified to his standing. Publishers and collectors sought his skill in disseminating Tiepolo’s celebrated compositions, making him instrumental in their critical reception and international circulation. Leonardis’s legacy should therefore be understood within the flourishing print-publishing industry that made Venice one of the principal centres of European artistic production in the eighteenth century. Though often described as a “reproductive engraver,” his contribution was far greater: he was an astute interpreter who raised the art of reproduction to an independent form of expression, capturing the spirit of the Tiepolo family’s inventions and preserving them for posterity. His work remains an essential source for understanding the dissemination of the Tiepolo style and, more broadly, the cultural vitality of eighteenth-century Venice.
900 euro
18) DANZE MACABRE DANZA MACABRA MORTE FUNERALIA BAROCCO MODENA SASSUOLO ESTENSI STORIA DELLA CASA D’ESTE FESTE PRIME EDIZIONI CAPOLAVORI EDITORIALI DANCES MACABRE DEATH FUNERAL BAROQUE MODENA SASSUOLO ESTENSI HISTORY OF THE HOUSE OF ESTE FESTIVALS FIRST EDITIONS EDITORIAL MASTERPIECES
L’idea di un prencipe et eroe Christiano in Francesco I d’Este di Modona, e Reggio Duca VIII. Generalissimo dell’Arme Reali di Francia in Italia, &c. Effigiata co’profili delle virtù da prencipi suoi maggiori ereditate Rappresentata alla publica luce co’l funerale apparato sposto nelle solenni esequie Dall’Altezza Serenissima di Alfonso IV.
Modena, Bartolomeo Soliani, 1659.
In folio; antiporta firmata, 614 pp. (compresi occhietto, frontespizio e ritratto di Alfonso IV d’Este a piena pagina), 60 belle tav. rip. fuori testo incise in rame, infine 20 imprese sul tema della morte ed ancora iniziali ornate, fregi e finalini incisi in rame. Completo. Stemma estense inciso al frontespizio, frontespizio inciso realizzato da Lorenzo Tinti su disegno di Francesco Stringa che rappresenta, con gusto barocco, il busto del principe su uno sfondo di un tempio, ai lati del piedistallo la “Morte” e la “Storia” nell’atto di colpire. Le tavole pieghevoli sono incise da Fenis (Fenice, Fenici) Barthélemy (Bartolomeo), mentre le 20 vignette sulla morte sono finemente incise da Fontana, Lorenzo Tinti e realizzate da Andrea Seghizzi. 8 doppie tavole genealogiche in fine a realizzare il grande albero genealogico della famiglia d‘Este. Legatura coeva in piena pergamena molle con titolo manoscritto al dorso. Uno dei più bei esemplari mai passati in vendita, in splendide condizioni di conservazione, in legatura coeva ed ad ampi margini di questo capolavoro del seicento barocco. Prima ed unica edizione di uno dei testi più belli ed importanti, della produzione tipografica del barocco italiano, stampato da Bartolomeo Soliani nel 1659. L’opera fu commissionata direttamente dal Duca Alfonso IV con l’intento di lasciare memoria ai posteri, della processione e dei sontuosi funerali del padre, Francesco I, tenutisi il giorno 2 aprile del 1659 a Modena nella chiesa di Sant’Agostino di Modena. Alfonso IV decise, per la prima volta nella storia degli estensi, di
magnificare la successione e la continuità dinastica del potere con un’opera a stampa, portando alla realizzazione di una delle più importanti imprese editoriali del seicento. Mentre l’apparto artistico delle tavole realizzate da Fenis celebra la ricchezza e lo sfarzo della corte estense, il testo che accompagna l’opera, invece, scritto dal gesuita Domenico Gamberti, sviluppa l’intuizione di Alfonso IV di fare della vita del padre, narrata nell’opera, la perfetta incarnazione della vita e delle gesta di un principe cristiano con l’apoteosi del trionfale funerale religioso. Poco si sa di Bartolomeo Fenici ma quello che è sicuro è che l’Idea di un principe cristiano” rappresenta la più importante opera da lui realizzata. Fenis inizia a lavorare all’opera, fin dal 1656. Come ben evidenziato da Graziella Martinelli Braglia nel suo articolo dedicato a Barthelemy Fenis nel “Dizionario Biografico degli italiani” Treccani, Volume 46 (1996), “Spettano al F. le tavole con episodi della vita del duca, incluse in fastose incorniciature, nonché gli emblemi istoriati. Se ne conservano sessantasette lastre di rame incise e quarantacinque disegni preparatori a matita, ripassati a penna, presso il Museo civico di Modena; è così possibile il confronto fra la versione disegnativa e quella incisoria, in cui affiorano parziali varianti, spesso dettate dall’aggiornamento di specifiche situazioni, come nel caso esemplare della reggia di Sassuolo, rappresentato in due diverse fasi del suo cantiere (Armandi, 1983; cfr. anche Il palazzo ducale di Modena…, a c. di A. Biondi, Modena 1987, pp. 74, 218), il che suggerisce la possibilità di una gestazione piuttosto lunga e laboriosa, almeno per le stampe sulla vita di Francesco I, in ogni caso anteriori al 1659, anno dell’edizione. Nell’individuare le fonti culturali del F. la critica ha privilegiato il nesso con il Callot. Già Campo (1882) evidenziava, nelle incisioni de L’idea di un prencipe…, “la maniera su l’andare di quella del Callot, anche trascurata nel disegno”. Notevole è il debito del F. verso il maestro francese, da cui sembra trarre la regia compositiva nelle scene a grandi masse, popolate da minuscole figurette, a tratti quasi lenticolari; parimenti, dal Callot deriva al F. sia la tendenza ancora manieristica di deformare i personaggi, sia l’abilità ad organizzare coralmente gli episodi, in un’orchestrazione dall’ampio movimento barocco, talora ambientandoli in paesaggi colti a volo d’uccello, resi con viva sensibilità atmosferica. Ma sul F. dovette pure influenza il linguaggio del fiorentino Della Bella, educatosi anch’egli sugli esempi del C
allot, oltre che di R. Cantagallina, autore indubbiamente noto allo stesso R; il Della Bella appena pochi anni prima era stato operaso per la corte estense, incidendo le tavole della Gara delle stagioni, su testo di G. Graziani, edita a Modena dal Cassiani nel 1652. L’orizzonte culturale del F. sembra quindi estendersi fino a comprendere l’entourage, variegato e di livello cospicuo, degli artisti che attendevano alle frequentissime commissioni ducali. In particolare, ne L’idea di un prencipe … il F. probabilmente ebbe, fra i suoi referenti di stile, anche i modi del francese J. Boulanger, autore delle decorazioni ad affresco nella reggia di Sassuolo e in altre fabbriche estensi; dovette incidere sul linguaggio del F. il suo registro narrativo sciolto ed eloquente, colorito da descrizioni analitiche. D’altro canto, è stato rilevato (Pirondini, 1982) come lo stesso Boulanger rafforzasse le potenzialità illustrative del proprio lessico riprendendo idee compositive dalle stampe del Callot. Nella varietà di soluzioni iconografiche, imposta dal complesso programma del Gamberti, il F. offre poi saggio di una consuetudine con il settore della scenografia, quanto mai vitale attorno alla corte estense, non soltanto in un episodio come il sopralluogo di Francesco I al teatro ducale ma anche in vedute urbane, quale quella che ritrae lo stesso Francesco sullo sfondo del palazzo ducale in costruzione, fra due ali di edifici, a mo’ di quinte teatrali. Richiamano altresì le effimere “macchine” di caroselli e di rappresentazioni teatrali gli “eniblemi” figurati con i carri allegorici della “Morte” e del “Tempo”, racchiusi in cartigli dalle opulente forme barocche. Mentre, nella raffigurazione degli interni della residenza principesca, una vena fiammingheggiante registra con fedeltà gli arredi, tanto che vi si possono agevolmente identificare taluni dipinti della celebre Galleria Estense”. Prima ed unica rarissima edizione, ancor più rara da reperirsi completa e in legatura coeva, di uno dei più bei libri del barocco italiano.
In folio; engraved title page signed; 614 pp. (including half-title, title page and a full-page portrait of Alfonso IV d’Este); 60 fine folding plates, engraved on copper; and, at the end, 20 emblems on the theme of death, together with engraved ornamental initials, headpieces and tailpieces. The Este coat of arms is engraved on the title page. The engraved title page, executed by Lorenzo Tinti after a design by Francesco Stringa, depicts, in Baroque style, the prince’s bust against the backdrop of a temple, with “Death” and “History” striking at the sides of the pedestal. The folding plates were engraved by Fenis (Fenice, or Fenici) Barthélemy (Bartolomeo), while the 20 vignettes on death were finely engraved by Fontana and Lorenzo Tinti, and designed by Andrea Seghizzi. At the end are eight double-page genealogical plates forming the great family tree of the House of Este. Contemporary limp full vellum binding, with handwritten title on the spine. One of the finest copies ever to appear on the market, in splendid condition, with its contemporary binding and wide margins: a masterpiece of seventeenth-century Baroque book production. First and only edition of one of the finest and most important works of Italian Baroque printing, published by Bartolomeo Soliani in 1659. The work was commissioned directly by Duke Alfonso IV, with the intention of preserving for posterity a record of the procession and sumptuous funeral rites held for his father, Francesco I, on 2 April 1659 at the Church of Sant’Agostino in Modena. For the first time in the history of the House of Este, Alfonso IV chose to magnify the succession and continuity of dynastic power through a printed work, resulting in one of the most important publishing ventures of the seventeenth century. While the artistic programme of the plates by Fenis celebrates the wealth and splendour of the Este court, the accompanying text, written by the Jesuit Domenico Gamberti, develops Alfonso IV’s conception of his father’s life as the perfect embodiment of the life and deeds of a Christian prince, culminating in the apotheosis of a triumphant religious funeral. Little is known about Bartolomeo Fenici, but L’Idea di un principe cristiano is certainly the most important work he produced. Fenis began work on the volume as early as 1656. As Graziella Martinelli Braglia aptly notes in her article on Barthelemy Fenis in the Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani, vol. 46, 1996): F. is responsible for the plates depicting episodes from the duke’s life, set within sumptuous frames, as well as for the historiated emblems. Sixty-seven engraved copperplates and forty-five preparatory drawings in pencil, finished in pen, are preserved at the Museo Civico in Modena. This makes it possible to compare the drawn and engraved versions, which reveal occasional variations, often prompted by the updating of particular settings—as in the exemplary case of the palace at Sassuolo, depicted at two different stages of its construction (Armandi, 1983; see also Il palazzo ducale di Modena…, ed. A. Biondi, Modena, 1987, pp. 74, 218). This suggests a rather lengthy and painstaking process of preparation, at least for the prints depicting the life of Francesco I, which in any case predate the 1659 edition. In identifying Fenis’s cultural sources, critics have emphasised his connection with Callot. As early as 1882, Campo noted in the engravings for L’idea di un prencipe… ‘a manner in the style of Callot, even in its apparent carelessness of draughtsmanship’. Fenis owed much to the French master, from whom he seems to have derived the compositional direction of scenes arranged in large groups and populated by tiny figures, at times rendered with almost microscopic precision. Likewise, from Callot he took both a still-Mannerist tendency to distort the figures and the ability to organise episodes collectively in a broad, Baroque orchestration of movement, sometimes setting them in bird’s-eye landscapes rendered with a keen sensitivity to atmosphere. Yet Fenis must also have been influenced by the style of the Florentine Stefano della Bella, who, like Fenis, had studied Callot’s work, as well as that of Raffaello Cantagallina, an artist undoubtedly known to Fenis himself. Only a few years earlier, Della Bella had worked for the Este court, engraving the plates for La gara delle stagioni, to a text by G. Graziani, published in Modena by Cassiani in 1652. Fenis’s cultural horizons therefore seem to have extended to encompass the varied and distinguished circle of artists engaged in the frequent commissions of the ducal court. In L’idea di un prencipe…, his stylistic references probably also included the manner of the French artist Jean Boulanger, who executed fresco decorations at the palace of Sassuolo and in other Este residences. Boulanger’s fluent and eloquent narrative style, enlivened by analytical description, must have influenced Fenis. It has also been observed (Pirondini, 1982) that Boulanger himself strengthened the illustrative potential of his visual language by drawing compositional ideas from Callot’s prints. The variety of iconographic solutions required by Gamberti’s complex programme also reveals Fenis’s familiarity with scenography, a particularly vibrant art form at the Este court. This is evident not only in an episode such as Francesco I’s inspection of the ducal theatre, but also in urban views—for instance, the scene showing Francesco against the backdrop of the ducal palace under construction, between two rows of buildings arranged like theatrical wings. The figurative ‘emblems’ featuring allegorical chariots of ‘Death’ and ‘Time’, enclosed within opulent Baroque cartouches, likewise recall the ephemeral stage machinery of pageants and theatrical performances. In depictions of the interiors of the princely residence, meanwhile, a Flemish-inflected vein records the furnishings with such fidelity that certain paintings from the celebrated Galleria Estense can readily be identified. First and only edition, exceedingly rare, and rarer still complete and in its contemporary binding, of one of the finest books of the Italian Baroque.
19) MUSICA STORIA DELLA MUSICA MUSICOLOGIA TEORIA MUSICALE PRIMA EDIZIONE RARITA’ BIBLIOGRAFICA CHIOGGIA MUSIC HISTORY OF MUSIC MUSICOLOGY MUSICAL THEORY FIRST EDITION BIBLIOGRAPHICAL RARITY
Zarlino Gioseffo,
Le istitutioni harmoniche del reuerendo m. Gioseffo Zarlino da Chioggia; nelle quali; oltra le materie appartenenti alla musica; si trouano dichiarati molti luoghi di poeti, d’historici, & di filosofi; si come nel leggerle si potra chiaramente vedere.
In Venetia, Appresso Francesco Senese, 1558
In secondo (30,1×20,5 cm); (12), 347, (1) pp. Legatura coeva in piena pergamena con titolo manoscritto al dorso, dorso anticamente rinforzato in pergamena. Fogli di sguardia sostituiti. Un leggero ed antico alone, apparentemente d’unto, al margine esterno bianco delle ultime 35 carte, sempre lontano dal testo e non particolarmente fastidioso e per il resto, all’interno, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione dalla carta frusciante. Numerosissime figure nel testo. Prima non comune edizione di una delle opere fondamentali nella storia della teoria musicale, scritta dal celebre compositore, Gioseffo Zarlino. L’opera si divide in 4 parti dove la prima parte contiene considerazioni generali intorno alla musica e oltre ad approfondire dotte disquisizioni acustico-matematiche nelle quali si cerca di illustrare i legami tra le proporzioni numeriche e le consonanze musicali. Segue poi una seconda parte dove Zarlino ricostruisce la storia e le caratteristiche della musica greca. La terza descrive il contrappunto mentre la quarta le vere e proprie scale musicali partendo dai tempi antichi fino al cinquecento, arrivando ad analizzare l’applicazione delle scale musicali alla pratica contrappuntistica. Gioseffo Zarlino, nato a Chioggia il 31 gennaio 1517 e deceduto a Venezia il 4 febbraio 1590, fu uno dei più illustri compositori, teorici musicali del Rinascimento italiano. La sua vita e le sue opere rappresentano un punto di svolta nella storia della musica, grazie al suo contributo alla teoria armonica e alla pratica compositiva. Fin dalla giovane età, Zarlino mostrò un grande talento per la musica e la religione, entrando nell’Ordine dei Certosini. La sua formazione si svolse principalmente a Venezia, dove si distinse per la profonda conoscenza della teoria musicale, grazie allo studio dei classici e delle opere dei maestri antichi. La sua carriera si sviluppò principalmente presso la Basilica di San Marco, dove divenne Maestro di Cappella, ruolo che lo pose al centro della vita musicale della città. La sua opera più famosa e influente è “Le Istitutioni Harmoniche”, pubblicata nel 1558. Questa trattato rappresenta uno dei testi fondamentali della teoria musicale rinascimentale e ha avuto un impatto duraturo sulla disciplina. In questa opera, Zarlino affronta con rigore e chiarezza i principi dell’armonia, della costruzione delle scale, dell’intonazione e delle proporzioni musicali, trovando un equilibrio tra i modelli antichi e le nuove innovazioni del suo tempo. La sua trattazione si caratterizza per l’approccio scientifico e matematico, e per la capacità di integrare teoria e pratica compositiva. “Le Istitutioni Harmoniche” non solo codifica i principi dell’armonia in modo sistematico, ma cerca anche di stabilire un linguaggio comune tra i musicisti e compositori del Rinascimento. Il lavoro di Zarlino influenzò profondamente non solo i suoi contemporanei, ma anche le future generazioni di musicisti e teorici, contribuendo alla nascita di un sistema armonico più scientifico e coerente. Oltre alla sua attività teorica, Zarlino compose musica sacra e profana, e la sua influenza si estese anche alla didattica e all’organizzazione della musica liturgica di Venezia. La sua figura rappresenta dunque un punto di riferimento imprescindibile nella storia della musica rinascimentale, un esempio di equilibrio tra fede, arte e scienza. Questa è la prima edizione di quella che può essere considerata, con ragione, l’opera più importante e influente nella storia della teoria musicale. Gioseffo Zarlino pose le basi teoriche di quasi ogni aspetto della musica moderna e nei due secoli successivi, fu citato come autorità indiscussa. Codificò le tecniche contrappuntistiche dei grandi compositori del suo tempo e fu il primo a illustrare il moderno sistema tonale basato sui modi maggiore e minore. Rif. Bibl.: Hirsch, 623; Censimento 16 CNCE 25277; PMM 81: “The Rules of Harmony’ opened the way for the new tonality which has governed music from the seventeenth century to the present day”; Gregory & Bartlett, i, 296; PMM 81; RISM Écrits, p.907; Ricardi II, 661; not in Adams.
In 2° (30.1 × 20.5 cm); (12), 347, (1) pp. Contemporary full vellum, with the title lettered in manuscript on the spine; the spine has been reinforced at an early date with vellum. Endpapers renewed. A slight, old, apparently greasy stain affects the outer blank margins of the final 35 leaves, remaining well clear of the text and not especially obtrusive. Otherwise, a good to very good copy internally, with crisp, supple paper. Numerous woodcut illustrations throughout the text. The uncommon first edition of one of the foundational works in the history of music theory, by the celebrated composer Gioseffo Zarlino. The work is divided into four parts. The first offers general reflections on music and develops learned acoustic and mathematical discussions, seeking to elucidate the relationship between numerical proportions and musical consonances. In the second, Zarlino reconstructs the history and characteristics of ancient Greek music. The third treats counterpoint; the fourth examines musical scales, from antiquity to the sixteenth century, and considers their application to the practice of counterpoint. Gioseffo Zarlino, born in Chioggia on 31 January 1517 and died in Venice on 4 February 1590, was among the most distinguished composers and music theorists of the Italian Renaissance. His life and writings mark a turning point in the history of music, owing to his contribution to harmonic theory and compositional practice. From an early age, he displayed a marked aptitude for both music and religious life, and entered the Carthusian Order. He received most of his education in Venice, where he became renowned for his profound command of music theory, shaped by the study of classical authors and the writings of ancient masters. His career was centred chiefly on the Basilica of San Marco, where he served as maestro di cappella, a position that placed him at the heart of the city’s musical life. His best-known and most influential work is Le Istitutioni Harmoniche, first published in 1558. This treatise is one of the principal texts of Renaissance music theory and exerted a lasting influence on the discipline. With rigour and clarity, Zarlino sets out the principles of harmony, the construction of scales, intonation and musical proportion, reconciling ancient models with the innovations of his own age. His approach is distinguished by its scientific and mathematical cast, as well as by its integration of theory and compositional practice. Le Istitutioni Harmoniche not only systematises the principles of harmony but also seeks to establish a common language for the musicians and composers of the Renaissance. Zarlino’s work profoundly influenced his contemporaries and succeeding generations of musicians and theorists, helping to foster a more coherent and scientific system of harmony. Alongside his theoretical writings, he composed both sacred and secular music; his influence also extended to musical instruction and the organisation of Venetian liturgical music. He thus remains an indispensable figure in the history of Renaissance music, embodying a balance of faith, art and science. This is the first edition of what may justly be regarded as the most important and influential work in the history of music theory. Zarlino laid the theoretical foundations for nearly every aspect of modern music and was cited as an unquestioned authority throughout the following two centuries. He codified the contrapuntal techniques of the leading composers of his day and was the first to expound the modern tonal system based on the major and minor modes.
7.700 euro
20) MUSICA STORIA DELLA MUSICA MUSICOLOGIA TEORIA MUSICALE PRIMA EDIZIONE RARITA’ BIBLIOGRAFICA CHIOGGIA MUSIC HISTORY OF MUSIC MUSICOLOGY MUSICAL THEORY FIRST EDITION BIBLIOGRAPHICAL RARITY
Dimostrationi harmoniche del r.m. Gioseffo Zarlino da Chioggia maestro di capella della illustris. Signoria di Venetia. Nelle quali realmente si trattano le cose della musica: & si risoluono molti dubij d’importanza. Opera molto necessaria à tutti quelli, che desiderano di far buon profitto in questa nobile scienza. Con la tauola delle materie notabili contenute nell’opera.
In Venetia, per Francesco de i Franceschi Senese, 1571
In folio piccolo (29,5×20,5 cm); (8), 312, (12) pp. Legatura coeva in pergamena floscia. Una macchietta antica di grasso al margine esterno bianco delle prime tre carte, ininfluente, quattro pagine leggermente ed uniformemente brunite a causa della qualità della carta, una leggerissima gora al margine basso delle ultime 6 carte, mai intensa e praticamente ininfluente. Nel complesso esemplare genuino in buone-ottime condizioni di conservazione di una delle più importanti opere di musicologia. Bella marca tipografica Le Dimostrationi harmoniche è la seconda grande opera teorica di Gioseffo Zarlino, pubblicata a Venezia nel 1571. Concepita come complemento e approfondimento delle Istitutioni harmoniche del 1558, essa si presenta in forma dialogica e dà voce a questioni che, nel trattato precedente, erano state esposte prevalentemente secondo un’organizzazione sistematica. L’opera riflette così non soltanto l’ampiezza degli interessi di Zarlino, ma anche il suo intento di rendere la teoria musicale parte di una più vasta cultura matematica, filosofica e umanistica. Gioseffo Zarlino nacque a Chioggia il 31 gennaio 1517 e morì a Venezia il 4 febbraio 1590. Entrato nell’Ordine dei Certosini, ricevette una formazione religiosa e musicale che lo condusse presto nella vita culturale veneziana. Nel 1565 fu nominato maestro di cappella della basilica di San Marco, incarico che mantenne per molti anni e che lo collocò al centro di una delle istituzioni musicali più prestigiose d’Europa. Alla pratica compositiva affiancò un’intensa attività di studioso e teorico: la sua autorità derivò tanto dalla conoscenza della musica antica quanto dalla capacità di discutere le tecniche dei compositori contemporanei. La differenza fra le Istitutioni harmoniche e le Dimostrationi harmoniche riguarda soprattutto struttura e funzione. Le Istitutioni costituiscono un’esposizione ampia e ordinata dei fondamenti della disciplina: trattano le proporzioni, gli intervalli, i modi, il contrappunto e i rapporti fra teoria e pratica. Il testo mira a offrire un quadro complessivo e coerente dell’arte musicale, appoggiandosi alla tradizione classica e alla dimostrazione matematica. Le Dimostrationi, invece, sviluppano e mettono alla prova alcuni di quei principi attraverso il confronto fra interlocutori. La forma del dialogo consente a Zarlino di presentare obiezioni, precisazioni e ragionamenti progressivi, avvicinando l’indagine teorica alla discussione dotta propria degli ambienti umanistici. Non si tratta dunque di un semplice compendio delle Istitutioni, bensì di un’opera complementare, nella quale argomenti e posizioni vengono esplorati con maggiore dinamismo. Al centro del pensiero zarliniano sta il tentativo di fondare l’armonia su rapporti numerici riconoscibili, senza separare la speculazione dalla concreta esperienza musicale. Zarlino attribuisce particolare importanza alle consonanze e alle proporzioni che le regolano; al tempo stesso, considera la composizione e il contrappunto terreni nei quali i principi teorici devono dimostrare la propria efficacia. La sua riflessione sui modi e sulle relazioni fra intervalli contribuì a orientare il dibattito sul sistema tonale, in un’epoca di trasformazioni profonde della prassi compositiva. Sarebbe tuttavia riduttivo considerarlo l’unico artefice della tonalità moderna: la sua opera fu una componente decisiva di una più ampia evoluzione, discussa e rielaborata da teorici e musicisti nei secoli successivi. L’influenza di Zarlino nella storia della critica musicale è legata alla sua capacità di offrire strumenti per descrivere, valutare e insegnare la musica. I suoi trattati divennero riferimenti autorevoli per lettori e compositori, alimentando discussioni sulla consonanza, sulle regole del contrappunto e sul rapporto fra autorità antica e innovazione contemporanea. Le sue posizioni furono anche oggetto di contestazione: il confronto con Vincenzo Galilei, in particolare, mostra come la teoria rinascimentale fosse un campo vivo, nel quale le fonti classiche e le pratiche emergenti venivano sottoposte a verifica critica. Le Dimostrationi harmoniche sono quindi importanti sia per i contenuti sia per il metodo: documentano un momento in cui la teoria musicale aspirava a essere insieme scienza, arte del comporre e disciplina di giudizio. Insieme alle Istitutioni, testimoniano l’ambizione di Zarlino di dare alla musica un linguaggio rigoroso e condiviso, la cui influenza si estese ben oltre la Venezia del Cinquecento. Non comune prima edizione di una delle opere più importanti della musicologia. Rif. Bibl.: Hirsch, i 624; Adams Z-76; Edit 16 CNCE 28123; Gregory & Bartlett, i, p.296;RISM Écrits, p.907; Brunet V, 1528.
In small folio (29.5 × 20.5 cm); (8), 312, (12) pp. Contemporary limp vellum. An old grease spot in the outer blank margin of the first three leaves, without consequence; four pages slightly and uniformly browned owing to the quality of the paper; a very faint waterstain at the lower margin of the final six leaves, never pronounced and virtually insignificant. Overall, a genuine copy in good to very good condition of one of the most important works of musicology. With a handsome printer’s device. Le Dimostrationi harmoniche is Gioseffo Zarlino’s second major theoretical work, published in Venice in 1571. Conceived as a complement to and elaboration of the Istitutioni harmoniche of 1558, it takes the form of a dialogue and gives voice to questions that the earlier treatise had presented chiefly in a systematic arrangement. The work thus reflects not only the breadth of Zarlino’s intellectual interests, but also his purpose of placing musical theory within a wider mathematical, philosophical, and humanistic culture. Gioseffo Zarlino was born in Chioggia on 31 January 1517 and died in Venice on 4 February 1590. Having entered the Carthusian Order, he received a religious and musical education that soon brought him into the cultural life of Venice. In 1565 he was appointed maestro di cappella at the Basilica of San Marco, a post he held for many years, placing him at the heart of one of Europe’s most prestigious musical institutions. Alongside his work as a composer, he pursued an energetic career as a scholar and theorist. His authority rested both on his knowledge of ancient music and on his ability to discuss the techniques of contemporary composers. The difference between the Istitutioni harmoniche and the Dimostrationi harmoniche lies chiefly in their structure and purpose. The Istitutioni offer a broad, orderly exposition of the discipline’s foundations, addressing proportions, intervals, modes, counterpoint, and the relationship between theory and practice. The work seeks to provide a comprehensive and coherent account of the art of music, drawing on classical tradition and mathematical demonstration. The Dimostrationi, by contrast, develop and test certain of these principles through discussion among interlocutors. Their dialogic form allows Zarlino to present objections, refinements, and successive stages of reasoning, bringing theoretical inquiry closer to the learned disputation characteristic of humanist circles. This is therefore no mere abridgement of the Istitutioni, but a complementary work in which arguments and positions are explored with greater intellectual dynamism. At the centre of Zarlino’s thought is the attempt to ground harmony in intelligible numerical relationships without separating speculation from musical experience. He places particular emphasis on consonances and the proportions that govern them, while treating composition and counterpoint as practical domains in which theoretical principles must prove their worth. His reflections on modes and the relationships between intervals helped shape debate concerning the tonal system during a period of profound change in compositional practice. It would nevertheless be reductive to regard him as the sole architect of modern tonality: his work formed a decisive part of a broader development, debated and reshaped by theorists and musicians in subsequent centuries. Zarlino’s influence on the history of musical criticism derives from his ability to furnish methods for describing, assessing, and teaching music. His treatises became authoritative works for readers and composers alike, informing discussion of consonance, the rules of counterpoint, and the relationship between ancient authority and contemporary innovation. His ideas were also challenged. The controversy with Vincenzo Galilei, in particular, reveals Renaissance music theory as a living field of inquiry, in which classical sources and emerging practices were subjected to critical examination. The Dimostrationi harmoniche is significant, therefore, both for its subject matter and for its method. It records a moment when musical theory aspired to be at once a science, an art of composition, and a discipline of critical judgment. Together with the Istitutioni, it bears witness to Zarlino’s ambition to provide music with a rigorous and shared language—an ambition whose influence extended far beyond sixteenth-century Venice. Uncommon first edition of one of the most important works in musicology.
7.700 euro
21) MANIERISMO METAMORFOSI OVIDIO GOLTZIUS INCISIONI SCUOLA DI HARLEEM INCISORI OLANDESI MANNERISM OVIDIAN METAMORPHOSES GOLTZIUS ENGRAVINGS HAARLEM SCHOOL DUTCH ENGRAVERS
Goltzius Hendrick, Estius Franco,
Ovidii Metam. Lib. I. Unito a: Ovidii Metam. Lib. II
(Haarlem), (H.Goltzius, Jansz Visscher, Robert de Baudos), 1589-1615
In oblungo (33,3×23,9 cm): i due libri sono rilegati in un unico volume: 52 cc. e altre carte volanti con doppi delle incisioni inserite nella serie per un totale di 56 tavole. Completo. Legatura ottocentesca in mezza-pelle chiara con titolo impresso in oro su fascetta rossa al dorso. Sempre al dorso filetti in oro. Piatti foderati con carta marmorizzata coeva. Qualche lieve segno del tempo all’ultima carta con una piccola integrazione di carta al margine superiore bianco, lontano dalla battuta e nel complesso, esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. La prima tavola fa anche da frontespizio. Seguono in sequenza le tavole che illustrano gli episodi tratti dalle Metamorfosi di Ovidio. Didascalie di due righe di versi latini disposti su due colonne sotto l’immagine opera di Franco Estius nelle prime 40 tavole. Esemplare di ottima qualità, con impressioni nitide, ricche di contrasti e di profondità chiaroscurale, tipiche della maturità di Hendrick Goltzius e della sua officina di Haarlem. Il corpus delle incisioni ispirate alle
Metamorfosi di Ovidio, avviato da Hendrick Goltzius nel 1589, rappresenta uno dei monumenti dell’arte grafica del tardo Manierismo europeo. La serie non deve essere considerata una mera illustrazione testuale, quanto piuttosto un’interpretazione visiva autonoma e potente del poema latino. Le prime 30 tavole dovrebbero essere state ideate ed incise dallo stesso Goltzius mentre altre venti tavole furono incise nell’anno seguente e pubblicate da Claes Jansz Visscher. Tutti questi fogli sono accompagnati da versi di Franco Estius. Un terzo gruppo di dodici fogli, gli ultimi della serie con versi di G. Rijkius, fu ordinato nel 1615 da Robert de Baudous, probabile incisore degli stessi. Lo stile di questi 12 fogli indica che essi si basano su disegni realizzati dal Goltzius nel 1589-1590, prima cioè del suo viaggio in Italia nel 1590-1591. Il progetto di quest’opera venne concepito in un’epoca di straordinaria fioritura per l’editoria di stampe nei Paesi Bassi e riflette appieno il gusto dell’epoca per l’allegoria classica, la tensione drammatica e il virtuosismo tecnico. Goltzius, vero “protagonista” della grafica manierista, in queste tavole abbandona la fredda imitazione per infondere nelle figure un’energia quasi barocca: i corpi sono tesi, i movimenti espansi, i paesaggi che fanno da cornice ai miti, orchestrati con una sapienza spaziale che anticipa le evoluzioni del Seicento. La serie ebbe una fortuna immensa, divenendo modello iconografico imprescindibile per generazioni di artisti successivi e contribuendo a consolidare il mito di Goltzius come “nuovo Dürer” del Nord. Il numero complessivo di 52 tavole presente nell’esemplare descritto testimonia la completezza e l’importanza della raccolta all’interno della fortuna editoriale dell’opera, che subì nel tempo diverse ristampe e integrazioni. Le Metamorfosi, capolavoro di Publio Ovidio Nasone (Sulmona, 20 marzo 43 a.C. – Tomi, 17 o 18 d.C.), costituiscono il più monumentale repertorio mitologico della letteratura classica. Composto da quindici libri, il poema epico narra la storia del mondo dalle origini, attraverso la creazione del cosmo, fino alla divinizzazione di Giulio Cesare. Il tema centrale è, appunto, la metamorfosi: il mutamento di forma da umano a animale, da uomo a pianta, da mortale a divinità, inteso come espressione della natura fluida e in costante divenire della realtà. Per l’uomo del Rinascimento e del Manierismo, l’opera di Ovidio non era solo letteratura, ma un codice cifrato della realtà, un serbatoio di exempla morali, filosofici e, soprattutto, iconografici, che Goltzius interpreta con rara sensibilità poetica. Hendrick Goltzius (1558-1617) nacque a Mühlbracht. E’ considerato fra i due più importanti incisori, disegnatori e pittori olandesi della sua generazione, nonché figura centrale della Scuola di Haarlem. La sua biografia è quella di un genio precoce e inquieto. Formatosi inizialmente come vetratista, si spostò presto verso l’incisione, tecnica che elevò a vette di virtuosismo tecnico inaudite. Il suo stile, profondamente influenzato dal viaggio compiuto in Italia nel 1590-1591 (dove ebbe modo di studiare dal vivo le opere di Michelangelo e Raffaello), passò da un manierismo “elettrizzante” e carico di tensione (visibile proprio nelle sue incisioni tardo-cinquecentesche come questa serie ovidiana), verso un classicismo più equilibrato e solido. La sua figura trascende il ruolo di artigiano: egli fu editore di se stesso e di altri, gestendo una bottega che era il centro nevralgico della produzione artistica nordeuropea. La sua mano era celebre per una perizia tecnica capace di simulare, attraverso il segno del bulino, le più sottili sfumature della pittura. L’indipendenza intellettuale di Goltzius, la sua capacità di sintetizzare l’eredità dei maestri nordici con la monumentalità del Rinascimento italiano e la sua inesauribile vena inventiva, ne fanno uno degli artisti più studiati e ammirati del panorama europeo tra XVI e XVII secolo, un ponte ideale tra l’Europa di Dürer e quella di Rubens. Serie completa in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\RML\0394079 e IT\ICCU\RML\0394080.
Oblong format (33,3×23,9 cm): the two books bound in a single volume; 52 leaves, together with additional loose leaves bearing duplicate impressions of plates from the series, for a total of 56 plates. Complete. Nineteenth-century half-light-brown leather binding, with the title gilt-stamped on a red lettering-piece on the spine; the spine is further decorated with gilt fillets. The boards are covered in contemporary marbled paper. A few slight signs of age to the final leaf, with a small paper repair to the upper blank margin, well clear of the plate-mark. Overall, a copy in good to very good condition. The first plate also serves as the title-page. It is followed by the plates illustrating episodes from Ovid’s Metamorphoses, in sequence. The first 40 plates bear two-line Latin verse captions, arranged in two columns beneath the images, by Franco Estius. A copy of excellent quality, with sharp impressions, rich in contrast and chiaroscuro depth, characteristic of Hendrick Goltzius’s mature work and his Haarlem workshop. The corpus of engravings inspired by Ovid’s Metamorphoses, initiated by Hendrick Goltzius in 1589, is one of the monuments of late European Mannerist printmaking. The series should be regarded not as a mere illustration of the text, but as a forceful and autonomous visual interpretation of the Latin poem. The first 30 plates are thought to have been designed and engraved by Goltzius himself; a further twenty were engraved the following year and published by Claes Jansz. Visscher. All these sheets are accompanied by verses by Franco Estius. A third group of twelve sheets, the final plates in the series, with verses by G. Rijkius, was commissioned in 1615 by Robert de Baudous, who was probably also their engraver. The style of these twelve plates suggests that they derive from drawings made by Goltzius in 1589–90, before his journey to Italy in 1590–91. The project was conceived at a time of extraordinary growth in the print trade in the Netherlands, and fully reflects the period’s taste for classical allegory, dramatic tension and technical virtuosity. In these plates, Goltzius, a leading figure in Mannerist printmaking, moves beyond mere imitation, imbuing his figures with an energy approaching the Baroque: bodies are taut, movements expansive, and the landscapes framing the myths are orchestrated with a spatial mastery that anticipates the developments of the seventeenth century. The series enjoyed immense success, becoming an indispensable iconographic model for generations of artists and helping to establish Goltzius’s reputation as the “new Dürer” of the North. The total of 52 plates in the copy described here attests to the completeness and importance of the collection within the publication history of the work, which underwent several reissues and additions over time. The Metamorphoses, the masterpiece of Publius Ovidius Naso (Sulmona, 20 March 43 BC–Tomis, AD 17 or 18), constitute classical literature’s most monumental mythological repertory. Comprising fifteen books, the epic poem recounts the history of the world from its origins and the creation of the cosmos to the deification of Julius Caesar. Its central theme is transformation: the changing of form from human to animal, from man to plant, and from mortal to god, conceived as an expression of reality’s fluid and ever-changing nature. For Renaissance and Mannerist readers, Ovid’s work was not merely literature, but a coded account of reality and a storehouse of moral and philosophical exempla—and, above all, of visual subjects—which Goltzius interprets with rare poetic sensitivity. Hendrick Goltzius (1558–1617) was born in Mühlbracht. He is regarded as one of the two most important Dutch engravers, draughtsmen and painters of his generation, and as a central figure of the Haarlem School. His life was that of a precocious and restless genius. Initially trained as a glass painter, he soon turned to engraving, a medium in which he attained unprecedented heights of technical virtuosity. Deeply influenced by his journey to Italy in 1590–91, where he studied the works of Michelangelo and Raphael at first hand, his style evolved from an electrifying, highly charged Mannerism, evident in late sixteenth-century engravings such as this Ovidian series towards a more balanced and assured classicism. Goltzius was far more than an artisan: he was an independent publisher and ran a workshop that became a centre of artistic production in northern Europe. His hand was renowned for a technical command that enabled him, through the burin’s line, to simulate the subtlest nuances of painting. His intellectual independence, his ability to reconcile the legacy of the Northern masters with the monumentality of the Italian Renaissance, and his inexhaustible inventiveness make him one of the most studied and admired artists of the sixteenth and seventeenth centuries, a bridge, in effect, between the Europe of Dürer and that of Rubens. Complete series, in good to very good condition. Bibliographical references: ICCU IT\ICCU\RML\0394079 and IT\ICCU\RML\0394080.
7.400 euro
22) MEDICINA PRIME EDIZIONI MEDICINA SPAGIRICA CHIRURGIA ALCHIMIA BOLOGNA MEDICINE FIRST EDITIONS SPAGYRIC MEDICINE SURGERY ALCHEMY BOLOGNA
Rositini Pietro, Rositini Lodovico, Fioravanti Leonardo,
Compendio di tutta la cirugia, utilissimo ad ogni studioso di quella, & sopra modo necessario. Per Pietro et Lodovico Rosetini medici, estratto da tutti quelli che di essa n’hanno scritto Di nuovo ristampato, et dall’eccellente m. Leonardo Fieravanti medico et cirugico bolognese ampliato, et aggiontovi un nuovo Trattato, et aggiuntovi un nuovo Trattato, et con bellissimi discorsi adornato, con la Tavola copiosissima. et li disegni de gli instrumenti , a tal’arte più che necessari.
In Venetia, appresso Lodovico Avanzo, (1561)
In 8° piccolo (14,5×10,3 cm) ; (30), (2 b.), (8 con sul lato la tavola ed al verso la descrizione dello strumento), 174 (a carta 128 è inserita una carta bianca fuori numerazione), (2 delle quali uno bianca) cc. Al taglio, il titolo e l’autore in bella scrittura cinquecentesca. Legatura coeva in piena pergamena molle con titolo manoscritto al dorso. Alcune note manoscritte alle carte bianche di guardia e al margine del testo. Esemplare genuino ed in buone-ottime condizioni di conservazione di questa seconda edizione ma che presenta per la prima volta l’intervento di Leonardo Fioravanti, di questo importante trattato di chirurgia cinquecentesco che ebbe notevole successo e diverse ristampe. L’opera dei fratelli Rositini fu uno dei più significativi tentativi di rielaborare le conoscenze chirurgiche della metà del XVI secolo. Il frontespizio, recante la marca tipografica di Lodovico Avanzo, introduce l’opera curata e ampliata dall’ecclettico medico bolognese Leonardo Fioravanti. Il testo è arricchito da una ricca serie di illustrazioni xilografiche raffiguranti gli strumenti chirurgici dell’epoca, essenziali per la comprensione delle pratiche descritte e completato da una tavola dei contenuti estremamente dettagliata. Pietro e Lodovico Rositini furono medici attivi nel XVI secolo, noti principalmente per il loro tentativo di sistematizzare e divulgare il sapere chirurgico del tempo. Il loro Compendio, che godeva di una notevole diffusione, si inserisce nel solco della tradizione dei “compendi” e dei “manuali” pratici, destinati non solo agli accademici, ma soprattutto agli operatori del settore che necessitavano di una guida chiara e maneggevole. La loro opera rappresenta uno spaccato interessante della medicina pratica pre-galenica e galenica, che stava iniziando a integrare, seppur con cautela, le nuove osservazioni empiriche. Di enorme importanza è la parte in prima edizione con lo scritto del celebre medico bolognese, Leonardo Fioravanti (Bologna, 1517 – Venezia, post 1583). Medico, chirurgo e alchimista, Fioravanti è una delle personalità più controverse e affascinanti della medicina del Cinquecento italiano. La sua carriera, descritta magistralmente da Piero Camporesi come una costante peregrinazione tra regni e repubbliche, fu caratterizzata da un approccio empirico e spregiudicato che lo pose spesso in rotta di collisione con la medicina accademica ufficiale dell’epoca. Autore di opere di grande successo come lo “Specchio di scientia universale” e il “Tesoro della vita umana”, Fioravanti propugnava una “medicina dell’esperienza”, basata sull’osservazione diretta e sull’uso di preparati chimici (spagirici) richiamandosi a concetti alchemici. Il suo intervento sul Compendio dei Rositini non fu limitato a una semplice revisione: egli ampliò il testo con un nuovo trattato e arricchì la trattazione con “bellissimi discorsi”, conferendo all’opera una dimensione pratica e teorica più aderente alla sua visione medica. Fioravanti fu un vero e proprio “promotore” di un nuovo stile chirurgico, più pragmatico e meno legato ai dogmi scolastici. La sua capacità di integrare saperi popolari, conoscenze alchemiche e tecniche chirurgiche lo resero celebre. Questa edizione del Compendio è particolarmente ricercata per i riferimenti alla medicina spagirica che si trovano in essa. Seconda edizione ma prima con i discorsi di Fioravanti di questo importante manuale cinquecentesco di chirurgia. Rif. Bibl.: IT\ICCU\UM1E\005776; Wellcome 5579.
In small 8vo (14.5 × 10.3 cm); (30), (2 blank), (8, with the plate on the recto and a description of the instrument on the verso), 174 (with a blank, unnumbered leaf inserted at leaf 128), and 2 leaves, one of them blank. The title and author’s name are elegantly inscribed on the fore-edge in a fine sixteenth-century hand. Contemporary limp vellum, with the title handwritten on the spine. A few manuscript notes on the blank endpapers and in the margins of the text. A genuine copy, in good to very good condition, of this second edition, which here includes for the first time the contribution of Leonardo Fioravanti. This important sixteenth-century surgical treatise enjoyed considerable success and was reprinted several times. The work of the Rositini brothers was one of the most significant attempts to recast the surgical knowledge of the mid-sixteenth century. The title page, bearing Lodovico Avanzo’s printer’s device, introduces the work, edited and enlarged by the eclectic Bolognese physician Leonardo Fioravanti. The text is enriched with an extensive series of woodcut illustrations depicting surgical instruments of the period, essential to an understanding of the procedures described, and concludes with an exceptionally detailed table of contents. Pietro and Lodovico Rositini were sixteenth-century physicians, chiefly known for their attempt to systematize and disseminate the surgical knowledge of their time. Their Compendio, which enjoyed wide circulation, belongs to the tradition of practical compendia and manuals, intended not only for scholars but, above all, for practitioners in need of a clear and portable guide. Their work offers an illuminating glimpse into practical medicine, both pre-Galenic and Galenic, which was beginning, albeit cautiously, to incorporate new empirical observations. Of particular importance is the section, here printed for the first time, containing the work of the celebrated Bolognese physician Leonardo Fioravanti (Bologna, 1517 – Venice, after 1583). Physician, surgeon, and alchemist, Fioravanti remains one of the most controversial and fascinating figures in sixteenth-century Italian medicine. His career, memorably described by Piero Camporesi as a continual wandering among kingdoms and republics, was marked by an empirical and audacious approach that often brought him into conflict with the official academic medicine of his day. The author of highly successful works such as the Specchio di scientia universale and the Tesoro della vita humana, Fioravanti championed a “medicine of experience,” grounded in direct observation and the use of chemical (spagyric) preparations, drawing upon alchemical concepts. His contribution to the Rositinis’ Compendio went beyond a simple revision: he enlarged the text with a new treatise and enriched it with “most excellent discourses,” giving the work a practical and theoretical dimension more consonant with his own medical outlook. Fioravanti was a true advocate of a new surgical practice, more pragmatic and less bound by scholastic dogma. His ability to bring together popular knowledge, alchemical learning, and surgical techniques made him renowned. This edition of the Compendio is particularly sought after for its references to spagyric medicine. The second edition, but the first to include Fioravanti’s discourses, of this important sixteenth-century surgical manual. Bibliographical reference: IT\ICCU\UM1E\005776.
1.700 euro
23) GUIDE STORIA LOCALE VENEZIA INCISIONI CARTE VENEZIANE NOTE MANOSCRITTE ARTE STORIA DELL’ARTE GRAND TOUR GUIDES LOCAL HISTORY VENICE ENGRAVINGS VENETIAN MAPS MANUSCRIPT NOTES ART ART HISTORY GRAND TOUR
Albrizzi Giovanni Battista,
Forestiero illuminato intorno le cose più rare, e curiose, antiche, e moderne della città di Venezia. E dell’isole circonvicine; con la descrizione delle Chiese, Monisteri, Ospedali, Tesoro di San Marco, Arsenale, Fabbriche pubbliche, Pitture celebri, Funzioni e Divertimenti, e di quanto v’è di più riguardevole. Opera adornata di molte bellissime Vedute in rame delle Fabbriche più cospicue di questa Metropoli.
In Venezia, Presso Giambattista Albrizzi Q. Gir., 1772
In 8° piccolo; (14), VIII, 429, (11) pp. e 44 c. di tav. la maggior parte a doppia pagina. Questa è la prima edizione con le tavole aumentate a 44. Legatura coeva in cartoncino rigido con titolo impresso su fascetta al dorso. Rinforzi in carta antica ai margini del dorso. Un piccolo tunnel di tarlo restaurato al margine basso bianco interno della prima metà del volume che non lede il testo nè le tavole (sfiorano solo una tavola anche qua restaurata). Una pagina presenta una piccola mancanza di carta pre stampa, al margine interno che sfiora tre lettere, ininfluente. Per il resto nel complesso esemplare in buone condizioni di conservazione. Copia chiosata da moltissime note aggiunte da mano coeva, relative ai vari monumenti. Una nota manoscritta al foglio di guardia dice “N. B. (Nota Bene) Le postille in margine al qui sono di mano dell’antico proprietario di questo divenuto raro libro (Segue sigla dello stesso personaggio che firma al frontespizio) Faccioli”. I proprietario potrebbe essere o l’erudito, latinista e letterato veronese, Giovanni Faccioli o l’erudito epigrafista e storico frate domenicano vicentino, Giovanni Tommaso (Giantommaso) Faccioli (1741 – 1808). Questa è la più bell’edizione e la più ampia per numero di tavole, guida di Venezia del settecento, apprezzatissima per le 72 bellissime tavole che vanno ad illustrare i monumenti veneziani realizzate, in parte da F. Zucchi e G. Filosi. Nella ricca produzione editoriale della Serenissima Repubblica, un posto di rilievo spetta alla celebre guida storico-artistica intitolata Forestiero illuminato intorno le cose più rare, e curiose, antiche, e moderne della città di Venezia. L’edizione stampata a Venezia nel 1772 presso la bottega di Giambattista Albrizzi Q. Gir. (ovvero “del fu Girolamo”) rappresenta uno degli esempi più raffinati ed efficaci di editoria tascabile settecentesca, espressamente concepita per i colti viaggiatori europei del Grand Tour. Giovanni Battista Albrizzi (Venezia, 29 dicembre 1698 – 1777) fu uno dei protagonisti assoluti della vita culturale ed editoriale veneziana del XVIII secolo. Membro di una celebre dinastia di stampatori di origini bergamasche, proseguì con successo l’attività del padre Girolamo. Albrizzi non fu un semplice artigiano del libro, ma un intellettuale a tutto tondo: fu tra i fondatori dell’Accademia Albrizziana (promossa insieme al fratello Almorò) e mantenne fitti legami con le principali personalità scientifiche e letterarie dell’epoca. La sua bottega era rinomata per l’altissima qualità delle edizioni, impreziosite da ricchi apparati iconografici. Oltre al Forestiero, la sua fama è legata a imprese monumentali, come la pubblicazione della Gerusalemme Liberata illustrata da Piazzetta (1745) o gli atlanti geografici derivati dai lavori di Guillaume Delisle. Il Forestiero illuminato vide la sua prima luce nel 1740 e conobbe una straordinaria fortuna, testimoniata da numerose ristampe e aggiornamenti fino all’Ottocento inoltrato. Il titolo stesso racchiude il programma dell’opera: “illuminare” il visitatore forestiero (lo straniero) attraverso una descrizione sistematica, razionale e aggiornata della città. L’edizione del 1772 si presenta come un volume in-8° piccolo, perfetto per essere consultato camminando tra le calli. Il testo mappa minuziosamente la Venezia tardo-settecentesca, suddividendo la materia sia per itinerari sia per tipologie monumentali. Tra le sue pagine trovano spazio le descrizioni di Chiese, Monasteri, Ospedali, il mitico Tesoro di San Marco, l’Arsenale, le grandi fabbriche pubbliche e le pitture celebri. Un elemento di eccezionale interesse socio-culturale è rappresentato dalle sezioni dedicate alle Funzioni e Divertimenti, che aprono una finestra vivida sulla vita quotidiana, le feste dogali, il Carnevale e i teatri veneziani. La vera forza e il fascino collezionistico di questa edizione risiedono nel sontuoso apparato illustrativo. L’opera è infatti «adornata di molte bellissime Vedute in rame delle Fabbriche più cospicue». Il volume del 1772 contiene 44 tavole fuori testo, di cui ben 28 a doppia pagina, raffiguranti ponti, piazze, palazzi e i profili delle isole circonvicine. Gran parte di queste incisioni sono riconducibili a maestri del bulino come Francesco Zucchi e Giuseppe Filosi. Le stampe non sono solo decorative, ma dialogano strettamente con il testo, restituendo la magnificenza architettonica di una Venezia all’apice del suo splendore scenografico, pochi decenni prima del crollo definitivo della Repubblica. Il Forestiero illuminato del 1772 resta così un caposaldo della letteratura odeporica e un documento storico insostituibile. Il nostro esemplare è particolarmente interessante per le centinaia di note manoscritte ai margini che integrano il testo originale. Rif. Bibl.: Fossati Bellani, 2279; Schlosser Magnino, 563; Per l’autore Giovanni Battista Albrizzi cfr. Melzi, Opere anonime e pseudonime, v. I, p. 424-425; incisioni di F. Zucchi e G. Filosi; sottoscrizioni G. Filosi desunte dall’altra emissione del 1740 LIAE026437; cfr.: J. Schulz, Albrizzi’s Forestiere … , in Bollettino dei Musei Civici di Venezia, 3(2008), p. 100-151; ICCU IT\ICCU\VEAE\011659; Cicogna, 4479, “Gl’intagli in rame furono poi impiegati in altre Guide e descrizioni di Venezia posteriori”; Morazzoni, 64-65, “La guida che tutte le altre supera per praticità di notizie e soprattutto per la ricchezza delle tavole”; Melzi, I, 424, per l’edizione 1740.
In small 8vo; (14), VIII, 429, (11) pp., and 44 plates, most of them double-page. This is the first edition with the number of plates increased to 44. Contemporary binding in stiff boards, with the title stamped on a spine label. One page has a small area of missing paper from before printing at the inner margin, just touching three letters; it does not affect the text. Old-paper reinforcements along the edges of the spine. A small worm tunnel, restored, in the lower inner blank margin of the first half of the volume; it affects neither the text nor the plates (it only touches one plate, which has also been restored here). Otherwise, the copy is in good overall condition. The copy is annotated throughout with numerous notes in a contemporary hand, relating to the various monuments. A handwritten note on the front flyleaf reads: “N.B. (Nota Bene): The marginal annotations herein are in the hand of the former owner of this now rare book” (followed by the same person’s initials, also signed on the title page), “Faccioli.” The owner may have been either Giovanni Faccioli, the Veronese scholar, Latinist and man of letters, or Giovanni Tommaso (Giantommaso) Faccioli (1741–1808), the Vicentine Dominican friar, epigraphist and historian. This is the finest and most extensive edition, in terms of the number of plates, of the eighteenth-century guide to Venice, highly prized for its 72 beautiful views illustrating the city’s monuments, some of them by F. Zucchi and G. Filosi. Among the rich output of the Most Serene Republic’s presses, a prominent place belongs to the celebrated historical and artistic guide entitled Forestiero illuminato intorno le cose più rare, e curiose, antiche, e moderne della città di Venezia. The edition printed in Venice in 1772 at the shop of Giambattista Albrizzi Q. Gir. (that is, “of the late Girolamo”) is one of the finest and most effective examples of eighteenth-century pocket-book publishing, expressly intended for the educated European travellers of the Grand Tour. Giovanni Battista Albrizzi (Venice, 29 December 1698–1777) was one of the leading figures in eighteenth-century Venetian cultural and publishing life. A member of a celebrated dynasty of Bergamasque printers, he successfully continued the business established by his father, Girolamo. Albrizzi was no mere craftsman of the book, but a cultivated man of letters: he was among the founders of the Albrizzian Academy, promoted together with his brother Almorò, and maintained close ties with the leading scientific and literary figures of his day. His shop was renowned for the exceptional quality of its editions, often enriched with extensive illustrative material. In addition to the Forestiero, his reputation rests on major publishing ventures, such as the Gerusalemme Liberata illustrated by Piazzetta (1745) and the geographical atlases based on the work of Guillaume Delisle. First published in 1740, the Forestiero illuminato enjoyed remarkable success, as attested by numerous reprints and updates extending well into the nineteenth century. The title encapsulates the work’s purpose: to “enlighten” the visiting stranger through a systematic, rational and up-to-date account of the city. The 1772 edition is a small 8vo, ideally sized for consultation while walking through Venice’s narrow streets. Its text provides a meticulous survey of late eighteenth-century Venice, arranging its material both by itinerary and by type of monument. It describes churches, monasteries, hospitals, the legendary Treasury of St Mark’s, the Arsenal, major public buildings and celebrated paintings. The sections devoted to public ceremonies and entertainments are of particular sociocultural interest, offering a vivid glimpse of everyday life, ducal festivities, Carnival and Venetian theatres. The edition’s chief appeal, and its particular interest to collectors, lies in its sumptuous illustrative apparatus. The work is described as “adorned with many beautiful copperplate views of the most notable buildings.” The 1772 volume contains 44 plates, of which no fewer than 28 are double-page, depicting bridges, squares, palaces and the outlines of the neighbouring islands. Many of the engravings are attributable to masters of the burin such as Francesco Zucchi and Giuseppe Filosi. The prints are not merely decorative: they closely complement the text, conveying the architectural splendour of Venice at the height of its scenic magnificence, just decades before the Republic’s final collapse. The 1772 Forestiero illuminato thus remains a landmark in travel literature and an indispensable historical document. This copy is of particular interest for its hundreds of marginal manuscript notes, which supplement the original text. References: Fossati Bellani, 2279; Schlosser Magnino, 563. On Giovanni Battista Albrizzi, see Melzi, Opere anonime e pseudonime, vol. I, pp. 424–425. Engravings by F. Zucchi and G. Filosi; G. Filosi’s subscription is recorded in the other issue of the 1740 edition, LIAE026437. See also J. Schulz, “Albrizzi’s Forestiere…,” Bollettino dei Musei Civici di Venezia, 3 (2008), pp. 100–151; ICCU IT\ICCU\VEAE\011659; Cicogna, 4479: “The copper engravings were later used in other subsequent guides and descriptions of Venice”; Morazzoni, pp. 64–65: “The guide that surpasses all others in the practicality of its information and, above all, in the richness of its plates”; Melzi, vol. I, p. 424, for the 1740 edition.
1.300 euro
24) LETTERATURA ITALIANA PRIME EDIZIONI ITALIANE MANZONIANA DEBUTTI LETTERARI
Alessandro Manzoni,
In morte di Carlo Imbonati. Versi di Alessandro Manzoni.
Milano, Destefanis, 1806.
In 8° (19,5 x 13,5 cm): 19, (1) pp. Legatura coeva in cartoncino rigido foderata con carta marmorizzata. Rinforzo al dorso. Qualche lieve restauro al margine interno di due carte rinforzate con carta di riso. Antica nota di possesso privato al margine alto della prima carta bianca “G. Vercelli”. Prima edizione italiana della primissima opera di Alessandro Manzoni. Questa pregevole edizione impressa dal Destefanis a Milano rappresenta, dal punto di vista della storia editoriale, un documento di fondamentale importanza, potendo essere considerata a tutti gli effetti la prima apparizione “in commercio” del debutto poetico manzoniano. È necessario, tuttavia, distinguere tale uscita da un evento bibliografico precedente, tanto elusivo quanto leggendario: l’edizione originale, licenziata a Parigi nel medesimo anno presso i torchi di P. Didot. Quest’ultima, realizzata in una tiratura estremamente limitata di appena cento esemplari, non fu mai distribuita tramite i circuiti librari ufficiali e, ad oggi, risulta pressoché impossibile da reperire sul mercato antiquario, essendo stata destinata fin dall’origine a un ristretto circolo di sodali. Il volume qui presentato reca, in apertura, una dedica firmata da G.B. Pagani rivolta a Vincenzo Monti, figura dominante del panorama letterario dell’epoca, a testimonianza del clima culturale in cui il giovane Manzoni muoveva i primi passi. L’opera, composta in memoria di Carlo Imbonati, compagno della madre dell’autore, Giulia Beccaria e figura di riferimento per la sua formazione umana e intellettuale, costituisce una sorta di esordio ufficiale dello scrittore nel vasto corpus della letteratura italiana. Tuttavia, il rapporto di Manzoni con questo suo primo lavoro fu segnato, col passare del tempo, da una profonda e tormentata insoddisfazione. Maturata una nuova consapevolezza poetica e ideologica, Manzoni giunse a rinnegare i toni encomiastici e lo stile ancora acerbo di questo carme, arrivando a proibire attivamente la circolazione dell’operetta e cercando, per quanto nelle sue possibilità, di far cadere nell’oblio quella lode rivolta all’Imbonati, quasi a voler cancellare le tracce di un apprendistato stilistico che non sentiva più consono alla propria maturità intellettuale. La rarità degli esemplari superstiti di questa edizione Destefanis è, paradossalmente, accresciuta proprio da tale volontà repressiva dell’autore, che ha contribuito nel tempo a rendere quest’opera un non comune reperto della giovinezza manzoniana. Rif. Bibl.: A. Vismara, Bibliografia di Alessandro Manzoni, 193; F. Salveraglio, Bibliografia manzoniana, 287; M. Parenti, Rarità bibliografiche dell’Ottocento, I, pp. 163-164 (con approfondimenti comparativi relativi al primigenio apparire dell’edizione Didot).
800 euro
25) INCISIONI SERIE MANIERISMO EREMITI ANACORETI SADELER ENGRAVINGS SERIES MANNERISM HERMITS ANCHORITES
Jan Sadeler, Raphael Sadeler, Maerten de Vos
Solitudo sive Vitae Patrum Eremicolarum Per antiquissima Patrem D.Hieronimum eorundem primarium olim conscripta: iam verò primum aeneis laminis … e unito a: Oraculum Anachoreticum.
Ioannis et Raphael Sadeler fratru impensis scalpt: et excusa, (1585-1586 per la prima opera, 1600 per la seconda)
In oblungo (16,8/18×20,5/213 cm, foglio 24×30 cm; seconda serie 16,5/16,8×20,5 cm, foglio 24×30 cm). Due opere in un volume: 30 cc. e 26 cc. (di 27, tavole illustrate complete ma in questo esemplare non è mai stata aggiunta la dedicatoria a Papa Clemente VIII) incise al bulino compresi i due frontespizi. Aggiunti all’interno dell’opera due fogli aggiunti volanti della stessa serie ma con coloritura coeva. La prima serie è completa e alla seconda manca solo la carta con la dedicatoria mai aggiunta in questo esemplare. Legatura novecentesca in cartoncino marmorizzato. Un leggerissimo alone al margine esterno bianco delle prime 7 carte, leggerissimo ed ininfluente. Qualche piccola macchiolina di foxing, un piccolo tarletto al margine basso della seconda tavola della seconda opera, del tutto ininfluente e uno al mergine superiore destro dell’ultima tavola della seconda opera, in coincidenza della battuta, praticamente ininfluente e nel complesso esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Le due serie sono incise al bulino e in tiratura omogenea impresse con inchiostrazione brillante e piena e con bella tonalità di fondo su medesima carta vergellata sottile con filigrana “corona con fiore centrale sormontata da mezzaluna” visibile su gran parte dei fogli. Le tavole vennero incise dai fratelli Jan e Raphael Sadeler su disegni di Maerten de Vos. Il volume rappresenta uno dei vertici della produzione iconografica religiosa del tardo manierismo fiammingo, prodotta durante il fervore della Controriforma. Queste due serie, la Solitudo sive Vitae Patrum Eremicolarum (la vita dei padri eremiti) e l’Oraculum Anachoreticum (l’oracolo degli anacoreti), costituiscono un monumentale repertorio visivo dedicato alla vita monastica, alla solitudine mistica e alla penitenza. L’opera non va intesa semplicemente come una raccolta di stampe, ma come un raffinato strumento di meditazione spirituale. Le tavole raffigurano figure di santi, eremiti e asceti in paesaggi impervi, boschi o spelonche, dove la natura diventa specchio dell’anima e luogo di prova spirituale. La maestria degli incisori Sadeler, unita all’invenzione figurativa di Maerten de Vos, trasforma questi soggetti in capolavori di equilibrio compositivo e finezza tecnica. Le scene sono caratterizzate da una narrazione dettagliata, dove il paesaggio domina la figura umana, enfatizzando il tema della solitudine cercata e del distacco dal mondo terreno, valori centrali nella spiritualità cattolica di fine Cinquecento. La circolazione di queste incisioni fu vastissima in tutta Europa, influenzando profondamente l’iconografia religiosa barocca. Jan Sadeler I (1550-1600) fu il maggiore e più influente esponente della celebre dinastia di incisori fiamminghi. Originario di Bruxelles, attivo ad Anversa, fu maestro indiscusso dell’incisione a bulino. La sua carriera fu segnata da una notevole mobilità geografica, tratto comune ai maestri del suo tempo: dopo Anversa, operò a Colonia, Monaco di Baviera alla corte di Guglielmo V di Baviera, e infine a Venezia, dove morì. La sua opera fu fondamentale per la diffusione del linguaggio manierista in Europa, traducendo in incisione le invenzioni dei più grandi pittori dell’epoca. Altro incisore fu il fratello, Raphael Sadeler I (1560-1632), fratello minore di Jan, ne condivise il percorso artistico e geografico, lavorando spesso a stretto contatto con lui. Il suo stile, pur fedele alla tradizione familiare, manifesta talvolta una maggiore delicatezza nel tratto e nella resa chiaroscurale. Anche lui fu attivo a Monaco e in Italia, contribuendo in modo decisivo al successo editoriale delle serie religiose pubblicate sotto il nome dei Sadeler. La collaborazione tra i due fratelli garantì una qualità tecnica costante e una profonda coerenza stilistica nelle grandi imprese editoriali. Tutte le tavole si basano sulle invenzioni del disegnatore e pittore fiammingo, Maerten de Vos (1532-1603)che fu autore di straordinaria prolificità e figura cardine del Manierismo ad Anversa. Formatosi probabilmente nel laboratorio del padre e poi in Italia (dove visitò Roma, Venezia e Firenze), de Vos seppe fondere la lezione dei maestri italiani (in particolare del Tintoretto) con la tradizione pittorica del Nord. La sua fama si deve non solo alla pittura, ma soprattutto ai suoi disegni destinati all’incisione. Fu l’«inventore» di una quantità incalcolabile di immagini sacre e profane che gli incisori dell’epoca, come i Sadeler, tradussero in stampe. Il suo stile si distingue per la composizione dinamica, l’eleganza delle figure e una capacità narrativa che rese le sue invenzioni immediatamente riconoscibili e ricercate dai grandi editori di stampe. Non comune ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Per la prima opera IT\ICCU\RML\0191391; Per la seconda opera Imago on line; Hollstein XLIV, XLVI, 1050-1075 e IT\ICCU\VIAE\019665.
Oblong format (16.8/18 × 20.5/21.3 cm; sheet size 24 × 30 cm; second series 16.5/16.8 × 20.5 cm; sheet size 24 × 30 cm). Two works bound in one volume: 30 leaves and 26 leaves (of 27), comprising the complete suite of illustrated plates; in this copy, however, the dedication to Pope Clement VIII was never included. Engraved throughout in the burin, including the two title-pages. Two additional loose leaves from the same series, but with contemporary hand-colouring, have been inserted into the volume. The first series is complete; the second lacks only the dedication leaf, which was never included in this copy. Twentieth-century binding in marbled boards. A very slight, negligible stain to the outer blank margin of the first seven leaves; a few small spots of foxing; a small wormhole at the lower margin of the second plate in the second work, entirely without consequence, and another at the upper right margin of the final plate in the second work, touching the plate-mark but of virtually no consequence. Overall, a copy in good to very good condition. Both series are engraved in the burin and printed in a uniform impression, with bright, rich inking and an attractive tone to the paper. They are printed on the same thin laid paper, bearing the watermark “crown with central flower surmounted by a crescent moon,” visible on a large proportion of the sheets. The plates were engraved by the brothers Jan and Raphael Sadeler after designs by Maerten de Vos. The volume represents one of the high points of late Flemish Mannerist religious imagery, produced amid the fervour of the Counter-Reformation. The two series, Solitudo sive Vitae Patrum Eremicolarum (The Lives of the Hermit Fathers) and Oraculum Anachoreticum (The Oracle of the Anchorites), form a monumental visual repertory devoted to monastic life, mystical solitude and penitence. The work should be regarded not merely as a collection of prints, but as a refined instrument of spiritual meditation. The plates depict saints, hermits and ascetics in rugged landscapes, woods and caves, where nature becomes both a mirror of the soul and a place of spiritual trial. The Sadeler engravers’ mastery, combined with Maerten de Vos’s pictorial invention, transforms these subjects into works of compositional balance and technical finesse. The scenes are richly narrative, with landscape often dominating the human figure, thereby emphasising chosen solitude and withdrawal from the world values central to late sixteenth-century Catholic spirituality. These engravings circulated widely throughout Europe and exerted a profound influence on Baroque religious iconography. Jan Sadeler I (1550–1600) was the foremost and most influential member of the celebrated Flemish dynasty of engravers. Born in Brussels and active in Antwerp, he became a pre-eminent master of the burin. His career was marked by considerable geographical mobility, a characteristic shared by many artists of his age: after Antwerp, he worked in Cologne and in Munich at the court of William V, Duke of Bavaria, before settling in Venice, where he died. His work was instrumental in disseminating the Mannerist idiom throughout Europe, translating the inventions of the leading painters of his time into engravings. His younger brother, Raphael Sadeler I (1560–1632), followed a similar artistic and geographical trajectory and often worked in close collaboration with Jan. Though faithful to the family tradition, his style at times displays greater delicacy of line and a more subtle handling of chiaroscuro. He, too, worked in Munich and Italy, contributing decisively to the publishing success of the religious series issued under the Sadeler name. The brothers’ collaboration ensured consistent technical quality and strong stylistic coherence in their major publishing ventures. All the plates derive from designs by the Flemish draughtsman and painter Maerten de Vos (1532–1603), an extraordinarily prolific artist and a central figure of Mannerism in Antwerp. Probably trained in his father’s workshop, he later travelled to Italy, visiting Rome, Venice and Florence. De Vos combined the lessons of the Italian masters, Tintoretto in particular, with the Northern pictorial tradition. His reputation rests not only on his paintings but also, above all, on his designs for engravers. He was the “inventor” of an immense number of sacred and secular images, which printmakers of the period, including the Sadeler brothers, translated into engravings. His style is distinguished by dynamic composition, elegant figures and a narrative power that made his designs instantly recognisable and highly sought after by leading print publishers. Uncommon, and in good to very good condition. Bibliographical references: For the first work: IT\ICCU\RML\0191391. For the second work: Imago Online; Hollstein, XLIV, XLVI, 1050–1075; IT\ICCU\VIAE\019665.
2.500 euro
26) TEATRO VOLUMI DI FESTE FIRENZE NUPTALIA MEDICI PRIME EDIZIONI THEATRE FESTIVAL BOOKS FLORENCE NUPTIALIA MEDICI FIRST EDITIONS
Buonarroti, Michelangelo,
Il giudizio di Paride fauola del S. Michelagnolo Buonarroti. Rappresentata nelle felicissime nozze del sereniss. Cosimo Medici principe di Toscana e della seren. principessa Maria Maddalena arciduchessa di Austria,
In Firenze, nella stamperia de Sermartelli, 1608
In 4° (21×14,5 cm); (8), 64 pp. In questo esemplare, come nella maggior parte di quelli censiti, mancano le 4 tavole che vennero aggiunte solo in alcune copie. Legatura di recupero in cartoncino seicentesco. Stemma mediceo al frontespizio. Iniziali, cornice e finalini xilografici. Stampata su carta forte di ottima qualità. Prima ed unica edizione di una delle opere più curiose di Michelangelo Buonarroti il Giovane, figura centrale del panorama letterario fiorentino di primo Seicento e pronipote del grande artista rinascimentale. La favola de Il giudizio di Paride fu appositamente composta per celebrare le fastose nozze tra Cosimo II de’ Medici, futuro Granduca di Toscana, e Maria Maddalena d’Austria, celebrate a Firenze nel 1608. L’opera si inserisce nel ricco solco degli apparati festivi e delle celebrazioni teatrali di corte, genere nel quale i Medici eccellevano, utilizzando lo spettacolo come strumento di autorappresentazione politica e culturale. Il Buonarroti, membro dell’Accademia della Crusca e attento conoscitore della tradizione pastorale, adatta il mito classico del giudizio di Paride alle esigenze celebrative del momento, esaltando in Paride le virtù del novello sposo Cosimo e inserendo elementi allegorici che rimandano alla magnificenza medicea e al legame dinastico con gli Asburgo. La rappresentazione del 1608 fu caratterizzata da un apparato scenotecnico straordinario, curato da Giulio Parigi, che ereditò da Bernardo Buontalenti la maestria nella realizzazione di macchine teatrali spettacolari. Le incisioni che spesso accompagnavano la circolazione di tali testi, o che ne documentavano l’allestimento, testimoniano la convergenza tra poesia, musica e architettura effimera, pilastri della drammaturgia granducale. Dal punto di vista editoriale, la scelta della stamperia dei Sermartelli è emblematica della cura riservata alle pubblicazioni legate alla corte fiorentina. Il testo presenta una struttura metrica raffinata, tipica dello stile del Buonarroti, che seppe conciliare il gusto per il recupero dei classici con le istanze della sensibilità barocca incipiente. L’opera non è solo un documento di circostanza, ma una testimonianza fondamentale per comprendere la transizione del gusto teatrale fiorentino, sospeso tra l’eredità del Rinascimento e la meraviglia barocca. Scrive Sara Morone a pagina 35 del suo articolo Drammaturgia di macchine nel teatro granducale fiorentino. Il teatro degli Uffizi da Buontalenti ai Parigi: “Come appare dall’azione di Michelangelo Buonarroti che per Il giudizio di Paride predispone «un piano ‘registico’ attento al coordinamento delle manovre sceniche con le azioni degli interpreti»; 66 il vero problema da risolvere è quello dell’armonia di tutte le componenti, in particolare la sincronia del movimento delle macchine con le esecuzioni musicali e coreutiche. Problema per il quale l’unica soluzione suggerita da Buonarroti è quella di molte prove di palcoscenico: “non mi par da indugiare a esercitar le macchine, e le musiche in sul luogo perché, come ho detto, ogni magistero vuol lunga, e diligente pratica, altrimenti le cose vanno per mala via e ne abbiamo gli anni passati, veduto l’esempio e questo è un gran viluppo, perché, essendosi fatte le invenzioni delli intermedi e le musiche ancora da diversi, ciascuno ha atteso al suo proprio, so che se non si viene presto in cognizione di quelle difficultà che si posson dar le macchine di questa con quella di invenzione, e il simile le musiche, ci potremmo trovar tanto tardi al procurar il rimedio che le difficoltà s’accrescessero”. Pare di sentire da vicino gli insegnamenti sperimentali dell’amico Galileo e quasi un’anticipazione di quello spirito dell’accademia del Cimento che di lì a non molti anni farà proprio della sperimentazione il suo motto: «Provando e riprovando». Una coscienza registica più complessa si fa strada in questi anni, legata al nuovo genere melodrammatico e riassunta per noi, oltre che dalle preoccupazioni del Buonarroti, dal prezioso trattato de Il corago che intorno agli anni Trenta sistematizza le svariate necessità trovando in un’unica figura professionale («un mestiero») tutte le qualità necessarie alla sintesi”. Prima edizione di opera assai rara. Rif. Bibl.: BL Italian, 17th cent., v. 1 p. 162; Gamba, Serie dei testi di lingua, n. 250; Clubb, Italian Plays, 1500-1700, n. 248. ICCU IT\ICCU\RMRE\001254.
In 4to (21 × 14.5 cm); (8), 64 pp. In this copy, as in most recorded examples, the four plates are lacking; they were added to only some copies. Reuse binding in seventeenth-century boards. Medici coat of arms on the title page. Woodcut initials, borders and tailpieces. Printed on high-quality, heavy paper. First and only edition of one of the most curious works by Michelangelo Buonarroti the Younger, a leading figure in the literary world of early seventeenth-century Florence and the great Renaissance artist’s great-nephew. The favola Il giudizio di Paride was composed expressly to celebrate the splendid marriage of Cosimo II de’ Medici, the future Grand Duke of Tuscany, and Maria Maddalena of Austria, celebrated in Florence in 1608. The work belongs to the rich tradition of court festivities and theatrical celebrations, a genre in which the Medici excelled, using spectacle as a means of political and cultural self-representation. Buonarroti, a member of the Accademia della Crusca and a discerning student of the pastoral tradition, adapted the classical myth of the Judgement of Paris to the celebratory occasion, attributing to Paris the virtues of the bridegroom, Cosimo, and introducing allegorical elements evoking Medici magnificence and the dynastic alliance with the Habsburgs. The 1608 performance was distinguished by an extraordinary stage design, devised by Giulio Parigi, who inherited from Bernardo Buontalenti his mastery of spectacular theatrical machinery. The engravings that often accompanied the circulation of such texts, or documented their staging, attest to the convergence of poetry, music and ephemeral architecture, the pillars of grand-ducal theatre. The choice of the Sermartelli press is emblematic of the care devoted to publications associated with the Florentine court. The text displays a refined metrical structure, characteristic of Buonarroti’s style, which reconciled a taste for the revival of classical forms with the emerging sensibility of the Baroque. The work is not merely a document of occasion, but an important testament to the changing tastes of Florentine theatre, poised between the legacy of the Renaissance and the wonders of the Baroque. On page 35 of her article Drammaturgia di macchine nel teatro granducale fiorentino. Il teatro degli Uffizi da Buontalenti ai Parigi, Sara Morone writes: “As is evident from Michelangelo Buonarroti’s approach to Il giudizio di Paride, for which he devised ‘a directorial plan attentive to coordinating stage machinery with the performers’ actions’; the real problem to be solved was that of harmonising all the components, particularly synchronising the movement of the machinery with musical and choreographic performances. The only solution Buonarroti suggested was to hold numerous rehearsals on stage: ‘I do not think we should delay in rehearsing the machinery and the music in situ, because, as I have said, every craft requires lengthy and diligent practice; otherwise things go badly, as we have seen in past years. This is a major complication: since the inventions for the interludes and the music were also devised by different people, each has attended to his own part. I know that unless we quickly become aware of the difficulties that may arise between the machinery of one invention and another, and likewise with the music, we may find ourselves so late in seeking a remedy that those difficulties will only increase.’ One seems to hear at close quarters the experimental teachings of his friend Galileo and almost an anticipation of the spirit of the Accademia del Cimento, which, not many years later, would make experimentation its motto: ‘Provando e riprovando’ [‘Testing and testing again’]. A more complex conception of stage direction was taking shape in these years, associated with the new genre of opera and summarised for us not only by Buonarroti’s concerns but also by the valuable treatise Il corago, which, around the 1630s, systematised the many requirements and gathered the necessary qualities for their synthesis in a single professional figure ‘a profession’ (un mestiero).” A first edition of great rarity.
1.500 euro
27) TASSIANA ROCOCò CLASSICI DELLA LETTERATURA ITALIANA EDIZIONI DI PREGIO VENEZIA STAMPATORI TASSIAN STUDIES ROCOCO CLASSICS OF ITALIAN LITERATURE FINE EDITIONS VENETIAN PRINTERS
Tasso Torquato,
Il Goffredo ovvero Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso nuova edizione arricchita di figure in rame e d’annotazioni colla vita dell’autore. Tomo Primo – Tomo Secondo.
Venezia, Presso Antonio Groppo, 1760-1761.
Due volumi in 4º (mm 30×21 cm); due tomi: (2), XXX, 364 pp. e 12 c. di tav. fuori testo, XII, 360 pp. e 11 c. di tav. fuori testo. Bella legatura coeva in mezza-pelle con piatti foderati da bella carta marmorizzata coeva, dorsi a 5 nervi con titolo e filetti in oro ai tasselli. Qualche strofinatura e lieve segno del tempo ma all’interno in magnifiche condizioni di conservazione e dalle pagine pulite e fruscianti. Numerosissime magnifiche illustreazioni nel testo stampate a lastra singola. Diverse iniziali ornate a lastra singola. Una delle edizioni più eleganti e belle della Gerusalemme Liberata con le tavole realizzate da Novelli e Leonardis. Pubblicata tra il 1760 e il 1761 dalla tipografia di Antonio Groppo, l’opera si presenta in due volumi, nota come una delle edizioni più curate e ricercate del Settecento veneto per la qualità tipografica e l’apparato iconografico. Il primo volume contiene la vita dell’autore, le dediche e i primi dieci canti del poema, accompagnati dalle note di rilievo esegetico. Il secondo volume completa l’opera con i canti dall’undicesimo al ventesimo. Il testo è arricchito da un importante corredo di incisioni in rame che illustrano gli episodi salienti del poema epico, riflettendo il gusto scenografico e narrativo dell’illustrazione libraria veneziana di metà XVIII secolo. La Gerusalemme liberata, pubblicata per la prima volta integralmente nel 1581, rappresenta il vertice dell’epica rinascimentale italiana. Il poema narra la fase conclusiva della prima crociata, culminante nella conquista di Gerusalemme da parte delle armate cristiane guidate da Goffredo di Buglione. Torquato Tasso, tuttavia, innesta su questa impalcatura storica una densa rete di conflitti interiori, passioni amorose e dilemmi etico-religiosi che rendono i personaggi come Tancredi, Clorinda, Erminia e Rinaldo, figure di straordinaria complessità psicologica. L’edizione impressa da Antonio Groppo si inserisce nel vivo della tradizione settecentesca di riscoperta e valorizzazione dei classici italiani, promossa da un ambiente erudito che vedeva in Tasso il modello supremo di un’arte che univa il “diletto” alla “gravità” morale. La scelta di arricchire questa edizione con annotazioni e con la biografia del poeta risponde alla necessità, avvertita dagli studiosi dell’epoca, di fornire al lettore strumenti critici per meglio comprendere il contesto storico-culturale in cui il Tasso operò, superando una lettura puramente estetica per approdare a un’analisi più consapevole e filologica. Il Settecento veneziano, in particolare, fu un centro nevralgico per l’editoria di pregio, capace di coniugare la tradizione tipografica locale con le innovazioni stilistiche del rococò. L’edizione del 1760-1761 testimonia l’eccellenza raggiunta dalle officine veneziane nel produrre libri che fossero, al contempo, oggetti di alta fattura artigianale e strumenti di diffusione del sapere letterario. Il primo volume si apre con il ritratto di Torquato Tasso entro un ovale, inciso da Jacopo Leonardis su invenzione di Pietro Novelli e ispirato al celebre dipinto di Annibale Carracci. Seguono dieci tavole calcografiche a piena pagina, tratte dai disegni di Bernardo Castello realizzati per l’edizione del 1617. Il secondo tomo presenta una vignetta incisa al frontespizio e altre dieci tavole a piena pagina. In entrambi i volumi, gli argomenti dei canti sono racchiusi in eleganti cornici ornamentali incise; anche i capilettera, finemente istoriati, contribuiscono all’accuratezza dell’impianto tipografico. Le scene del poema sono inoltre accompagnate da novantacinque calcografie a mezza pagina, inserite nel testo e incise da Leonardis su disegni di Novelli. A completamento dell’opera, ciascun volume raccoglie le Annotazioni di Scipione Gentili e le Osservazioni di Giulio Guastavini, dedicate ai passi del poema che riprendono o rielaborano modelli degli autori antichi. L’apparato critico, che accompagna il testo principale, offre chiavi di lettura che si distaccano dalle interpretazioni puramente letterarie, inserendo il poema nel dibattito sulla poetica epica e sulla moralità del linguaggio letterario, temi cardine nel pensiero tassiano che tanto influenzarono la critica successiva. Per la qualità e l’abbondanza delle incisioni, questa edizione è considerata tra le più notevoli del Settecento dedicate al poema tassiano. L’esemplare si presenta genuino e in ottimo stato. Rif. Bibl.: IT\ICCU\TO0E\020430; Gamba, p. 285, 948; Tassiana, 270 “Questa edizione merita di essere annoverata tra le più belle ed ornate che si abbiano della Gerusalemme”; Morazzoni, p. 256; Guidi, p. 41.ID: CW_17130; Tiepolo Piazzetta Novelli: L’incanto del libro illustrato nel Settecento veneto, catalogo della mostra (Padova, Musei Civici agli Eremitani e Palazzo Zuckermann, 24 novembre 2012-7 aprile 2013) a cura di V.C Donvito e D. Ton, Crocetta del Montello 2012, pp. 274-275.
Two volumes in quarto (30 × 21 cm); two tomes: (2), XXX, 364 pp. and 12 leaves of plates hors texte; XII, 360 pp. and 11 leaves of plates hors texte. Handsomely bound in contemporary half calf, with the boards covered in attractive contemporary marbled paper; spines in five compartments, lettered and ruled in gilt on morocco labels. Some rubbing and slight signs of age, but internally in magnificent condition, with clean, crisp pages. Numerous fine illustrations printed from separate plates within the text, together with several decorated initials printed from separate plates. One of the most elegant and handsome editions of the Gerusalemme liberata, with plates after Novelli and Leonardis. Published in 1760–1761 by the press of Antonio Groppo, this two-volume edition is regarded as one of the most carefully produced and desirable Venetian editions of the eighteenth century, distinguished by its typographical quality and illustrative apparatus. The first volume contains the poet’s life, the dedications, and the first ten cantos of the poem, accompanied by substantial exegetical notes. The second completes the work with cantos XI–XX. The text is enriched with an important suite of copper engravings illustrating key episodes of the epic, reflecting the theatrical and narrative character of Venetian book illustration in the mid-eighteenth century. First published in its complete form in 1581, the Gerusalemme liberata stands as the supreme achievement of Italian Renaissance epic poetry. The poem recounts the final phase of the First Crusade, culminating in the capture of Jerusalem by the Christian armies under Godfrey of Bouillon. Upon this historical framework, however, Torquato Tasso weaves a dense fabric of inner conflict, amorous passion, and ethical and religious dilemmas. These give such characters as Tancredi, Clorinda, Erminia, and Rinaldo a remarkable psychological complexity. Antonio Groppo’s edition belongs to the vigorous eighteenth-century tradition of rediscovering and celebrating the Italian classics. It reflects a learned culture that regarded Tasso as the foremost exemplar of a poetry combining diletto, delight, with moral gravity. The inclusion of annotations and a biography of the poet answered the period’s scholarly desire to equip readers with critical tools for understanding the historical and cultural context in which Tasso wrote. The aim was to move beyond purely aesthetic appreciation towards a more considered, philological reading. Eighteenth-century Venice was a leading centre of fine-book production, where local typographical traditions met the stylistic innovations of the Rococo. The 1760–1761 edition attests to the excellence achieved by Venetian presses in producing books that were at once objects of refined craftsmanship and vehicles for the circulation of literary knowledge. The first volume opens with an oval portrait of Torquato Tasso, engraved by Jacopo Leonardis after a design by Pietro Novelli and inspired by the celebrated painting by Annibale Carracci. It is followed by ten full-page copper engravings after drawings by Bernardo Castello, first made for the 1617 edition. The second tome has an engraved vignette on the title page and a further ten full-page plates. In both volumes, the arguments of the cantos are enclosed within elegant engraved ornamental frames; the finely historiated initials further enhance the care lavished on the typographical design. The episodes of the poem are also illustrated by ninety-five half-page copper engravings within the text, engraved by Leonardis after drawings by Novelli. Each volume concludes with Scipione Gentili’s Annotazioni and Giulio Guastavini’s Osservazioni, which discuss passages in the poem that draw upon or rework models from ancient authors. These critical materials offer perspectives beyond purely literary interpretation, situating the poem within debates on epic poetics and the morality of literary language—central concerns in Tasso’s thought that would exert a lasting influence on later criticism. On account of the quality and abundance of its engravings, this edition is considered among the most notable eighteenth-century editions of Tasso’s poem. The present copy is genuine and in very good condition.
2.500 euro
28) NUMEROLOGIA ESOTERISMO DEMONOLOGIA DEMONI NUMERO DELLA BESTIA 666 SCIENZE OCCULTE NUMEROLOGY ESOTERICISM DEMONOLOGY DEMONS NUMBER OF THE BEAST OCCULT SCIENCES
Francis Potter,
An interpretation of the number 666 wherein, not onely the manner, how this number ought to be interpreted, is clearely proved and demonstrated. With all things plainly fitted and applyed, according to the mystick characters of the number of the Beast, &c.
Oxford, Leonard Lichfield, 1647
In 4°; (18), 214 pp. Legatura coeva in mezza pelle con piatti foderati con carta marmorizzata coeva. Titolo al dorso, in parte sbiadito. Qualche strofinatura e abile e leggero rinforzo alla cerniera del piatto anteriore. Per il resto esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione di questa seconda rara edizione, ancor più rara della prima del 1642 di uno dei primi studi, completamente dedicati al numero 666. Il volume rappresenta una delle opere più curiose e intellettualmente ambiziose del XVII secolo inglese, centrata su un’esegesi numerologica del celebre “Numero della Bestia” (666) tratto dall’Apocalisse di Giovanni. Francis Potter, ecclesiastico anglicano, scienziato e membro precoce della Royal Society, sviluppa in questo trattato una tesi originale e complessa, volta a identificare una connessione tra il numero 666 e le istituzioni della Chiesa Cattolica Romana. Il cardine del ragionamento di Potter risiede nell’intuizione numerica che il numero 25, considerato la radice quadrata approssimativa di 666 “appropinque square root”, possieda una valenza simbolica fondamentale in relazione alla struttura architettonica e gerarchica della Chiesa di Roma. L’autore estende tale speculazione numerica a una minuziosa analisi della topografia e dell’organizzazione ecclesiastica, cercando di dimostrare come il numero 666 possa delineare la figura, la geometria, il numero delle porte e delle titolarità cardinalizie, giungendo fino a un’interpretazione simbolica dell’altare di San Pietro. L’opera, la cui prima edizione risale al 1642, suscitò fin da subito un misto di sconcerto e ammirazione. Joseph Mede, eminente studioso delle profezie bibliche, definì la tesi di Potter una “scoperta meravigliosa” (wonderful discovery), arrivando a sostenere che fosse il trattato più felice mai apparso al mondo su questo argomento. Anche Samuel Pepys, nel suo celebre diario, cita l’opera, definendola “mighty ingenious” (assai ingegnosa). Nonostante la natura speculativa, il lavoro di Potter fu influente per tutto il secolo e oltre, venendo ristampato fino al 1808, a testimonianza del persistente interesse europeo per le interpretazioni apocalittiche e per l’applicazione rigorosa, seppur eccentrica, del metodo logico-matematico allo studio delle Sacre Scritture. Caratterizzata da un ricco apparato iconografico, l’opera include un frontespizio calcografico (spesso attribuito a W. Marshall) che visualizza le manifestazioni numeriche del “666” e le loro supposte connessioni con il cattolicesimo. Il volume è arricchito da diagrammi, iniziali silografiche e fregi che corredano il testo, conferendogli un aspetto che unisce rigore scientifico e simbologia esoterica, tipico della produzione editoriale dell’epoca. Il rigore con cui Potter, uomo di scienza interessato all’ottica e alla sperimentazione fisica, affronta una questione mistica, riflette la mentalità del XVII secolo, in cui la ricerca del “nuovo sapere” non escludeva, ma anzi integrava, la decodificazione dei misteri divini attraverso i numeri. Questa peculiarità rende il trattato di Potter un documento essenziale per comprendere la transizione tra l’approccio speculativo tardo-rinascimentale e l’emergente metodo scientifico moderno.
4to; (18), 214 pp. Contemporary half-leather binding, with boards covered in contemporary marbled paper. Spine title, partly faded. Some rubbing and a skilful, unobtrusive repair to the front joint. Otherwise a copy in good to very good condition of this rare second edition, rarer still than the first edition of 1642, of one of the earliest studies devoted entirely to the number 666. The volume is one of the most curious and intellectually ambitious works of seventeenth-century England, centred on a numerological exegesis of the celebrated “Number of the Beast” (666) from the Apocalypse of John. Francis Potter, an Anglican clergyman, scientist, and early member of the Royal Society, advances in this treatise an original and complex thesis, seeking to identify a connection between the number 666 and the institutions of the Roman Catholic Church. At the heart of Potter’s argument lies the numerical insight that 25, regarded as the approximate square root of 666, the “appropinque square root”, has fundamental symbolic significance in relation to the architectural and hierarchical structure of the Church of Rome. The author extends this numerical speculation to a meticulous analysis of ecclesiastical topography and organisation, seeking to demonstrate how the number 666 might define the form and geometry of the Church, the number of its gates, and the number of cardinal titular churches, culminating in a symbolic interpretation of the altar of Saint Peter. The work, first published in 1642, prompted a mixture of bewilderment and admiration from the outset. Joseph Mede, an eminent student of biblical prophecy, described Potter’s thesis as a “wonderful discovery,” going so far as to call it the most successful treatise on the subject ever to appear. Samuel Pepys, too, mentions the work in his celebrated diary, calling it “mighty ingenious.” Despite its speculative nature, Potter’s work remained influential throughout the century and beyond, and was reprinted as late as 1808. This attests to the enduring European interest in apocalyptic interpretation and in the rigorous, albeit eccentric, application of logical and mathematical methods to the study of Scripture. The work is distinguished by its rich illustrative apparatus, which includes an engraved title page, often attributed to W. Marshall, depicting manifestations of the number “666” and their supposed connections with Catholicism. The volume is further embellished with diagrams, woodcut initials, and ornaments accompanying the text, giving it an appearance that combines scientific rigour with esoteric symbolism, characteristic of the publishing of the period. The rigour with which Potter, a man of science interested in optics and physical experimentation, approaches a mystical question reflects the seventeenth-century outlook, in which the pursuit of “new knowledge” did not exclude the decoding of divine mysteries through numbers, but rather incorporated it. This distinctive quality makes Potter’s treatise an essential document for understanding the transition from late Renaissance speculative thought to the emerging modern scientific method.
2.200 euro
29) FOTOGRAFIA PRIME EDIZIONI LIBRI D’ARTISTA RARITA’ MODENA FOTOGRAFIE ORIGINALI POLAROID ARTE PRIME EDIZIONI PHOTOGRAPHY FIRST EDITIONS ARTISTS’ BOOKS RARITIES MODENA ORIGINAL POLAROIDS ART
Selections1 from polaroid collection,
(Schaffhausen), Verlag Photographie, 1982
In 4° (28×22 cm); (94) pp. Legatura originale in piena pelle conservata entro custodia rigida. Applicata al piatto anteriore una polaroid originale di Franco Fontana. Esemplare in buone condizioni di conservazione. Prima ed unica edizione di questa celebre raccolta di polaroid scattate da alcuni dei più grandi fotografi della seconda metà del novecento fra i quali Franco Fontana, Luigi Ghirri, Ulay e MarinaAbramovic, Luciano Franchi, Arno Bauman, Sarah Benham, Pelle Cass, Nathan Farb, Toto Frima, Barend Houtsmuller, Tana Kaleya, Christian Vogt, Pedro Uhart, Andrè Thissen, SX-70 Gang ed altri. Esistono 50 esemplari numerati che presentano applicato al piatto una fotografia originali di Pedro Uhart, ma questo da noi presentato è l’unico conosciuto con applicata una polaroid originale firmata di Franco Fontana ed anche la custodia rigida da esposizione cosa che fa di questo esemplare un unicum di particolare valore ed interesse artistico. Franco Fontana (Modena, 9 dicembre 1933) è considerato uno dei più grandi fotografi del novecento oltere che un valente scrittore. Considerato come uno dei maestri del colore in fotografia, iniziò le sue sperimentazioni già nel 1961 anche se inizialmente, solo in forma amatoriale ma già nel 1963 espone alla Terza Biennale Internazionale del Colore che si tenne a Vienna. Tiene le prime esposizioni personali nel 1965 a Torino (Società fotografica Subalpina) e nel 1968 a Modena (Galleria della Sala di Cultura). L’esposizione nella città natale segna una svolta nella sua ricerca dove a contatto con i movimenti dell’avanguardia poetica particolarmente vivi nella città emiliana elabora un linguaggio fotografico del tutto personale che ne segnerà in modo inconfondibile la sua visione estetica. Le sue opere sono conservate in oltre cinquanta musei in tutto il mondo, fra i quali: International Museum of Photography, Rochester; Museum of Modern Art, New York; Museum of Fine Arts, San Francisco; Museum Ludwig, Colonia; Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris; Victoria and Albert Museum, Londra; Stedelijk Museum, Amsterdam; Kunsthaus di Zurigo; Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, Torino; The Photographic Museum, Helsinki; Puskin State Museum of Fine Arts, Mosca; The University of Texas, Austin; Museum of Modern Art, Norman, Oklahoma; Museo d’Arte di San Paolo; Israel Museum, Gerusalemme; Metropolitan Museum, Tokyo; National Gallery di Pechino; The Australian National Gallery, Melbourne; The Art Gallery of New South Wales, Sidney ecc. Rarità. Rif. Bibl.: solo per il volume nella versione standard ICCU IT\ICCU\MOD\1454759.
First editions. Franco Fontana (and others), Selections¹ from Polaroid Collection, (Schaffhausen), Verlag Photographie, 1982. 4to (28 × 22 cm); (94) pp. Original full-leather binding, preserved in a rigid slipcase. An original Polaroid by Franco Fontana is affixed to the upper cover. A copy in good condition. First and only edition of this celebrated collection of Polaroids taken by some of the greatest photographers of the second half of the twentieth century, including Franco Fontana, Luigi Ghirri, Ulay and Marina Abramović, Luciano Franchi, Arno Bauman, Sarah Benham, Pelle Cass, Nathan Farb, Toto Frima, Barend Houtsmuller, Tana Kaleya, Christian Vogt, Pedro Uhart, André Thissen, SX-70 Gang, and others. Fifty numbered copies are known, each bearing a photograph by Pedro Uhart affixed to the upper cover. The copy offered here, however, is the only known example with an original, signed Polaroid by Franco Fontana affixed to the cover, and with the rigid exhibition slipcase as well—features that make it a unique copy of particular artistic value and interest. Franco Fontana (Modena, 9 December 1933) is regarded as one of the twentieth century’s greatest photographers, as well as a distinguished writer. Considered a master of colour photography, he began experimenting with the medium as early as 1961, initially as an amateur. By 1963, however, he was exhibiting at the Third International Colour Biennial in Vienna. His first solo exhibitions were held in Turin in 1965 (Società Fotografica Subalpina) and in Modena in 1968 (Galleria della Sala di Cultura).The exhibition in his native city marked a turning point in his artistic research. Engaging with the avant-garde poetic movements then particularly vibrant in Emilia, he developed a wholly personal photographic language that would indelibly shape his aesthetic vision.His works are held in more than fifty museums worldwide, including the International Museum of Photography, Rochester; the Museum of Modern Art, New York; the Fine Arts Museums of San Francisco; Museum Ludwig, Cologne; Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris; Victoria and Albert Museum, London; Stedelijk Museum, Amsterdam; Kunsthaus Zürich; Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Turin; The Photographic Museum, Helsinki; Pushkin State Museum of Fine Arts, Moscow; The University of Texas, Austin; Museum of Modern Art, Norman, Oklahoma; Museu de Arte de São Paulo; Israel Museum, Jerusalem; Metropolitan Museum, Tokyo; National Gallery, Beijing; and the National Gallery of Victoria, Melbourne, among others. Rare. Bibliographical reference: for the standard edition only, ICCU IT\ICCU\MOD\1454759.
700 euro
30) MEDICINA MEDICINE CHIRURGIA SURGERY PRIME EDIZIONI FIRST EDITION MEDICINA ANTICA ROMANA IPPOCRATE MEDICINE SURGERY FIRST EDITIONS ANCIENT ROMAN MEDICINE HIPPOCRATES
Succenturiatus anatomicus. Continens commentaria in Hippocratem, de capitis Vulneribus. Additae in aliquot Capita libri VIII.C.Celsi Explicationes. [E:] A. Cornelii Celsi De re Medica liber octavus. Edition originale de ce traité d’anatomie consacré au crâne humain.
Lugduni Batavorum [Leyde], Iodocum a Colster, 1616
In 4° (19,3×14 cm); (24), 270 pp. e 35 incisioni in singola lastra nel testo e 1 grande tavola in antiporta; (2), 128 pp. e due c. di tav. fuori testo, 25 tavole incise a lastra singola in questa seconda parte. La celeberrima antiporta con il gabinetto anatomico è conservata a parte e non risulta mai esser stata piegata. Completissimo. Legatura in piena pergamena rigida con titolo ed autori, impressi in oro al dorso su fascetta in pelle rossa. Tagli spruzzati in rosso. L’opera è conservata entro una bella scatola nera con autore, titolo e anno d’edizione impressi in oro al piatto anteriore. Una piccola mancanza di carta all’angolo basso bianco di pagina 115 del primo volume antecedente alla stampa dell’opera e dovuta alla qualità della carta, ininfluente. Uno strappetto, senza perdita di carta, all’angolo basso bianco di pagina 31 del secondo volume dovuto, anche in questo caso, ad un difetto della carta, ininfluente. Frontespizio uniformemente brunito. Esemplare leggermente ed uniformemente brunito (in modo meno intenso rispetto agli altri esemplari conosciuti) come tipico delle opere stampate a Leida e nel complesso, esemplare in ottime condizioni di conservazione.
Assai rara prima edizione, ancor più rara da reperirsi in queste buone condizioni di conservazione e completa, del commento del grande medico e botanico olandese, Peter Pauw o anche Petrus Paaw (2 agosto 1564 Amsterdam – 1 augusto 1617 a Leida), all’opera del celebre medico, geografo e aforista greco antico, considerato il padre della medicina scientifica, Ippocrate di Coo (o Cos, o Kos) (Coo, 460 a.C. circa – Larissa, 377 a.C.) e all’opera del noto medico romano Aulo Cornelio Celso (in latino Aulus Cornelius Celsus; 25 a.C. circa – 45 d.C. circa) celebre per le sue operazioni sperimentali, sulle fratture del cranio. Petrus Pauw è stato un medico e botanico olandese del XVI secolo, noto per i suoi contributi significativi nel campo della medicina e della botanica, così come per il suo commento all’opera “De Medicina” di Celso, in particolare il trattato sulle fratture del cranio. Nato nella città di Gouda, nei Paesi Bassi, nel 1564, Pauw dimostrò un’innata passione per la scienza e la medicina fin dalla giovane età. Dopo aver studiato medicina all’Università di Leida, ottenne la laurea in medicina e intraprese una carriera che lo portò a diventare uno dei medici più rinomati del suo tempo. La sua attenzione si rivolse presto anche alla botanica, dove unì la sua conoscenza della medicina con lo studio delle piante medicinali. La sua reputazione crebbe rapidamente grazie alla sua capacità di riconoscere e descrivere le proprietà terapeutiche delle piante, divenendo una figura autorevole nella comunità scientifica europea. Durante la sua carriera, Pauw scrisse diversi trattati sulla medicina e sulla botanica, contribuendo significativamente alla comprensione e alla pratica di entrambi i campi. Tuttavia, la sua opera più celebre
rimane il suo commento all’opera di Celso, in particolare il trattato sulle fratture del cranio. Celso, un autore romano antico del I secolo d.C., scrisse uno dei trattati medici più importanti dell’antichità romana, “De Medicina”, che conteneva dettagliate descrizioni di varie condizioni mediche e dei loro trattamenti. Il capitolo sulle fratture del cranio fu uno dei contributi più significativi di Celso alla medicina, offrendo una visione approfondita di questa lesione traumatica e dei suoi trattamenti. Il commento di Pauw all’opera di Celso sulle fratture del cranio e sulle sue tecniche chirurgiche sperimentali rappresentò un’importante aggiunta alla comprensione medica dell’epoca. Non solo fornì una chiave di lettura preziosa per comprendere il testo originale di Celso, ma aggiunse anche nuove interpretazioni e approfondimenti basati sulle conoscenze mediche e botaniche dell’epoca. Attraverso il suo commento, Pauw non solo illustrò le teorie e le pratiche mediche dell’antica Roma riguardo alle fratture del cranio, ma offrì anche una prospettiva critica e aggiornata su vari aspetti della diagnosi, del trattamento e della prognosi di questa lesione traumatica. Nonostante le sue numerose contribuzioni alla medicina e alla botanica, la vita di Petrus Pauw fu segnata da tragedie personali, inclusa la perdita prematura della moglie e dei figli. Tuttavia, il suo impegno verso la ricerca scientifica e il suo lascito nel campo della medicina e della botanica rimangono una testimonianza duratura della sua erudizione e del suo contributo alla conoscenza umana. Pauw morì nel 1617, ma il suo lavoro continua a essere una fonte di ispirazione per le generazioni successive di medici, botanici e studiosi, e il suo commento all’opera di Celso sulle fratture del cranio rimane un punto di riferimento fondamentale per la comprensione della storia della medicina nel Rinascimento europeo. Pauw fu anche uno
dei principali sostenitori della creazione di aule anatomiche dove dissezionare i cadaveri cosa che fin dal quattrocento aveva portato a vivaci discussioni negli ambienti intellettuali europei. Basti ricordare che a partire dal 1490 quando un’aula anatomica venne costruita a Padova, sorsero alcune aule anatomiche nei principali atenei d’Europa. Seguirono poi le aule di Basilea creata nel 1588 e quella di Parigi nel 1608. Quella di Leida, invece, fu creata proprio da Pauw. Si legge in Dezeimeris, Dictionnaire historique de la médecine ancienne et moderne, I: “Pierre Paaw, a skilful anatomist, was born in Amsterdam in 1564. In 1580, he went to study medicine in Leiden. After four years, he came to France, where he stayed quite a long time in Paris and Orleans. Then he went to Denmark. He was in Rostock in 1587, and was admitted as doctor in medicine, and started to teach anatomy. Little time after, he travelled to Italy in order to hear the lecture of Fabrizio d’Aquapendente. His father’s death obliged him after three months to go back to his homeland ; he went back to Leiden, where, during twenty-eight years, he practised the art of healing with a lot of success, and taught brilliantly anatomy and botanic. He is the one who got the public lecture hall of anatomy of Leiden to be built. Paaw died in 1617. His works contain quite a large number of interesting observations.”. Prima rara edizione, difficile da reperirsi in queste condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Graesse, Trésor de livres rares, V, p. 99.
4to (19.3 × 14 cm); (24), 270 pp., with 35 single-plate engravings in the text and one large engraved plate as frontispiece; (2), 128 pp., with two leaves of plates outside the text and 25 single-plate engravings in this second part. The celebrated frontispiece depicting the anatomical theatre is preserved separately and does not appear ever to have been folded. A complete copy. Contemporary or near-contemporary full stiff vellum, with the title and authors’ names gilt on the spine, on a red leather label. Red-sprinkled edges. The work is preserved in an attractive black box, with the author, title, and year of publication lettered in gilt on the upper cover. A small loss to the paper at the lower blank corner of p. 115 in the first volume, predating the printing and attributable to the quality of the paper, without consequence; a small tear, with no loss of paper, at the lower blank corner of p. 31 in the second volume, likewise caused by a defect in the paper and of no consequence. Title page uniformly browned. The copy is slightly and evenly browned, though less markedly than other known copies, as is typical of books printed at Leiden. On the whole, an exceptionally well-preserved copy. A very rare first edition, still rarer to find complete and in such fine condition, of the commentary by the distinguished Dutch physician and botanist Peter Pauw, also known as Petrus Paaw (Amsterdam, 2 August 1564–Leiden, 1 August 1617), on the works of Hippocrates of Cos (or Coo, or Kos; c. 460–377 BC), the celebrated ancient Greek physician, geographer, and aphorist, widely regarded as the father of scientific medicine, and of the renowned Roman physician Aulus Cornelius Celsus (c. 25 BC–c. AD 45), notable for his experimental surgical procedures, particularly those concerning fractures of the skull. Peter Pauw was a sixteenth-century Dutch physician and botanist, known for his substantial contributions to medicine and botany, as well as for his commentary on Celsus’s De Medicina, especially the treatise on cranial fractures. Born in Gouda in 1564, Pauw displayed an early and innate interest in science and medicine. After studying medicine at the University of Leiden, he took his medical degree and embarked on a career that would make him one of the most distinguished physicians of his day. He soon turned his attention to botany as well, bringing his medical knowledge to bear on the study of medicinal plants. His reputation grew swiftly, owing to his ability to identify and describe the therapeutic properties of plants, and he became an authoritative figure in the European scientific community. Over the course of his career, Pauw wrote several works on medicine and botany, making a significant contribution to the advancement of both disciplines. His best-known work, however, remains his commentary on Celsus, and in particular on the treatment of cranial fractures. Celsus, a Roman author of the first century AD, wrote one of the most important medical treatises of antiquity, De Medicina, which contains detailed accounts of various medical conditions and their treatments. The chapter on fractures of the skull is among Celsus’s most significant contributions to medicine, offering a penetrating account of this traumatic injury and its treatment. Pauw’s commentary on Celsus’s discussion of cranial fractures and experimental surgical techniques represented an important addition to the medical understanding of his age. It not only provided an invaluable guide to the original text, but also offered new interpretations and insights informed by contemporary medical and botanical knowledge. In his commentary, Pauw elucidated ancient Roman theories and practices concerning cranial fractures, while also offering a critical and up-to-date perspective on their diagnosis, treatment, and prognosis. Despite his many contributions to medicine and botany, Pauw’s life was marked by personal tragedies, including the premature loss of his wife and children. His commitment to scientific inquiry and his legacy in medicine and botany nevertheless remain enduring testimony to his learning and contribution to human knowledge. He died in 1617, but his work continued to inspire later generations of physicians, botanists, and scholars; his commentary on Celsus’s treatment of cranial fractures remains an important reference for the study of the history of medicine in the European Renaissance. Pauw was also one of the leading advocates for the establishment of anatomical theatres in which to dissect human bodies, a practice that had provoked lively debate in European intellectual circles since the fifteenth century. From about 1490, when an anatomical theatre was built at Padua, such theatres began to appear at the principal universities of Europe. Basel followed in 1588 and Paris in 1608; the anatomical theatre at Leiden, by contrast, was established by Pauw himself. Dezeimeris, in his Dictionnaire historique de la médecine ancienne et moderne, I, writes: “Pierre Paaw, a skilful anatomist, was born in Amsterdam in 1564. In 1580, he went to study medicine in Leiden. After four years, he came to France, where he stayed quite a long time in Paris and Orleans. Then he went to Denmark. He was in Rostock in 1587, and was admitted as doctor in medicine, and started to teach anatomy. Little time after, he travelled to Italy in order to hear the lecture of Fabrizio d’Aquapendente. His father’s death obliged him after three months to go back to his homeland; he went back to Leiden, where, during twenty-eight years, he practised the art of healing with a lot of success, and taught brilliantly anatomy and botanic. He is the one who got the public lecture hall of anatomy of Leiden to be built. Paaw died in 1617. His works contain quite a large number of interesting observations.” A rare first edition, difficult to find in such fine condition. Bibliographical reference: Graesse, Trésor de livres rares, V, p. 99.
6.500 euro
31) FANTASY FIRST EDITON ORIGINAL LANGUAGE PRIME EDIZIONI THE WITCHER POLONIA
Wiedzmin (The Witcher), Unito a (With): Miesiecznik Fantastyka Egzorcyzmy nad polska SF. (La prima comparsa assoluta del protagonista di The Witcher, Geralt of Riva, The first ever appearance of The Witcher protagonist Geralt of Riva)
Warszawa. S. luogo, Agencja “Reporter”, S. stampatore, 1990-1987
In 4° (30,5×20,5 cm) ed in 12° (16,4×12 cm); 238, (2) pp. e 64 pp. Due opere conservate in elegante scatola rigida in piena tela con titolo e autore impressi in blu al piatto anteriore. Brossure editoriali. Due opere conservate entro cofanetto appositamente realizzato. Esemplari in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima edizione comparsa assoluta del personaggio e prima edizione assoluta del primo libro del celeberrimo Lupo Grigio, protagonista della saga di The Witcher (in lingua originale polacca Wiedzmin). Molto rari a trovarsi in coppia tutte e due in queste ottime condizioni di conservazione. Per l’epoca nella quale furono prodotti sono rari a reperirsi in buone condizioni di conservazione perché la qualità della carta e dei materiali con la quale vennero prodotti erano di scarsa qualità ed in più essendo all’epoca, testi di lettura specialmente per ragazzi, i volumi finivano per essere molto rovinati. Il giornale Fantastyka con il racconto di Sapkowski uscì che ancora, in Polonia era attivo il regime comunista, mentre la versione in libro, solo qualche anno dopo a comunismo ormai caduto. Il personaggio apparve per la prima volta sulla rivista che qui presentiamo nel 1990, quando l’autore, che di mestiere faceva tutt’altro, pur dilettandosi in traduzioni (spesso di opere Fantasy) e scrittura, inviò un suo scritto di alcune pagine ad un concorso di scrittura fantasy ideato dalla rivista Fantastyka che all’epoca era molto conosciuta in Polonia. Lo scritto vinse il terzo premio e venne pubblicato nel numero qua presentato. Pochi anni dopo Sapkowski, allungò la storia di Geral di Riva iniziando a sviluppare un mondo intorno al suo personaggio principale, pubblicando il primo vero e proprio primo libro della saga di The Witcher nel 1990. Qua sono presenti i due cardini della nascita del personaggio di The Witcher. Il numero del giornale venne poi ristampato in epoca più recente ma è distinguibile dall’originale per la qualità della carta e della stampa. Opera rara a reperirsi in queste condizioni
di conservazione. Editorial brochures.
Two books preserved in a specially made slipcase. Copies in good–excellent condition. First edition and the very first appearance of the character and of the debut book of the celebrated Grey Wolf, protagonist of The Witcher saga (original Polish title Wiedzmin). It is very rare to find both issues together in such fine condition. For the period in which they were produced, good preservation is uncommon: paper and production materials were of poor quality and, being at the time reading material often aimed at young audiences, the volumes tended to become heavily worn. The magazine Fantastyka that published Sapkowski’s story appeared while Poland was still under the communist regime, while the book version followed only a few years later, after communism had fallen. The character first appeared in the magazine issue presented here in 1990, when the author — who worked in a different profession but dabbled in translations (often of fantasy works) and writing — submitted a short piece to a fantasy writing contest run by Fantastyka, then a well-known Polish magazine. The story won third prize and was published in the issue offered here. A few years later Sapkowski expanded Geralt of Rivia’s tale, developing a whole world around his protagonist and publishing the first full novel of The Witcher saga in 1990. This lot includes the two key items linked to the birth of The Witcher character. The magazine issue was later reprinted in more recent times but can be distinguished from the original by differences in paper and print quality. A rare item to find in this state of preservation.
690 euro
32) FANTASCIENZA PRIME EDIZIONI ITALIANE STORIA DELLA FANTASCIENZA FANTASY SCIENCE FICTION FIRST ITALIAN EDITIONS HISTORY OF SCIENCE FICTION
Herbert Frank,
Dune,
Milano, Editrice Nord, 1973
In 8°; (6), 535, (3) pp. Legatura editoriale in piena tela blu con sopraccoperta editoriale illustrata oro. Una pieghetta al margine interno della brossura, ininfluente come ininfluente un piccolo strappetto al piatto posteriore della brossura. All’interno in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione italiana di uno dei più importanti testi fantascientifici del novecento. Non comune a reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione. La prima edizione italiana di Dune, uno dei romanzi più importanti e influenti della letteratura fantascientifica del Novecento, apparve nel giugno 1973 per i tipi dell’Editrice Nord di Milano, nella prestigiosa collana Cosmo. Classici della fantascienza – Serie Oro. Il volume, tradotto da Gianpaolo Cossato, introdusse il pubblico italiano a un universo narrativo destinato a esercitare un’influenza duratura sull’immaginario letterario e cinematografico contemporaneo. L’autore, Frank Patrick Herbert (Tacoma, Washington, 8 ottobre 1920 – Madison, Wisconsin, 11 febbraio 1986), fu scrittore e giornalista americano. Dopo aver lavorato per diversi quotidiani e aver maturato interessi per l’ecologia, la politica, la psicologia e le dinamiche del potere, elaborò una concezione della fantascienza che superava ampiamente i confini dell’avventura spaziale tradizionale. La sua produzione letteraria comprende numerosi romanzi, ma è soprattutto legata al ciclo di Dune, che lo consacrò fra i maggiori autori del genere. Pubblicato originariamente negli Stati Uniti nel 1965 da Chilton Books, Dune nacque dall’ampliamento di due racconti apparsi sulla rivista Analog: Dune World e The Prophet of Dune. L’opera ottenne il Premio Hugo nel 1966 e il Premio Nebula per il miglior romanzo nel 1965, imponendosi progressivamente come un classico della fantascienza moderna. La vicenda si svolge su Arrakis, pianeta desertico e inospitale, unica fonte della Spezia, o melange, sostanza indispensabile per i viaggi interstellari e capace di alterare la coscienza umana. Attorno al controllo di questa risorsa si intrecciano rivalità dinastiche, intrighi politici, tensioni religiose e conflitti economici. Al centro della narrazione si trova Paul Atreides, erede di una grande casata aristocratica, il cui destino si lega a quello dei Fremen, popolazione del deserto depositaria di una profonda conoscenza dell’ambiente in cui vive. L’originalità del romanzo risiede nella capacità di Herbert di fondere avventura epica e riflessione filosofica, costruendo un mondo complesso, dotato di una propria storia, di istituzioni politiche, tradizioni religiose e sistemi ecologici. Il deserto di Arrakis non è soltanto uno scenario esotico, ma il fulcro di una meditazione sul rapporto fra uomo e natura, sullo sfruttamento delle risorse, sul carisma dei condottieri e sui pericoli insiti nella trasformazione di un individuo in figura messianica. Il successo di Dune diede origine a una vasta saga, proseguita dallo stesso Herbert con Messia di Dune (1969), I figli di Dune (1976), L’Imperatore-Dio di Dune (1981), Gli eretici di Dune (1984) e La rifondazione di Dune (1985). Dopo la morte dell’autore, l’universo narrativo è stato ulteriormente ampliato dal figlio Brian Herbert, in collaborazione con Kevin J. Anderson. La prima edizione italiana del 1973 costituisce pertanto una testimonianza significativa della diffusione in Italia della grande fantascienza internazionale. Il volume dell’Editrice Nord, appartenente alla collana Cosmo Oro, riveste oggi un particolare interesse per collezionisti e bibliofili, soprattutto se conservato completo della sua sovraccoperta originale e in buono stato di conservazione. Non è soltanto la prima apparizione italiana di un’opera fondamentale, ma anche un documento della storia editoriale della fantascienza nel nostro Paese. Non comune prima edizione in queste ottime condizioni di conservazione.
8vo; (6), 535, (3) pp. Publisher’s original full blue cloth binding, with illustrated publisher’s dust jacket embellished in gold. A small crease along the inner margin of the jacket, of no consequence, as is a minor tear to the rear panel. Internally in excellent state of preservation. First Italian edition of one of the most important works of twentieth-century science fiction. Uncommon to find in such excellent condition. The first Italian edition of Dune, one of the most important and influential novels in twentieth-century science fiction, was published in June 1973 by Editrice Nord of Milan, in its prestigious Cosmo. Classici della fantascienza – Serie Oro series. Translated by Gianpaolo Cossato, the volume introduced Italian readers to a fictional universe destined to exert a lasting influence on the literary and cinematic imagination. The author, Frank Patrick Herbert (Tacoma, Washington, 8 October 1920 – Madison, Wisconsin, 11 February 1986), was an American writer and journalist. Having worked for several newspapers and developed a keen interest in ecology, politics, psychology and the dynamics of power, he conceived a vision of science fiction that extended far beyond the boundaries of traditional space adventure. His literary output encompasses numerous novels, but it is above all associated with the Dune cycle, which established him as one of the foremost writers of the genre. Originally published in the United States in 1965 by Chilton Books, Dune evolved from the expansion of two stories published in Analog magazine: Dune World and The Prophet of Dune. The novel received the Hugo Award in 1966 and the Nebula Award for Best Novel in 1965, gradually establishing itself as a classic of modern science fiction. The narrative unfolds on Arrakis, a barren and inhospitable desert planet, the sole source of the Spice, or melange, a substance indispensable to interstellar travel and capable of altering human consciousness. Dynastic rivalries, political intrigues, religious tensions and economic conflicts revolve around control of this precious resource. At the heart of the story stands Paul Atreides, heir to a great aristocratic House, whose destiny becomes inextricably bound to that of the Fremen, the desert-dwelling people whose profound knowledge of their environment enables them to survive in its extreme conditions. The originality of the novel lies in Herbert’s ability to combine epic adventure with philosophical reflection, creating a complex universe endowed with its own history, political institutions, religious traditions and ecological systems. The desert of Arrakis is not merely an exotic setting, but the focal point of a meditation on the relationship between humankind and nature, the exploitation of natural resources, the charisma of charismatic leaders and the dangers inherent in the elevation of an individual to messianic status. The success of Dune gave rise to an extensive saga, continued by Herbert himself with Dune Messiah (1969), Children of Dune (1976), God Emperor of Dune (1981), Heretics of Dune (1984) and Chapterhouse: Dune (1985). Following the author’s death, the fictional universe was further expanded by his son Brian Herbert, in collaboration with Kevin J. Anderson. The 1973 Italian first edition thus constitutes a significant testament to the dissemination of major international science fiction in Italy. Published by Editrice Nord as part of the Cosmo Oro series, the volume is now of particular interest to collectors and bibliophiles, especially when preserved with its original dust jacket and in good condition. It represents not merely the first Italian appearance of a seminal work, but also a document of the publishing history of science fiction in Italy. Uncommon first Italian edition in such excellent state of preservation.
160 euro
33) FANTASCIENZA PRIME EDIZIONI ITALIANE STORIA DELLA LETTERATURA POLONIA SCIENCE FICTION FIRST ITALIAN EDITIONS LITERARY HISTORY POLAND
Lem Stanislaw,
Solaris,
Milano, Editrice Nord, 1973
In 8°; (6), 216, (8) pp. Legatura editoriale in piena tela scura con sopraccoperta editoriale illustrata. Prima edizione non comune a reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione di uno dei classici mondiali della fantascienza. Stanisław Lem (Leopoli, 12 settembre 1921 – Cracovia, 27 marzo 2006) è stato uno dei maggiori scrittori polacchi del Novecento e una delle figure più originali della fantascienza mondiale. Intellettuale poliedrico, interessato alla medicina, alla filosofia, alla cibernetica e alle prospettive dello sviluppo tecnologico, seppe trasformare la narrativa fantascientifica in uno strumento di indagine epistemologica, capace di interrogare i limiti della conoscenza umana e le contraddizioni della civiltà contemporanea. Dopo gli studi di medicina presso l’Università di Leopoli e successivamente a Cracovia, esordì in ambito letterario nel 1946 con il racconto Człowiek z Marsa (L’uomo di Marte). La pubblicazione di Astronauci (Astronauti, 1951) segnò l’inizio della sua affermazione come autore di fantascienza. Pubblicato per la prima volta in Polonia nel 1961 dall’editore MON di Varsavia, Solaris costituisce il vertice della sua produzione narrativa e uno dei capolavori assoluti della letteratura fantascientifica del Novecento. L’opera conobbe una rapida diffusione internazionale, venendo tradotta in numerose lingue; la prima edizione italiana apparve a Milano nel 1973, con traduzione di Eva Bolzoni. La vicenda ha inizio con l’arrivo dello psicologo Kris Kelvin su una stazione scientifica orbitante intorno a Solaris, un pianeta ricoperto da un immenso oceano apparentemente vivente. Da decenni gli studiosi tentano invano di comprendere la natura di questa entità, capace di manifestazioni che sembrano rispondere alle attività della mente umana. Kelvin si trova presto coinvolto in eventi inquietanti: l’oceano materializza figure legate ai ricordi più dolorosi degli scienziati, costringendoli a confrontarsi con il proprio passato e con i sensi di colpa più profondi. L’originalità del romanzo risiede soprattutto nella rappresentazione dell’incontro con un’intelligenza radicalmente altra, impossibile da ricondurre alle categorie cognitive umane. L’oceano di Solaris non è semplicemente una creatura aliena, ma l’incarnazione dell’inconoscibile: un’entità davanti alla quale la scienza, la filosofia e il linguaggio rivelano i propri limiti. Lem rovescia così il tradizionale schema della fantascienza esplorativa, mettendo in discussione l’idea che il contatto con civiltà extraterrestri debba necessariamente condurre alla comprensione reciproca. L’importanza di Solaris risiede nella sua capacità di fondere suspense psicologica, speculazione filosofica e riflessione scientifica in una narrazione di straordinaria densità intellettuale. Le celebri trasposizioni cinematografiche, fra cui quella diretta da Andrej Tarkovskij nel 1972, hanno ulteriormente consolidato la fama internazionale dell’opera, trasformandola in un riferimento imprescindibile della cultura contemporanea. Accanto a Solaris, la bibliografia di Lem comprende titoli fondamentali quali L’invincibile (1964), La voce del padrone (1968), I racconti del pilota Pirx (1968) e Cyberiade (1965). La sua produzione rimane una delle più profonde testimonianze letterarie del confronto fra intelligenza, tecnologia e mistero dell’esistenza. Raro a reperirsi in queste buone condizioni di conservazione.
70 euro
34) HORROR FANTASY CLASSICI DELLA LETTERATURA LETTERATURA AMERICANA PRIME EDIZIONI ITALIANE CLASSICS OF LITERATURE AMERICAN LITERATURE FIRST ITALIAN EDITIONS.
King Stephen,
IT,
Milano, Sperling & Kupfer Editori, ottobre 1987
In 8°; (6), 1238, (4) pp. Legatura editoriale in piena tela rossa. Sopraccoperta editoriale in ottime condizioni di conservazione. Prima edizione italiana, assai rara da reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione del romanzo più celebre del grande scrittore americano, Stephen Edwin King (Portland, Maine, 21 settembre 1947). King è uno dei più celebri e prolifici scrittori americani contemporanei, universalmente riconosciuto come maestro della letteratura horror. Dopo la laurea in inglese conseguita presso l’Università del Maine nel 1970, lavorò come insegnante, dedicandosi parallelamente alla scrittura. Il successo arrivò con Carrie (1974), il suo primo romanzo pubblicato, cui seguirono opere fondamentali come Le notti di Salem (1975), Shining (1977), L’ombra dello scorpione (1978) e La zona morta (1979). La sua produzione, caratterizzata dalla capacità di fondere orrore soprannaturale, psicologia e rappresentazione della provincia americana, ha profondamente influenzato la narrativa popolare e l’immaginario cinematografico degli ultimi decenni. Pubblicato negli Stati Uniti nel settembre 1986, It rappresenta una delle opere più ambiziose e monumentali dell’autore. Il romanzo si svolge principalmente nella cittadina immaginaria di Derry, nel Maine, dove una presenza maligna si manifesta ciclicamente, assumendo forme diverse e nutrendosi delle paure delle proprie vittime. La sua incarnazione più celebre è Pennywise, il clown danzante, figura inquietante che cela una natura mostruosa e predatoria che ispirata alla figura del seria killer John Wayne Gacy (che era solito vestirsi da pagliaccio appunto) ha creato una vera e propria icona letteraria. La narrazione alterna due periodi temporali, il 1958 e il 1985, seguendo le vicende di sette ragazzi emarginati, soprannominati il Club dei Perdenti, che si uniscono per affrontare la creatura. Ventisette anni dopo, ormai adulti, sono costretti a mantenere una promessa formulata durante l’infanzia e a ritornare a Derry, dove il male sembra essersi nuovamente risvegliato. Al di là della dimensione horror, It è una profonda riflessione sulla memoria, sull’amicizia, sul trauma infantile e sulla difficoltà di confrontarsi con il proprio passato. Derry diviene una rappresentazione simbolica della comunità americana, nella quale la violenza e il pregiudizio si nascondono dietro un’apparente normalità. Il mostro assume così una duplice valenza: incarnazione del terrore soprannaturale e metafora delle paure individuali e collettive. L’opera consolidò definitivamente la fama internazionale di King e contribuì a elevare il romanzo horror a una forma narrativa capace di affrontare temi sociali e psicologici complessi. Le successive trasposizioni audiovisive, fra cui la celebre miniserie televisiva del 1990 e i film del 2017 e del 2019, ne hanno ulteriormente accresciuto la notorietà. La prima edizione italiana Sperling & Kupfer dell’ottobre 1987 e segnò il successo di King anche in Italia facendone un’icona degli anni 80′. Rara prima edizione a reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione.
8vo; (6), 1,238, (4) pp. Publisher’s original full red cloth binding. Original publisher’s dust jacket in excellent state of preservation. First Italian edition, exceedingly scarce in such excellent condition, of the most celebrated novel by the great American writer Stephen Edwin King (Portland, Maine, 21 September 1947). King is one of the most celebrated and prolific contemporary American authors, universally acknowledged as a master of horror fiction. After graduating in English from the University of Maine in 1970, he worked as a teacher while pursuing his literary ambitions. His breakthrough came with Carrie (1974), his first published novel, followed by such seminal works as ‘Salem’s Lot (1975), The Shining (1977), The Stand (1978) and The Dead Zone (1979). His literary output, distinguished by its ability to combine supernatural horror, psychological insight and vivid portrayals of small-town America, has profoundly influenced popular fiction and the cinematic imagination over recent decades. First published in the United States in September 1986, It ranks among the author’s most ambitious and monumental works. The novel is set primarily in the fictional town of Derry, Maine, where an evil presence manifests itself cyclically, assuming different forms and feeding upon the fears of its victims. Its most celebrated incarnation is Pennywise the Dancing Clown, a sinister figure concealing a monstrous and predatory nature. Inspired in part by the figure of serial killer John Wayne Gacy, who was known to perform as a clown, Pennywise became an enduring icon of modern horror literature. The narrative alternates between two periods, 1958 and 1985, following the experiences of seven outcast children known as the Losers’ Club, who unite to confront the creature. Twenty-seven years later, now adults, they are compelled to honour a childhood vow and return to Derry, where the evil appears to have awakened once more. Beyond its horror elements, It offers a profound meditation on memory, friendship, childhood trauma and the difficulty of confronting one’s past. Derry becomes a symbolic representation of American society, in which violence and prejudice lurk beneath an appearance of normality. The monster thus assumes a dual significance: both an embodiment of supernatural terror and a metaphor for individual and collective fears. The novel consolidated King’s international reputation and helped establish horror fiction as a literary form capable of exploring complex social and psychological themes. Subsequent screen adaptations, including the celebrated 1990 television miniseries and the feature films released in 2017 and 2019, further enhanced its cultural prominence. The first Italian edition, published by Sperling & Kupfer in October 1987, marked King’s growing success in Italy and helped establish him as one of the defining literary icons of the 1980s. Rare first Italian edition, particularly desirable in such excellent state of preservation.
290 euro
35) HORROR FANTASY CLASSICI DELLA LETTERATURA LETTERATURA AMERICANA PRIME EDIZIONI ITALIANE CLASSICS OF LITERATURE AMERICAN LITERATURE FIRST ITALIAN EDITIONS.
King Stephen,
Carrie,
Milano, Sonzogno, febbraio 1977
In 8°; 174, (2) pp. Brossura editoriale illustrata. Rara prima edizione italiana del primo libro edito in Italia di Stephen King, rarissima a reperirsi in queste ottime condizioni di conservazione. Nota di possesso privato datata 1977 al margine alto bianco della prima carta. Esemplare genuino. Carrie, fra i libri di Stephen King nelle edizioni italiane, è fra i più rari se non il più raro a reperirsi in buone condizioni di conservazione. L’opera rappresentava un debutto letterario in Italia e Sonzogno, non sicura dell’accoglienza che avrebbe avuto il nuovo autore, tirò un numero non altissimo di copie ed utilizzò carta di non pregiata fattura tanto che di solito gli esemplari si presentano estremamente bruniti se non la carta che si sfalda nei margini esterni. La prima apparizione italiana di Stephen King avvenne nel febbraio 1977 con Carrie, pubblicato da Sonzogno nella collana Bestseller Narrativa, nella traduzione di Brunella Gasperini. Si tratta di una data fondamentale nella storia editoriale italiana dell’horror contemporaneo: il romanzo che aveva segnato l’esordio dello scrittore negli Stati Uniti, pubblicato nel 1974 in america, arrivava così nelle librerie italiane, aprendo la strada alla progressiva affermazione di uno degli autori più letti e influenti della narrativa popolare internazionale. La leggenda racconta che una volta scritto in buona parte, una mattina King gettò il manoscritto nel pattume ma la moglie Tabhita lo racolse e convinse il marito a finirlo e a mandarlo a diverse case editrici. L’opera ebbe grande successo. L’edizione italiana, più che sulla scorta del successo letterario americano, fu decisa in seguito al film di Brian De Palma dall’omonimo titolo che uscì nelle sale nel 1976. Il film sancì il sccesso dell’opera e l’immagine di Sissy Spacek coperta di sangue, divenne un’immagine iconica della storia del cinema. Stephen Edwin King nacque a Portland, nel Maine, il 21 settembre 1947. Dopo gli studi in inglese all’Università del Maine, lavorò come insegnante, dedicandosi parallelamente alla scrittura di racconti e romanzi. Prima del successo, la sua vita fu caratterizzata da difficoltà economiche e da numerosi tentativi di pubblicazione. La svolta arrivò proprio con Carrie, il suo primo romanzo edito, che gli consentì di affermarsi nel panorama letterario americano. Pubblicato originariamente negli Stati Uniti da Doubleday nel 1974, Carrie racconta la storia di Carrie White, un’adolescente timida e isolata, vittima delle persecuzioni dei compagni di scuola e dell’oppressione domestica esercitata dalla madre Margaret, una donna fanatica religiosa. La ragazza possiede poteri telecinetici, che si manifestano con crescente intensità fino a culminare in una drammatica esplosione di violenza durante il ballo scolastico. Attraverso questa vicenda, King affronta temi quali il bullismo, il fanatismo religioso, l’emarginazione e le conseguenze distruttive della repressione psicologica. Il romanzo si distingue per la struttura narrativa, che alterna il racconto degli eventi a documenti fittizi, testimonianze e resoconti giornalistici, conferendo alla storia un carattere quasi documentario. Questa tecnica, unita alla capacità di rappresentare le paure adolescenziali e le tensioni della società americana, anticipa alcuni dei tratti più riconoscibili della successiva produzione dello scrittore. Prima edizione italiana, rara e rarissima a reperirsi queste ottime condizioni di conservazione.
8vo; 174, (2) pp. Original illustrated publisher’s wrappers. Rare first Italian edition of Stephen King’s first book published in Italy, exceedingly scarce in such excellent state of preservation. Contemporary private ownership inscription, dated 1977, in the upper blank margin of the first leaf. An authentic, unrestored copy. Among Stephen King’s works in their Italian editions, Carrie ranks among the rarest, if not the rarest of all, to be found in good condition. The book marked the author’s Italian literary debut, and Sonzogno, uncertain of the reception that would greet this new writer, printed a relatively modest number of copies on paper of inferior quality. Consequently, surviving copies are generally heavily browned, and the paper may even become brittle and crumble along the outer margins. An example in such excellent condition is therefore particularly desirable. Stephen King’s first appearance in Italy came in February 1977 with Carrie, published by Sonzogno in its Bestseller Narrativa series, in Brunella Gasperini’s translation. This date represents a significant milestone in the publishing history of contemporary horror fiction in Italy: the novel that had marked King’s American debut, originally published in the United States in 1974, finally reached Italian bookshops, paving the way for the gradual establishment of one of the most widely read and influential authors of modern popular fiction. According to the celebrated anecdote, King had already written a substantial portion of the manuscript when, one morning, he discarded it in the rubbish. His wife, Tabitha, retrieved the pages and persuaded him to complete the novel and submit it to several publishers. The work went on to achieve considerable success. The Italian edition was prompted less by the novel’s literary success in America than by the impact of Brian De Palma’s film adaptation, released in 1976 under the same title. The film established the work’s international reputation, while the unforgettable image of Sissy Spacek covered in blood became one of the most iconic images in the history of cinema. Stephen Edwin King was born in Portland, Maine, on 21 September 1947. After studying English at the University of Maine, he worked as a teacher while pursuing his literary ambitions, writing short stories and novels. Before achieving success, he endured financial difficulties and numerous attempts to secure publication. His breakthrough came with Carrie, his first published novel, which established his reputation in American literary circles. Originally published in the United States by Doubleday in 1974, Carrie tells the story of Carrie White, a shy and isolated adolescent subjected to relentless bullying by her schoolmates and to the oppressive influence of her mother, Margaret, a religious fanatic. Carrie possesses telekinetic powers, which manifest themselves with increasing intensity until they culminate in a devastating outburst of violence at the school prom. Through this disturbing narrative, King explores bullying, religious fanaticism, social exclusion and the destructive consequences of psychological repression. The novel is distinguished by its innovative narrative structure, which interweaves the principal events with fictional documents, testimonies and journalistic accounts, lending the story an almost documentary quality. This technique, together with King’s remarkable ability to evoke adolescent fears and the underlying tensions of American society, anticipates several of the defining characteristics of his subsequent work. Rare first Italian edition, exceptionally scarce in such excellent state of preservation.
500 euro
36) PRIME EDIZIONI LETTERATURA ITALIANA ITALIAN LITTERATURE FIRST EDITIONS
Eco Umberto,
Il nome della Rosa,
Milano, Bompiani, settembre 1980
In 8°; 442, (1), (2 b.) pp. Legatura coeva in piena tela rossa con sopraccoperta editoriale illustrata con la celebra pianta della biblioteca. Un piccolissimo strappetto al margine alto del dorso della brossura, ininfluente e per il resto in buone condizioni di conservazione. Prima edizione del più celebre romanzo di Umberto Eco che lo rese celebre nel mondo. La prima edizione de Il nome della rosa di Umberto Eco rappresenta uno degli avvenimenti editoriali più significativi della letteratura italiana del secondo Novecento. Pubblicato a Milano da Bompiani nel 1980, il romanzo segnò il debutto narrativo di uno degli intellettuali italiani più autorevoli del suo tempo, trasformandosi rapidamente in un successo internazionale e in un caso letterario di portata eccezionale. Umberto Eco nacque ad Alessandria il 5 gennaio 1932. Filosofo, semiologo, medievista e saggista, fu professore universitario e autore di studi fondamentali sulla comunicazione, sull’estetica e sui meccanismi dell’interpretazione. Fra le sue opere teoriche più importanti si ricordano Opera aperta (1962), Apocalittici e integrati (1964) e Trattato di semiotica generale (1975). La sua vasta cultura, unita a una straordinaria capacità di intrecciare erudizione e invenzione narrativa, trovò nel romanzo d’esordio una sintesi particolarmente felice. Ambientato nel novembre 1327, Il nome della rosa racconta le indagini del francescano Guglielmo da Baskerville e del giovane novizio Adso da Melk all’interno di un’abbazia benedettina dell’Italia settentrionale. Una serie di morti misteriose conduce i protagonisti verso una biblioteca labirintica, custode di libri proibiti e conoscenze pericolose. Sullo sfondo delle controversie teologiche medievali, delle tensioni fra papato e Impero e dei conflitti interni alla cristianità, Eco costruisce un sofisticato intreccio fra romanzo storico, giallo filosofico e riflessione semiotica. La prima edizione italiana uscì nel settembre 1980 presso Bompiani. Il libro conquistò rapidamente il pubblico e la critica, ottenendo nel 1981 il Premio Strega e imponendosi come uno dei maggiori successi editoriali italiani del novecento. La traduzione in numerose lingue ne ampliò ulteriormente la fortuna, mentre l’adattamento cinematografico diretto da Jean-Jacques Annaud, interpretato da Sean Connery e uscito nel 1986, contribuì a consolidarne la notorietà internazionale. Prima edizione.
8vo; 442, (1), (2 blank) pp. Contemporary full red cloth binding, with the original illustrated publisher’s dust jacket featuring the celebrated plan of the library. A minute tear to the upper edge of the spine of the dust jacket, of no consequence; otherwise in good state of preservation. First edition of Umberto Eco’s most celebrated novel, the work that brought him worldwide renown. The first edition of Umberto Eco’s The Name of the Rose represents one of the most significant publishing events in Italian literature of the second half of the twentieth century. Published in Milan by Bompiani in 1980, the novel marked the narrative debut of one of Italy’s most distinguished intellectuals, rapidly becoming an international success and an extraordinary literary phenomenon. Umberto Eco was born in Alessandria on 5 January 1932. A philosopher, semiotician, medievalist and essayist, he was a university professor and the author of seminal studies on communication, aesthetics and the mechanisms of interpretation. Among his most important theoretical works are Opera aperta (The Open Work, 1962), Apocalittici e integrati (1964) and Trattato di semiotica generale (A Theory of Semiotics, 1975). His immense erudition, combined with an exceptional ability to weave scholarly learning into narrative invention, found a particularly felicitous synthesis in his first novel. Set in November 1327, The Name of the Rose recounts the investigations of the Franciscan friar William of Baskerville and his young novice companion, Adso of Melk, within a Benedictine abbey in northern Italy. A series of mysterious deaths leads the protagonists towards a labyrinthine library, the repository of forbidden books and dangerous knowledge. Against the backdrop of medieval theological controversies, tensions between the papacy and the Empire, and conflicts within Christendom, Eco constructs a sophisticated narrative combining the historical novel, the philosophical detective story and semiotic inquiry. The first Italian edition was published by Bompiani in September 1980. The book swiftly won the favour of both readers and critics, receiving the Premio Strega in 1981 and establishing itself as one of the greatest Italian publishing successes of the twentieth century. Its translation into numerous languages further extended its international reputation, while the film adaptation directed by Jean-Jacques Annaud, starring Sean Connery and released in 1986, helped consolidate its worldwide renown. First edition.
160 euro
36) LETTERATURA RUSSA PRIME EDIZIONI ITALIANE PRIMA EDIZIONE ITALIANA STORIA DELLA LETTERATURA CLASSICI DELLA LETTERATURA TEATRO RUSSIAN LITERATURE FIRST ITALIAN EDITIONS FIRST ITALIAN EDITION HISTORY OF LITERATURE LITERARY CLASSICS THEATRE FRANKLIN USA
Puškin Aleksandr Sergeevič (1799–1837),
Bors Godunof, Poema Drammatico di Alessandro Puskin, prima versione italiana con prefazione e note di Cesare Bragalia.
Milano, Edoardo Sonzogno Editore, 1883
Unito a:
Franklin Benjamin,
Opere Morali di Beniamino Franklin,
Milano, Edoardo Sonzogno Editore, 1882
Unito a:
Beaumarchais Pierre-Augustin Caron,
Il barbiere di Siviglia o La precauzione inutile (Commedia in quattro atti) – Il matrimonio di Figaro ovvero Un giorno di pazzie (Commedia in cinque atti)
Milano, Edoardo Sonzogno Editore, 1883
In 8° piccolo (17,4×11,3 cm); tre opre in un volume: 91, (5 una bianca e le altre pagine con il catalogo Sonzogno) pp.; 94, (16) pp.; 136 pp. Legatura coeva in mezza-tela scura con titolo impresso in oro al dorso. Difetti alle cerniere ma libro ben legato. All’interno le tre opere si presentano in buone-ottime condizioni di conservazione. Le prime due opere, quella di Puskin e quella di Franklin, sono in prima edizione italiana. Queste prime edizioni sono sono abbastanza rare in quanto la collana della “Biblioteca Universale” nasceva con l’intento di rendere possibile, anche a chi non aveva grandi disponibilità economiche, le opere in essa pubblicate. Per questo la qualità della carta utilizzata era di bassa qualità e moltissime copie sono andate distrutte con il passare del tempo. Le prime due opere ebbero notevole successo e vennero poi anche ristampate nella stessa collana anni dopo. Di particolare importanza e rarità è la prima edizione di Puskin. Il Boris Godunov (1825; pubblicato nel 1831) rappresenta il capolavoro drammatico di Aleksandr Puškin. Scritto sotto l’influenza del Macbeth di Shakespeare e degli storici Karamzin e Shakespeare stesso, il dramma in versi rompe con la tradizione classicista del teatro russo, adottando una struttura a scene frammentate che ripercorre l’ascesa e la caduta dello Zar Boris Godunov (1598–1605), figura tormentata dal senso di colpa per l’omicidio del legittimo erede al trono, il zarevic Dmitrij. L’opera è un affresco magistrale in cui la psicologia dell’individuo si intreccia indissolubilmente con il destino collettivo del popolo russo, ritratto non come massa inerte, ma come protagonista attivo e, in ultima analisi, arbitro della storia. L’edizione del 1883 si inserisce nel contesto della “Biblioteca Universale”, una collana fondamentale nella storia dell’editoria italiana di fine XIX secolo. Edoardo Sonzogno, con una visione pionieristica, mirava a democratizzare la cultura, rendendo accessibili a un pubblico vasto e non necessariamente erudito i capolavori della letteratura mondiale a prezzi estremamente contenuti. Il catalogo della “Biblioteca Universale” fu una vera e propria enciclopedia democratica, che spaziava dai classici greci e latini alle opere moderne, favorendo in Italia una circolazione senza precedenti di testi stranieri. In questo senso, la scelta di inserire Puškin nel 1883 testimonia la volontà dell’editore milanese di allargare gli orizzonti letterari del lettore italiano verso la letteratura russa, che in quegli anni stava iniziando a destare un vivo interesse intellettuale. La traduzione di Cesare Bragaglia costituisce un momento significativo nella ricezione puškiniana in Italia, essendo la prima versione italiana del Boris Godunov. Bragaglia, curatore anche della prefazione e delle note, affrontò il compito proibitivo di trasporre in lingua italiana la complessità del verso puškiniano, alternando il solenne blank verse shakespeariano alle sezioni in prosa che caratterizzano l’originale. La sua prefazione riflette la sensibilità critica dell’epoca, tesa a inquadrare Puškin non solo come poeta nazionale russo, ma come figura universale, capace di coniugare il rigore storico con la passionalità tragica. Sebbene la lingua utilizzata risenta inevitabilmente della temperie culturale tardo-ottocentesca, la traduzione di Bragaglia ebbe il merito storico di sdoganare Puškin presso il pubblico italiano, aprendo la strada alla futura, più fortunata, stagione della slavistica in Italia. Nei primi decenni del secolo, il mercato italiano era rivolto soprattutto alle letterature francese, inglese e tedesca. Le opere russe erano meno accessibili: mancavano traduzioni italiane, il russo era conosciuto da pochi e spesso si passava attraverso versioni francesi o tedesche. Perciò anche un’opera importante poteva restare a lungo fuori dal repertorio italiano. Il Boris Godunof era, inoltre, un testo difficile da proporre. Non è un dramma costruito secondo le convenzioni teatrali più familiari al pubblico italiano: ha una struttura episodica, con scene brevi e numerosi passaggi di luogo e di prospettiva, e combina il verso con la prosa. La sua efficacia dipende molto dal rapporto fra lingua, ritmo, storia russa e memoria collettiva. Tradurlo richiedeva quindi competenze linguistiche e culturali non comuni; rappresentarlo, poi, poteva apparire meno immediato rispetto a testi più lineari. Anche la fortuna di Puškin si consolidò gradualmente fuori dalla Russia. In patria era già una figura centrale, ma la sua reputazione internazionale non si diffuse subito in modo uniforme. La conoscenza della letteratura russa in Europa si ampliò soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, quando aumentarono le traduzioni e l’interesse per la storia e la cultura russe. Quest’edizione rappresenta dunque un documento prezioso per comprendere come il capolavoro del poeta russo sia giunto ai lettori italiani, filtrato attraverso l’intento divulgativo di una delle case editrici più iconiche della storia editoriale del nostro Paese. Prima rara edizione italiana in buone condizioni di conservazione. Rif. Bib.: per la prima opera, ICCU IT\ICCU\ANA\0148859; per la seconda opera, ICCU IT\ICCU\RAV\0167618.
Small 8vo (17.4 × 11.3 cm); three works in one volume: 91, (5, one blank and the remainder comprising the Sonzogno catalogue) pp.; 94, (16) pp.; 136 pp. Contemporary dark half-cloth binding, with gilt lettering on the spine. Joints defective, but the book remains firmly bound. Internally, all three works are in good to very good condition. The first two works, by Pushkin and Franklin, are first Italian editions. Such early editions are fairly uncommon: the “Biblioteca Universale” series was conceived to make the works it published accessible even to readers of limited means. Accordingly, the paper employed was of poor quality, and many copies have been lost over time. The first two works proved highly successful and were later reprinted in the same series. Of particular importance and rarity is the first Italian edition of Pushkin. Boris Godunov (written in 1825; published in 1831) is Aleksandr Pushkin’s dramatic masterpiece. Written under the influence of Shakespeare’s Macbeth and of the historians Karamzin and Shakespeare himself, the verse drama breaks with the classicist tradition of Russian theatre, adopting a fragmented, scene-by-scene structure to recount the rise and fall of Tsar Boris Godunov (1598–1605), a figure tormented by guilt over the murder of the rightful heir to the throne, Tsarevich Dmitry. The work is a masterful fresco in which individual psychology is inextricably bound up with the collective destiny of the Russian people, portrayed not as an inert mass, but as an active protagonist and, ultimately, the arbiter of history. The 1883 edition belongs to the “Biblioteca Universale,” a series of considerable importance in the history of Italian publishing in the late nineteenth century. With a pioneering vision, Edoardo Sonzogno sought to democratise culture by making the masterpieces of world literature accessible, at exceptionally modest prices, to a broad readership not necessarily possessed of scholarly learning. The “Biblioteca Universale” catalogue amounted to a veritable democratic encyclopaedia, ranging from Greek and Latin classics to modern works, and fostered an unprecedented circulation of foreign texts in Italy. In this respect, the decision to include Pushkin in 1883 testifies to the Milanese publisher’s determination to broaden the literary horizons of Italian readers towards Russian literature, which was beginning at the time to attract lively intellectual interest. Cesare Bragaglia’s translation marks a significant moment in the Italian reception of Pushkin, being the first Italian version of Boris Godunov. Bragaglia, who also supplied the preface and notes, undertook the formidable task of transposing the complexity of Pushkin’s verse into Italian, alternating Shakespearean blank verse with the prose passages characteristic of the original. His preface reflects the critical sensibility of the period, which sought to present Pushkin not merely as Russia’s national poet, but as a universal figure, capable of combining historical rigour with tragic passion. Although the language inevitably bears the imprint of the late nineteenth-century cultural climate, Bragaglia’s translation had the historical merit of introducing Pushkin to the Italian public, paving the way for the more successful subsequent development of Slavonic studies in Italy. In the early decades of the century, the Italian market was directed chiefly towards French, English, and German literature. Russian works were less accessible: Italian translations were scarce, few readers knew Russian, and texts were often encountered through French or German versions. Consequently, even an important work could remain outside the Italian literary repertoire for a considerable time.Boris Godunov was, moreover, a difficult work to bring before readers. It is not a drama constructed according to the theatrical conventions most familiar to Italian audiences: its episodic structure comprises brief scenes and frequent shifts of place and perspective, and combines verse with prose. Its power depends greatly upon the interplay of language, rhythm, Russian history, and collective memory. Translating it therefore required uncommon linguistic and cultural expertise; staging it, in turn, may have seemed less straightforward than presenting more linear works. Pushkin’s reputation beyond Russia also developed gradually. He was already a central figure in his homeland, but his international standing did not spread uniformly at once. Knowledge of Russian literature in Europe expanded chiefly in the second half of the nineteenth century, as translations multiplied and interest in Russian history and culture grew. This edition is therefore a valuable document for understanding how the Russian poet’s masterpiece reached Italian readers, mediated by the popularising mission of one of the most iconic publishing houses in the history of Italian publishing. A rare first Italian edition, in good condition. Bibliographical references: for the first work, ICCU IT\ICCU\ANA\0148859; for the second work, ICCU IT\ICCU\RAV\0167618.
250 euro
37) ROSICRUCIAN ALCHEMY ASTROLOGY RARITY ESOTERICISM ARCHAEOMETER ROSACROCE ROSICRUCIANISM ROSE-CROIX ALCHIMIA ASTROLOGIA RARITA’ ESOTERISMO ARCHEOMETRA
Rarissimo archeometra Rosacrociano

Pierre Henri de Lombard, du Castellet
Hoc Opus Nobili Alemanni A. C. Continet Imaginem Micro et Macrocosmicam Admiranda Industria Spectandam, Oculis Contemplandam Quam Frater Illuminatis vulgo Rosa Crucis, flando Extruxerat Natus anno 1378 et post CVI denatus, Anno 1484, deinde ex Musaeis Aquarum Sextiarum Nobilissimus Dominus Petris, Henricus, Vincentius Lombard, Marchio du Castellet Subtraxit et supra semper vivis Iussit opponi idibus Augusti An.o MDCCLI una cum Litteris latinis, arabicis, hebraicis, ante, et positransitum fluminis
B. Coussin Sculp., S. Luogo, agosto 1751
In 4° (34×32,5 cm). Montato su due legni coevi e conservato entro scatola appositamente realizzata con titolo impresso in oro al piatto anteriore. Qualche forellino di tarlo ai supporti in legno e qualche piccolo forellino di tarlo alla stampa che si trova montata, a sua volta, su tela antica. Macchioline di sporco sparse, qualche lieve segno del tempo, uno strappetto nel margine esterno sinistro alto. L’immagine risulta in buone condizioni di conservazione. Mandala rosacrociano, probabilmente stampato come unicum con stemma famigliare dei nobili nizzardi Lombardi (tre pigne disposte in modo irregolare), al centro della dedicatoria. Nella dedicatoria si leggono le date di nascita e morte del mitico fondatore dei Rosacroce, Christian Rosenkreutz (1378 – 1484). Come di ogni cosa relativa ai Rosacroce, scarse sono le notizie sia sulla stampa in se’, sia sul suo realizzatore come del resto prevedibile. Come disse Umberto Eco (che sempre fu affascinato dai Rosacroce che far le confraternite segrete, è stata da sempre la più ermetica) in celebre intervento alla Milanesiana “Il segreto è un’informazione che non viene rivelata ovvero che non deve o non dovrebbe essere rivelata, perché – se lo fosse –
recherebbe nocumento a chi la rivela e talora persino a chi la riceve”. La stampa è attribuita, come da dedicatoria a Pierre Henri de Lombard (a volte indicato anche con il cognome di Lombart o italianizzato di Lombardi), Marchese du Castellet. Poco si sa della sua vita se non che proveniente da una nobile famiglia originaria della zona di “Aix-en-Provence”, fu un ufficiale di marina e che sarebbe stato uno dei membri dei Rosa Croce, divenendone poi uno dei principali esponenti e ultimi conoscitori dei segreti dell’ordine. In base a studi di alcune società rosacrociane, Lombard avrebbe fatto realizzare questa stampa tra il 1751 ed il 1755. Lombard. Il nostro esemplare, probabilmente sconosciuto, stabilisce definitivamente la prima data di realizzazione nel 1751. Nel sito della “Sesheta publications” si legge, riguardo ad una riproduzioni di questa stampa, evidentemente posteriore alla nostra “Le Collegium Rosae-Crucis possède dans ses archives, une version plus complète que celle de la Bibliotheca Hermetica d’Amsterdam (Librairie Ritmann) de cette estampe datée cette fois de 1787, la ‘Société de la Rose-Croix Hermétique’ était composée de Franc-maçons français, passionnés d’Hermétisme. L’estampe du C.R.C. est signée, en grec, par les Frères Vallier, D’Aumade, Feraud et Saurin.”. Alcune fonti suggeriscono che Lombardi fu l’iniziatore ai segreti della Società Ermetica Rosacrociana, di uno degli ultimissimi e più conosciuti esponenti della corrente ermetica dell’ordine, il conte di Chazal che era di qualche anno più giovane di Lombardi (era nato nel 1731) e che fu un noto alchimista. Seppur i Rosacroce si richiamino a dottrine ed ad un ordine antico, ufficialmente la prima testimonianza si fa risalire al 1614 quando appare un manifesto, la “Fama Fraternitatis” seguito nel 1615 da un secondo testo la “Confessio fraternitatis Rosae crucis. Ad eruditos Europae” che tra metafore che si rifanno all’alchimia ed richiami a teorie messianiche chiamano a raccolta gli eruditi di tutt’Europa per mettersi in contatto con i confratelli e dare il loro contributo, non prima però di aver specificato il carattere segreto della confraternita e l’obbligo di segretezza dei suoi. Sempre Eco alla Milanesiana così si espresse sui Rosacroce “Tuttavia lanciano un appello finale a tutti i dotti d’Europa, affinché prendano contatto con gli adepti della società. Quasi immediatamente, da ogni parte d’Europa si iniziano a
scrivere appelli ai Rosacroce. Nessuno afferma di conoscerli, nessuno si dice Rosacroce, ma tutti in qualche modo cercano di far capire che si trovano in assoluta sintonia con quel programma. […] Così che chi afferma di essere Rosacroce (in quanto mancherebbe al fondamentale vincolo di riservatezza che lega gli adepti) non lo è. […] Di conseguenza, non solo non esistono prove storiche dell’esistenza dei Rosacroce originari e l’Amorc, l’Anticus et mysticus Ordo rosae crucis di cui potete ancora oggi visitare il tempio para-egizio in San José, California, afferma che i testi originari che legittimano l’ordine certamente ci sono, ma per ovvie ragioni rimarranno segreti e rinchiusi in archivi inaccessibili. […]”. Per questa ragione le testimonianze antiche dell’esistenza dei Rosacroce sono rarissime.
4to (34 × 32.5 cm). Mounted on two contemporary wooden supports and preserved in a specially made case, with the title stamped in gilt on the upper cover. The wooden supports show a few small wormholes, as does the print, which is itself mounted on old canvas. Scattered small spots of soiling and minor signs of age; a small tear at the upper part of the left outer margin. The image is otherwise in good condition. A Rosicrucian mandala, probably printed as a unique impression, bearing at the centre of its dedicatory inscription the family arms of the noble Lombardi family of Nice, depicting three pine cones arranged irregularly. The dedication records the birth and death dates of Christian Rosenkreutz (1378–1484), the legendary founder of the Rosicrucians. As is to be expected of an object associated with the Rosicrucians, little is known either of the print itself or of its maker. As Umberto Eco, who was always fascinated by the Rosicrucians, the most hermetic of the secret confraternities, remarked in a celebrated address at La Milanesiana: “A secret is information that is not disclosed, or that must not, or ought not, be disclosed, because, if it were, it would harm the person revealing it, and sometimes even the person receiving it.” According to the dedication, the print is attributed to Pierre Henri de Lombard, also occasionally styled Lombart or, in Italianised form, Lombardi, Marquis du Castellet. Little is known of his life beyond the fact that he came from a noble family originating in the region of Aix-en-Provence, served as a naval officer, and is said to have been a member of the Rosicrucians, later becoming one of the order’s leading figures and one of the last custodians of its secrets. On the basis of research by certain Rosicrucian societies, Lombard is believed to have commissioned this print between 1751 and 1755. The present copy, apparently hitherto unknown, establishes 1751 as the date of its first production. The Sesheta Publications website, discussing a reproduction of this print that is evidently later than the present example, states: “Le Collegium Rosae-Crucis possède dans ses archives, une version plus complète que celle de la Bibliotheca Hermetica d’Amsterdam (Librairie Ritmann) de cette estampe datée cette fois de 1787, la ‘Société de la Rose-Croix Hermétique’ était composée de Franc-maçons français, passionnés d’Hermétisme. L’estampe du C.R.C. est signée, en grec, par les Frères Vallier, D’Aumade, Feraud et Saurin.”Some sources suggest that Lombardi initiated into the secrets of the Rosicrucian Hermetic Society the Count of Chazal, one of the last and best-known representatives of the order’s Hermetic tradition. A few years younger than Lombardi, Chazal was born in 1731 and became a noted alchemist. Although the Rosicrucians traced their doctrines and order to ancient origins, the first documented reference to them is generally dated to 1614, when the manifesto Fama Fraternitatis appeared. It was followed in 1615 by a second text, Confessio fraternitatis Rosae crucis. Ad eruditos Europae. Through alchemical metaphor and allusions to messianic doctrines, these works summoned the learned men of Europe to make contact with the brethren and contribute to their cause, while also affirming the secret character of the fraternity and the obligation of its members to maintain secrecy. Eco described the Rosicrucians at La Milanesiana in these terms: “They nevertheless conclude with an appeal to all the learned men of Europe, urging them to make contact with the society’s adepts. Almost immediately, appeals to the Rosicrucians begin to be written from every corner of Europe. No one claims to know them, no one declares himself a Rosicrucian, yet everyone somehow seeks to make clear that he is in complete accord with their programme. […] Thus, anyone who claims to be a Rosicrucian cannot be one, since such a claim would violate the fundamental bond of secrecy binding the adepts. […] Consequently, not only is there no historical proof that the original Rosicrucians ever existed, but AMORC, the Anticus et mysticus Ordo rosae crucis, whose quasi-Egyptian temple may still be visited in San José, California, asserts that the original texts legitimising the order certainly exist, but that, for obvious reasons, they will remain secret and confined to inaccessible archives. […]”. For this reason, early evidence of the Rosicrucians’ existence is exceedingly rare.
12.500 euro
38) CLASSICI LATINI TEATRO COMMEDIE UMANESIMO UMANISTI STAMPATORI VENEZIA SCOTO ILLUSTRATI LATIN CLASSICS THEATRE COMEDY HUMANISM HUMANISTS PRINTING VENICE SCOTO ILLUSTRATED
Terentius Afer Publius,
P. Terentii Afri poetae lepidissimi Comoediae, Andria, Eunuchus, Heautontimorumenos, Adelphi, Hecyra, Phormio, … Elenchum interpretum, qui in has Comoedias docte simul & erudite scripserunt, proxima subinde pagina demonstrabit. …,
Venetiis, apud Hieronymum Scotum, 1545.
In 2° (31,5×21,5 cm); (14), 154, 117, (5) cc. Completo. Legatura seicentesca rimontata e con qualche piccolo restauro, in mezza-pergamena (piccola integrazione al tassello con il titolo ed al margine alto del dorso). Piatti foderati di carta gialla seicentesca. Un forellino di tarlo nel margine alto dell’opera che da carta 140 della prima parte diventano 3 forellini fino alla fine. Antica firma di appartenenza abrasa al frontespizio, solo in parte leggibile. Da carta 2 della seconda parte a carta 44 uno dei forellini diventa un piccolo tunnel. In ogni modo le tracce di tarlo sono sempre nel margine bianco e ininfluenti. All’interno del piatto anteriore è presente un ex-libris che identifica l’esemplare come appartenuto al celebre collezionista, storico, esperto di grafica e bibliotecario tedesco, Ludwin Langenfeld che fu a lungo bibliotecario a Karlsruhe. Bella nota manoscritta chiosata fra la fine del seicento ed i primi anni del settecento all’ultima carta “Questa è una delle migliori edizioni delle Comedie di Terenzio perché illustrati da varj celebri autori”. Nota di possesso privato al frontespizio non più leggibile. Nel complesso l’opera si presenta in buone-ottime condizioni di conservazione. Al frontespizio la bella marca tipografica di Scoto con una quercia su un cumulo di rocce, ai piedi dell’albero un’ancora e le iniziali S.O.S., poi accompagnato dal con motto “Caedit iniquos”. Questa edizione veneziana curata dai torchi di Girolamo Scoto rappresenta una sintesi raffinata della ricezione terenziana nel Rinascimento italiano. Il testo latino nitidamente impresso in caratteri romani e corsivi è arricchito da un apparato critico che riflette l’attenzione esegetica del tempo. Fra i principali commentatori si trovano alcuni dei principali studiosi dell’opera di Terenzio come Filippo Melantone, Erasmo da Rotterdam, Antonio Goveano, Elio Donati, Giovanni Pelanza detto il Calfurnio, Adriano Barlandi, Bartolomeo Latomo, Pietro Marso, Ioanni Rivij, Etienne Dolet ed infine il commento di Glareano. Publio Terenzio Afro (Cartagine, 195/185 a.C. – Stinfalo, 159 a.C.) occupa un posto di rilievo assoluto nel canone della letteratura latina. Giunto a Roma come schiavo, fu acquistato dal senatore Terenzio Lucano, dal quale ricevette educazione e libertà, assumendo il nome del suo benefattore. La sua figura è indissolubilmente legata al “Circolo degli Scipioni”, gruppo aristocratico filogreco di cui facevano parte Scipione l’Africano Minore e Gaio Lelio. A differenza di Plauto, autore di una comicità viscerale e farsesca, Terenzio si distingue per una humanitas profonda e una ricercata eleganza linguistica. Egli operò una ristrutturazione del genere comico, abbandonando il deus ex machina e la comicità grossolana in favore di un’analisi sottile della psicologia dei personaggi e delle dinamiche domestiche. Il celebre verso «Homo sum, humani nihil a me alienum puto» (Heautontimorumenos, v. 77) è la sintesi perfetta della sua poetica: una riflessione sulla complessità dell’animo umano, sui rapporti generazionali e sulla tolleranza, temi che ne decretarono il successo non solo nell’antichità, ma anche durante tutto il Rinascimento, quando fu eletto a modello di purezza della lingua latina e di saggezza morale. Le sei commedie contenute nel presente volume, Andria, Eunuchus, Heautontimorumenos, Adelphi, Hecyra e Phormio, costituiscono l’intero corpus delle opere terenziane giunte sino a noi. Ogni opera esplora le complicazioni del vivere sociale romano attraverso la lente della finzione scenica: equivoci matrimoniali, conflitti tra padri e figli, l’astuzia dei servi e le pene d’amore dei giovani innamorati. Questa edizione veneziana del 1545 stampata dai torchi di Girolamo Scoto, si inserisce in un contesto culturale vibrante. Girolamo Scoto, attivo a Venezia dal 1539 al 1572, fu uno dei tipografi più prolifici e influenti del periodo, noto per la cura editoriale rivolta ai classici e alla produzione scientifica e musicale. L’importanza di questa edizione risiede non solo nel testo di Terenzio, ma nell’apparato interpretativo che lo accompagna. Come indicato nel frontespizio, l’opera si prefigge di offrire al lettore un elenchum interpretum (un indice dei commentatori), segno tangibile dell’attività esegetica umanistica. Nel XVI secolo, lo studio di Terenzio era parte integrante del cursus studiorum nelle accademie e nelle scuole umanistiche. I commentatori del tempo, spesso citati in edizioni di questo tipo, non si limitavano a una mera esegesi linguistica, ma analizzavano il testo sotto il profilo retorico, morale e filosofico. Questa edizione del 1545 funge pertanto da testimonianza dell’attività editoriale veneziana volta a soddisfare le esigenze di una classe colta che richiedeva testi classici non solo emendati e corretti, ma contestualizzati attraverso il commento critico erudito. Questa edizione di Scoto fu particolarmente apprezzata nel cinquecento non solo per l’aspetto tipografico e grafico che vede l’opera arricchita da diverse illustrazioni ma specialmente per la cura filologica che la caratterizza. Edizione non comune ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Graesse, VI, p. 57; Essling 885 Vol. II-2; Sander 7225 (in nota), ultima carta bianca.
In 2° (31.5 × 21.5 cm); (14), 154, 117, (5) leaves. A complete copy. Seventeenth-century binding, rebacked and with some minor repairs, in half vellum (a small repair to the title-piece and to the upper edge of the spine); the boards covered with seventeenth-century yellow paper. Ancient ownership signature erased on the title page, only partially legible. A small wormhole in the upper margin, beginning at leaf 140 of the first part and branching into three small holes through to the end. From leaf 2 to leaf 44 of the second part, one of these holes develops into a short tunnel. The worming is in every instance confined to the blank margin and does not impinge upon the text. An ex libris on the inside of the upper cover identifies the volume as having belonged to Ludwin Langenfeld, the celebrated German collector, historian, authority on the graphic arts and librarian, who served for many years at Karlsruhe. On the final leaf is a handsome manuscript note, glossed between the late seventeenth and early eighteenth centuries: “Questa è una delle migliori edizioni delle Comedie di Terenzio perché illustrati da varj celebri autori” [“This is one of the finest editions of Terence’s Comedies, since they are illustrated by several celebrated authors”]. The private ownership inscription on the title-page is no longer legible. In all, a copy in good to very good condition. The title-page displays Scoto’s handsome printer’s device: an oak rising from a mound of rocks, an anchor at its foot, and the initials S.O.S.; the device is accompanied by the motto Caedit iniquos. Issued from the press of Girolamo Scoto, this Venetian edition affords a particularly distinguished witness to the Renaissance reception of Terence. Its Latin text, crisply printed in roman and italic type, is furnished with a learned critical apparatus that reflects the exegetical interests of the age. Among the commentators represented are several of the most eminent scholars associated with Terentian studies: Philipp Melanchthon, Erasmus of Rotterdam, Antonio Goveano, Aelius Donatus, Giovanni Pelanza (known as Calfurnio), Adriano Barlandi, Bartolomeo Latomo, Pietro Marso, Ioanni Rivij, Étienne Dolet, and Glareanus. Publius Terentius Afer, commonly known as Terence (Carthage, 195/185–159 BC), occupies a pre-eminent place in the history of Latin literature. Brought to Rome as a slave, he was purchased by the senator Terentius Lucanus, who provided him with an education and subsequently manumitted him; Terence adopted the name of his patron. His literary career is traditionally connected with the so-called Circle of the Scipios, a cultivated, philhellenic aristocratic milieu associated with Scipio Aemilianus and Gaius Laelius. Terence’s comedy differs markedly from the exuberant, often broadly farcical theatre of Plautus. His art is characterised instead by restraint, verbal elegance and a sustained interest in the motives and emotional lives of his characters. He made the conventions of New Comedy serve a subtle examination of family relations, social obligation and individual choice. The celebrated line Homo sum, humani nihil a me alienum puto—“I am human; I regard nothing human as foreign to me”—from Heautontimorumenos (v. 77), has come to epitomise the humane spirit associated with his work. The plays’ delicate treatment of generational conflict, sympathy and tolerance helped secure Terence’s enduring authority, particularly among Renaissance readers, for whom he was both a model of elegant Latin and a source of moral reflection. The six comedies gathered here Andria, Eunuchus, Heautontimorumenos, Adelphi, Hecyra and Phormio, constitute the entirety of Terence’s dramatic corpus to have survived. Their plots turn on the familiar yet inexhaustible materials of domestic and civic life: courtship and marriage, mistaken identities, disputes between fathers, and sons, the resourcefulness of servants, and the anxieties of young lovers. Across these varied situations, Terence’s characters are rendered with a psychological delicacy that lends the comic action an unusual degree of moral and emotional complexity. The present edition belongs to the flourishing Venetian book trade of the mid-sixteenth century. Active in Venice from 1539 to 1572, Girolamo Scoto was among the most productive and influential printers of his day, issuing classical, scientific and musical works for a learned and discerning readership. The title-page’s promise of an elenchum interpretum a catalogue of the scholars who had written learnedly upon the comedies—signals the volume’s particular appeal: it presents Terence not merely as a classical author to be read, but as a text to be studied through the accumulated scholarship of successive generations. In sixteenth-century schools and academies, Terence formed an essential part of the humanist curriculum. His plays served as exemplary texts for the study of Latin diction and dramatic construction, while the accompanying commentaries invited readers to consider their rhetorical, ethical and philosophical dimensions. Scoto’s edition is therefore a notable document of Renaissance editorial culture: it reflects the demand for classical texts that were not only carefully printed and corrected, but also enriched by a substantial apparatus of learned interpretation. The edition was especially esteemed in the sixteenth century, both for its typographical and graphic distinction—the text is enhanced with several illustrations—and for its philological care. An uncommon edition, here preserved in good to very good condition. Bibliographical references: Graesse, VI, p. 57; Essling 885, vol. II-2; Sander 7225 (in note) final leaf blank.
1.900 euro
39) ASTRONOMIA ASTROLOGIA PRIME EDIZIONI ASTRONOMY ASTROLOGY FIRST EDITION PADOVA
Novae Coelestium Orbium Theoricae congruentes cum observationibus N. Copernici. Auctore Io. Antonio Magino Pat. Mathematicarum in Almo Bononiensi Gymnasio Professore .
Venetiis, Ex Officina Damiani Zenarij, 1589
In 4° (23×17,2 cm); (14), 115 cc. Legatura in cartoncino semi-floscio seicentesco di recupero. Una piccola pecetta antica di rinforzo al margine interno bianco del frontespizio. Tre brevi tunnel di tarlo ai margini esterni bianco del frontespizio e nelle due carte susseguenti. Un altri tunnel di tarlo di due centimetri al margine esterno delle ultime due carte che tocca alcune lettere delle glosse esterne e per il resto esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Frontespizio inciso entro cornice architettonica con marca tipografica con con salamandra coronata tra le fiamme ed in cornice del frontespizio motto “Virtuti sic cedit invidia”. Testatine, finalini ed iniziali xilografici. Prima edizione di questa importante opera astronomica del celebre astronomo, astrologo, matematico e cartografo padovano, Giovanni Antonio Magini noto anche con il nome latino Maginus (Padova, 13 giugno 1555 – Bologna, 11 febbraio 1617). Poco si sta degli studi di Magini anche se Hasdale in una lettera a Galilei, scritta il 19 dicembre del 1610, diceva che avesse studiato medicina a Padova. Sicuramente si laureò presso la facoltà di Arte di Bologna il 10 giugno 1579. E’ probabile che a Bologna frequentasse le lezioni di astrologia e astronomia di E. Denti. Quasi sicuramente le sue conoscenze in materia astronomica ed astrologica furono raccolte da autodidatta. Nel 1588 fu chiamato per prendere il posto di Denti nella cattedra di matematica, cattedra che continuò a ricoprire anche quando fu chiamato a far da precettore, a Mantova, ai figli del Duca Vincenzo Gonzaga. Avverso a Galileo (probabilmente la rivalità iniziò quando Magini venne preferito al giovane Galileo per l’assegnazione della cattedra di matematica), apprezzò invece Copernico anche se cercò di creare un sistema astronomico del tutto personale, considerato dai suoi stessi contemporanei, complicatissimo. Ebbe fama di grande astrologo e produsse numerosi vaticini. Come riportato nella più importante bibliografia astrologica, Leandro Cantamessa, Biblioastrology.com (N. 4741), il volume qui presentato è “Opera più di astronomia che di astrologia, trova posto qui per le illustrazioni che riproducono i Segni dello
Zodiaco e i simboli dei Pianeti e perché Magini, oltre che astronomo e matematico, fu convinto sostenitore dell’astrologia, anche nella medicina (vedi nelle schede seguenti: De astrologica ratione; Ephemerides 1581-1620, Venezia, Zenari, 1582; Ephemerides 1598-1610, Venezia, Zenari, 1599; Ephemerides 1611-1630, Venezia, Zenari, 1612). Come osserva anche Thorndike (infra), che dedica ben 3 pagine a quest’opera, Magini si sforza qui di elaborare quel suo complicatissimo sistema cosmico di cui già si è accennato. Edizione molto bella e curata, caratterizzata da ben 64 illustrazioni incise in legno”. Il “Novae Coelestium” ebbe notevole importanza nella propagazione delle idee copernicane nel cinquecento. Magini nell’opera loda ampiamente la parte matematica del lavoro di Copernico pur mantenendosi scettico sulla teoria eliocentrica. La corrispondenza tra Magini ed il grande astronomo polacco, dimostra ancora di più l’apprezzamento del padovano per quest’ultimo. Come scrive Thorndike VI. 56 Magini in quest’opera “took the position that Copernicus had so reformed astronomy that no correction of equal motions, or a very slight one, was now required … For although Copernicus had devised hypotheses which wandered far from verisimilitude, yet they corresponded closely to the phenomena … He, therefore, collated the ideas of Ptolemy and Copernicus, adding new hypotheses of his own where they seemed necessary, and has written an introductory text or theory of the planets along these lines. He asserts that there was a great demand for such a theory of the planets which would abandon the outmoded Alfonsine hypotheses and conform his recent observations without such absurd hypotheses as Copernicus had imagined”. Prima edizione di uno dei testi basilari della storia dell’astronomia. Rif. Bibl.: Riccardi, vol. I, pp., 56-5; Adams, M-119; Graesse IV 336; Houzeau-Lancaster, vol. I pt. 2, n.12741; Zeitlinger, vol. I, p.2779 che lo descrive come “very rare”;Thorndike, vol. V, pp.250-251; Damiano Zenario, 1589; Luigi Campedelli in DSB IX.12-13; Gingerich, “Science in the Age of Copernicus,” Harvard Library Bulletin XXVI, no. 4 (1978), no. 42; ICCU IT\ICCU\BVEE\005575.
In quarto (23 x 17.2 cm); (14), 115 leaves. Bound in 17th-century reclaimed semi-flexible paper boards. A small, early reinforcement strip is applied to the inner blank margin of the title page. Three short worm tracks appear in the outer blank margins of the title page and the following two leaves. A further 2 cm worm track in the outer margin of the final two leaves touches some letters of the marginal glosses; otherwise, this is a copy in good to excellent state of preservation. The title page is engraved within an architectural frame, featuring a printer’s mark of a crowned salamander amidst flames, with the motto “Virtuti sic cedit invidia” inscribed within the frame. Woodcut headpieces, tailpieces, and initials throughout. First edition of this significant astronomical treatise by the celebrated Paduan astronomer, astrologer, mathematician, and cartographer Giovanni Antonio Magini (Padua, June 13, 1555 – Bologna, February 11, 1617), also known by his Latinized name, Maginus. Little is known of Magini’s early studies, although Thomas Hasdale, in a letter to Galileo dated December 19, 1610, asserted that he had studied medicine in Padua. It is certain that he graduated from the Faculty of Arts in Bologna on June 10, 1579. It is probable that he attended the astrology and astronomy lectures of E. Denti while in Bologna; almost certainly, his proficiency in astronomical and astrological matters was largely self-taught. In 1588, he was appointed to succeed Denti to the chair of mathematics, a position he retained even while serving as a tutor to the sons of Duke Vincenzo Gonzaga in Mantua. Adversarial towards Galileo, a rivalry likely ignited when Magini was preferred over the younger Galileo for the chair of mathematics, he held Copernicus in high regard, even as he attempted to construct an entirely personal astronomical system, which his own contemporaries deemed excessively complex. He enjoyed a reputation as a preeminent astrologer and produced numerous prognostications. As noted in the preeminent astrological bibliography, Leandro Cantamessa’s Biblioastrology.com (No. 4741), the volume presented here is: “More a work of astronomy than of astrology, it finds its place here for the illustrations reproducing the Signs of the Zodiac and the symbols of the Planets, and because Magini, in addition to being an astronomer and mathematician, was a convinced supporter of astrology, including its application in medicine (see the following entries: De astrologica ratione; Ephemerides 1581-1620, Venice, Zenari, 1582; Ephemerides 1598-1610, Venice, Zenari, 1599; Ephemerides 1611-1630, Venice, Zenari, 1612).” As Thorndike (infra) also observes, dedicating three full pages to this work, Magini here strives to elaborate his aforementioned, highly complex cosmic system. A very fine and carefully curated edition, distinguished by 64 woodcut illustrations. The Novae Coelestium held considerable importance in the propagation of Copernican ideas during the sixteenth century. In the work, Magini extensively praises the mathematical components of Copernicus’s labor, while remaining skeptical of the heliocentric theory. The correspondence between Magini and the great Polish astronomer further demonstrates the Paduan’s appreciation for him. As Thorndike writes (VI. 56), in this work, Magini “took the position that Copernicus had so reformed astronomy that no correction of equal motions, or a very slight one, was now required… For although Copernicus had devised hypotheses which wandered far from verisimilitude, yet they corresponded closely to the phenomena… He, therefore, collated the ideas of Ptolemy and Copernicus, adding new hypotheses of his own where they seemed necessary, and has written an introductory text or theory of the planets along these lines. He asserts that there was a great demand for such a theory of the planets which would abandon the outmoded Alfonsine hypotheses and conform his recent observations without such absurd hypotheses as Copernicus had imagined.” First edition of one of the foundational texts in the history of astronomy. Bibliographic References: Riccardi, vol. I, pp. 56-5; Adams, M-119; Graesse IV 336; Houzeau-Lancaster, vol. I pt. 2, n. 12741; Zeitlinger, vol. I, p. 2779 (describing it as “very rare”); Thorndike, vol. V, pp. 250-251; Damiano Zenario, 1589; Luigi Campedelli in DSB IX.12-13; Gingerich, “Science in the Age of Copernicus,” Harvard Library Bulletin XXVI, no. 4 (1978), no. 42; ICCU IT\ICCU\BVEE\005575.
4.600 euro
40) GALILEIANA ASTRONOMIA COMETE BOLOGNA GALILEO STORIA DELLA SCIENZA GALILEAN ASTRONOMY COMETS BOLOGNA GALILEO HISTORY OF SCIENCE
Raccolta di alcune delle opere galileiane apparse nel secondo volume delle Opere: Istoria e dimostrationi intorno alle macchie solari e loro accidenti comprese in tre lettere scritte all’illustriss. sig. Marco Velseri linceo duumuiro d’Augusta … dal signor Galileo Galilei linceo … Si aggiungono nel fine le lettere, e disquisitioni del finto Apelle; Seguono con frontespizio proprio: De tribus cometis anni MDCXVIII, Disputatio Astronomica, publicé Habita in Collegio Romano Societatis Iesu, Bononiae, Ducci, 1655; Segue: Discorso delle comete di Mario Guiducci fatto da Lui. Segue: Lettera al molto Rev. P. Tarquinio Galluzzi della Compagnia di Gesù di Mario Guiducci, In Bologna, Dozza, 1655; Segue: Lettera del Sig. Galielo Galilei al Padre Christoforo Grienbeger della Compagnia di Giesù, in Materia della Montuosità della Luna. Segue: Discorsi e dimostrationi matematiche, intorno à due nuove scienze, Attenenti alla Meccanica, & i Movimenti Locali del Signor Galileo Galilei.
In Bologna, per gli HH. del Dozza, 1655
In 4° (22,2×16 cm); (8), 156, 126, (8), 238, (6), (2 b.) pp. Rispetto alla canonica edizione del Dozza, oltre a mancare il primo volume, qui mancano la prima pagina con l’occhietto con la dicitura “Opere”, il Sidereus Nuncius ed il Saggiatore. Le altre opere sono complete. Pergamena coeva in piena pergamena floscia con chiosato al dorso da mano coeva il titolo “Opere del Galileo Galilei Vol. 2”. Poche pagine uniformemente e leggermente brunite a causa della qualità della carta, un antico alone di grasso a pagina 43 dei “Discorsi e dimostrationi” e per il resto, opera in buone condizioni di conservazione. Ogni opera presente nel testo ha un frontespizio proprio. L’edizione del 1655 dell’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari di Galileo Galilei, pubblicata a Bologna “per gli HH. del Dozza” (gli eredi di Carlo Manolessi/Dozza), rappresenta un capitolo significativo nella storia della circolazione delle idee scientifiche galileiane nel XVII secolo, in un contesto fortemente segnato dalla censura ecclesiastica post-1633 quando il Dialogo fu inserito nell’elenco dei libri proibiti. Per comprendere come il Dozza potesse pubblicare opere di Galileo, nonostante il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo fosse saldamente inserito nell’Index Librorum Prohibitorum, è necessario analizzare la complessa rete di relazioni e le strategie di elusione della censura adottate dagli stampatori bolognesi del tempo. Bologna, sotto l’amministrazione pontificia ma dotata di una vivace autonomia intellettuale, offriva un terreno più fertile rispetto a Roma. Gli eredi del Dozza, eredi dell’eredità tipografica di Carlo Manolessi, furono protagonisti di un’operazione editoriale audace: la pubblicazione delle Opere di Galileo con notevole rischio di incorrere nell’attenzione dell’Inquisizione. Il successo di questa impresa editoriale non dipendeva da un’autorizzazione ufficiale per il Dialogo, che rimaneva proibito, ma da una combinazione di fattori. Dopo il processo del Sant’Uffizio e la condanna di Galileo per il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, la Congregazione dell’Indice proibì la stampa e la ristampa di tutte le opere di Galileo, ma specialmente quelle a sostegno della teoria copernicana (le Macchie Solari contenevano una delle sue prime decise adesioni all’eliocentrismo ma erano anche un testo estremamente tecnico). Così l’edizione delle Macchie solari era tecnicamente ammessa, poiché non conteneva le tesi copernicane esplicitamente condannate nel 1633. Concentrarsi su opere astronomiche “tecniche” permetteva di mantenere viva la fama di Galileo senza sfidare direttamente l’Inquisizione sui dogmi teologici. Altra cosa importante è la ricerca di una protezione “politica”. Gli editori godevano spesso della protezione di accademici e figure influenti dell’aristocrazia locale, che vedevano nella diffusione del sapere scientifico un segno di prestigio culturale per la città. Infatti i Dozza ebbero l’intuizione di dedicare l’0pera al Gran Duca di Toscana Cosimo II. Sebbene l’Indice fosse rigido, la sua applicazione pratica variava. Stampatori esperti sapevano come navigare le pieghe della censura, talvolta ottenendo licenze per singole parti di opere o sfruttando la tolleranza verso testi considerati fondamentali per il progresso scientifico, purché privi di affermazioni eretiche esplicite. L’edizione impressa dagli eredi del Dozza nel 1655 si distingue per una cura formale che riflette l’intento di nobilitare l’opera del maestro toscano. A differenza della seconda emissione del 1613 (che includeva i testi del gesuita Christoph Scheiner per volere dell’Accademia dei Lincei), il Dozza stampò unicamente le tre lettere scritte da Galileo a Mark Welser. La polemica diretta con il gesuita venne così attenuata. L’edizione delle “Macchie Solari” del Dozza è nel testo identica a quella della prima edizione ma il Dozza, per contenere la lunghezza dell’opera, fece rifare le tavole del Mascardi, accorpandole in un numero minore di pagine nelle quali veniva presentato il moto delle macchie sulla superficie solare, testimonianza della meticolosa attenzione dedicata a non disperdere il valore empirico dell’osservazione galileiana. L’edizione del Dozza non fu solo una ristampa, ma un atto di resistenza culturale. Inserire l’opera nel panorama editoriale post-1633 significava riaffermare l’autorità del metodo galileiano, separandolo abilmente dalle implicazioni teologiche più controverse e presentandolo come pilastro indiscutibile dell’astronomia moderna. In conclusione, l’operazione del Dozza fu un delicato esercizio di equilibrio: pubblicare la scienza di Galileo laddove possibile, mantenendo un profilo accademico che permettesse di aggirare, o quantomeno non provocare, le maglie strette della censura romana, contribuendo così a tramandare il lascito galileiano alle generazioni successive. Rif. Bibl.: IT\ICCU\BVEE\051736; Cinti 132; Riccardi I.518-19.
Quarto (22.2 × 16 cm); (8), 156, 126, (8), 238, (6), (2 blank) pages. Unlike the standard Dozza edition, this copy lacks not only the first volume but also the initial leaf bearing the half-title Opere, the Sidereus Nuncius, and Il Saggiatore. The remaining works are complete. Contemporary limp vellum, with the spine lettered in a contemporary hand: “Opere del Galileo Galilei Vol. 2”. A few leaves are uniformly and slightly browned owing to the quality of the paper; an old grease stain appears on p. 43 of the Discorsi e dimostrazioni. Otherwise, the work is in good condition. Each work in the volume has its own title page. The 1655 edition of Galileo Galilei’s Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari, published in Bologna “per gli HH. del Dozza” (by the heirs of Carlo Manolessi, also known as Dozza), occupies a significant place in the history of the circulation of Galilean scientific ideas in the seventeenth century, a period deeply marked by ecclesiastical censorship in the aftermath of 1633, when the Dialogo was placed on the Index of Prohibited Books. To understand how the Dozza press could publish Galileo’s works while the Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo remained firmly on the Index Librorum Prohibitorum, one must consider the intricate network of relationships and the strategies by which Bolognese printers of the period negotiated the constraints of censorship. Though subject to papal rule, Bologna possessed a vigorous intellectual life and a degree of local autonomy that offered a more propitious environment than Rome. The heirs of Dozza, successors to Carlo Manolessi’s printing enterprise, undertook an audacious publishing venture in issuing Galileo’s Opere, at considerable risk of attracting the attention of the Inquisition. The success of this undertaking did not rest on official authorisation to print the Dialogo, which remained prohibited, but on a combination of circumstances. Following Galileo’s trial before the Holy Office and his condemnation for the Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, the Congregation of the Index forbade the printing and reprinting of Galileo’s works, especially those supporting the Copernican theory. The Macchie solari contained one of Galileo’s earliest and most decisive endorsements of heliocentrism, yet it was also a highly technical work. Its subject matter could therefore be presented as technical astronomy, keeping Galileo’s reputation alive without directly reopening the theological questions at issue. Political patronage was another important consideration. Publishers often relied on the protection of scholars and influential members of the local aristocracy, who regarded the dissemination of scientific knowledge as a source of civic prestige. The Dozza heirs astutely dedicated the work to Cosimo II, Grand Duke of Tuscany. Moreover, although the Index was stringent, its enforcement varied in practice. Experienced printers knew how to navigate its restrictions, sometimes securing permissions for individual works or parts thereof, or relying on a measure of tolerance for writings deemed important to scientific progress, provided they did not openly advance heretical claims. The edition issued by the Dozza heirs in 1655 is distinguished by a formal care that reflects their intention to dignify the work of the Tuscan master. Unlike the second issue of 1613, which, at the Lincean Academy’s behest, included writings by the Jesuit Christoph Scheiner, the Dozza edition prints only Galileo’s three letters to Mark Welser. The direct polemic with the Jesuit is thus muted. The text of the Dozza edition is identical to that of the first edition of the Macchie solari. To reduce the work’s length, however, the Dozza press had Mascardi’s plates recut, combining them on fewer pages. These illustrations depict the movement of the spots across the solar surface and preserve the empirical force of Galileo’s observations. The Dozza edition was more than a reprint: it was an act of cultural resistance. To bring Galileo’s work into print after 1633 was to reaffirm the authority of his method, carefully distinguishing it from the most contentious theological implications and presenting it as a cornerstone of modern astronomy. The Dozza undertaking was thus a delicate exercise in balance: publishing Galileo’s science where possible, while maintaining an academic posture that might navigate, or at least avoid openly provoking, the strictures of Roman censorship, and thereby transmit his legacy to later generations. Bibliographical reference: IT\ICCU\BVEE\051736; Cinti 132; Riccardi I.518-19.
2.600 euro
41) MILANO STORIA LOCALE GUIDE PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICHE MILAN LOCAL HISTORY GUIDES FIRST EDITIONS BIBLIOGRAPHICAL RARITIES
Bossi Visconti Luigi,
Guida di Milano o sia descrizione della Città e de’ luoghi più osservabili ai quali di Milano recansi i forestieri compilata dal Cavaliere Luigi Bossi, Socio di Varie Accademie, ecc. Parte Prima, Contenente la Descrizione della Città. Parte Seconda, Contenente la descrizione de’ luoghi più osservabili ai quali da Milano recansi i forestieri.
Milano, Presso Pietro e Giuseppe Vallardi, s. data (ma 1818)
In 8° (18×12 cm); (12), 287, (1) pp. e 284, (2) pp. Le tavole venivano vendute a parte come specificato anche nell’introduzione all’opera. Esistono pochissimi esemplari con alcune delle tavole acquistabili e l’opera è considerata completa senza le tavole. Brossure editoriali con titolo e cornici ad ambo i piatti. Titolo al dorso. Al recto avviso dei Vallardi che illustrano cosa è possibile reperire nel loro negozio milanese. Qui è presente anche una bella xilografia con un torchio entro una cornice circolare a motivi floreali. Tagli leggermente spruzzati in azzurro. Qualche lieve difetto al dorso con piccolissime perdite di carta e nel complesso esemplare in ottime condizioni di conservazione. Rara guida e rarissima a reperirsi completa delle sue brossure editoriali e nella sua prima tiratura senza data esposta al frontespizio. Trattasi della vera prima edizione in prima tiratura dell’opera contrariamente a quanto solitamente creduto, la prima tiratura della prima edizione, non è quella con la data del 1818 esposta al frontespizio. La prima tiratura della prima edizione è in realtà questa, priva della data al frontespizio e senza il “copyright” stampato al recto del frontespizio. Dirimente della questione è un fatto chiaro ed indiscutibile. Nell’edizione con la data esposta del 1818 si trovano alcune copie (ad esempio quella digitalizzata online appartenente alla Biblioteca di Cremona) con un numero di pagine, nel primo volume, superiore alle 287. Queste copie hanno 299 pagine. Le pagine da 287 a 299 contengono ulteriori aggiunte e correzione ai due volumi oltre a quelle, già, presenti da pagina 285 a 287 del primo volume. Questo rende evidente che Vallardi stampò l’opera senza data, poi seguì una seconda edizione o tiratura, identica alla precedente ma con la data esposta e poi una terza edizione con numerose altre correzioni ai due tomi collocate alla fine del primo volume. Chiaramente non avrebbe avuto senso che Vallardi avesse stampato prima le copie con la data esposta 1818 con le pagine fino a 287, poi una seconda edizione con numerose correzioni aggiunte a tutte e due le parti, per poi tornare ad un’edizione con il frontespizio senza data esposta e senza le correzioni della seconda tiratura con la data esposta del 1818. Questo rende palese come questa senza data esposta sia la vera e propria prima edizione e prima tiratura dell’opera. In più, pur essendo già l’opera con la data esposta del 1818, rara, vede essere ancora più rari gli esemplari senza data esposta al frontespizio. E’ probabile che Vallardi abbia tirato alcuni esemplari, forse di prova ed in seguito abbia deciso di aggiungere al frontespizio la data. Il primo volume contiene “la descrizione della città”, mentre il secondo “la descrizione de’ luoghi più osservabili ai quali da Milano recansi i forestieri”. L’opera è considerata la più esauriente guida di Milano dell’ottocento per la cura con la quale il suo autore, celebre bibliotecario, archivista, letterato e politico milanese, Luigi Bossi Visconti (Milano, 25 febbraio 1758 – Milano, 10 aprile 1835) ne curò la compilazione. Uomo di grandissima cultura Luigi Bossi fu deputato della Repubblica Cisalpina, cavaliere dell’Ordine della Corona ferrea, conte del Regno d’Italia dirigendo la Prefettura degli Archivi e delle Biblioteche durante tutto il periodo del controllo napoleonico italiano. Personaggio dalla cultura eclettica conosceva diverse lingue fra le quali anche il greco e l’ebraico. Ebbe una vita movimentata che lo portò a viaggiare per tutta Europa stringendo amicizie e contatti in numerosi paesi con diverse personalità dell’epoca di cultura e formazione politica diversa. Durante il periodo napoleonico ricoprì diversi importanti cariche politiche a Milano e a Genova portando avanti anche alcune trattative diplomatiche. Nel 1814 con la Restaurazione il suo nome venne fatto tra coloro che avevano aiutato i rivoluzionari ma non ne pagò le conseguenze se non, venendo in parte estromesso dalla vita politica cosa che lo portò in ristrettezze economiche. Questo lo portò a collaborare con diversi librai e riviste per guadagnare i soldi per vivere. Proprio in questo periodo, si deve l’idea di compilare una nuova guida di Milano, aggiornata e assai più corposa delle precedenti. Per capire la complessità della figura di Bossi, basti citare quanto scrive Lucia Sebastiani nella voce dedicata a Luigi Bossi nel Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 13 edito da Treccani (1971) riguardo i suoi primi anni di formazione culturale: “Affermatosi nell’ambiente intellettuale milanese, il B. fu il principale redattore del Giornale letterario di Milano e, benché non risulti sicura la sua iscrizione alla loggia massonica della Concordia, egli fu tuttavia di quel ristretto gruppo legato alla setta degli Illuminati di Baviera, di cui il personaggio più illustre era il ministro plenipotenziario Wilzeck. Fu uno dei principali collaboratori del Giornale enciclopedico in cui, sulla linea di una concezione illuministica della cultura, ormai in declino, pubblicò alcuni saggi come Dello stato delle scienze e delle lettere in Europa e Breve saggio sui giornali letterari. […] Tra il 1789 e il 1790 il B. fu a Vienna, in contatto con personaggi illustri come il De Born e il Sonnenfelds, legati notoriamente all’ambiente degli Illuminati. Da Vienna andò quindi in Serbia, in Valacchia, in Transilvania, in Ungheria, dove visitò le miniere e poi in Moravia, in Boemia e in Polonia. Reduce a Milano nel ’91, fu chiamato nel ’93 a far parte della Società patriottica; di quell’anno è un suo canto
celebrativo delle vittorie austriache sulle armi francesi che tradisce uno sgomento per le violenze rivoluzionarie e un timore per il propagarsi delle nuove idee.”. Per capire l’importanza di questa guida di Milano fra le guide milanesi dell’ottocento, basti citare quanto scrive Villa nella sua nota bibliografia dedicata alle Guide di Milano: “Nell’avviso al lettore, il Bossi ricorda le descrizioni di Milano più note. Dato l’aspetto interamente cambiato per vicende politiche, mutamenti e soppressioni, i fratelli Vallardi vollero riprendere l’ottima guida del Bianconi, annotando tutti i cambiamenti ed emendando gli errori. L’ordine del Bianconi viene mantenuto ma si omettono, nei titoli dei diversi paragrafi, quelle Chiese o stabilimenti che oramai non esistono più. Quella del Bossi è, senza alcun dubbio, la miglior guida di Milano dell’Ottocento. Inoltre, nell’Avviso al lettore, l’editore dice ‘ove gli acquirenti lo desiderino, la guida sarà adornata da una pianta della città, una carta del viaggio ai tre laghi e da alcune tavole incise in rame”, ma poi ciò non avvenne a causa della lentezza di un artista, come si legge nella Gazzetta di Milano del 7 gennaio 1819”. Prima edizione, completa delle brossura editoriali della più importante guida di Milano dell’ottocento. Rif. Bibl.: Villa “Bibliogr. Guide di Milano”,135; Fossati Bellani n. 1871.
In 8vo (18 × 12 cm); (12), 287, (1) pp. and 284, (2) pp. The plates were sold separately, as also stated in the introduction to the work. Very few copies survive with any of the plates, and the work is considered complete without them. Original paper wrappers, with the title and ornamental borders on both covers; title on the spine. On the recto is a notice from the Vallardi brothers describing what could be found at their Milan shop. It also features a handsome woodcut of a printing press within a circular frame of floral motifs. Edges slightly sprinkled blue. A few minor defects to the spine, with very small losses to the paper; overall, a copy in excellent condition. A rare guide, and exceedingly rare in its original wrappers and in this first issue, with no date on the title page. This is the true first edition, in its first issue, contrary to what is usually believed: the first issue of the first edition is not the one bearing the date 1818 on the title page. In fact, the first issue is this one, without a date on the title page and without the word “copyright” printed on its verso. A decisive and indisputable piece of evidence settles the matter. Some copies of the edition bearing the date 1818, for example, the copy digitized online by the Biblioteca di Cremona, have more than 287 pages in the first volume. These copies contain 299 pages. Pages 287 to 299 comprise further additions and corrections to both volumes, supplementing those already printed on pages 285 to 287 of the first volume. This makes it clear that Vallardi first printed the work without a date; this was followed by a second edition or issue, identical to the first but bearing a date, and then by a third edition containing numerous further corrections to both volumes, placed at the end of the first volume. It would clearly have made no sense for Vallardi first to print copies dated 1818 and ending at page 287, then to produce a second edition with numerous corrections added to both parts, and subsequently to revert to an edition with an undated title page and without the corrections found in the second, dated issue. This demonstrates that the undated copy is the genuine first edition and first issue of the work. Moreover, although copies bearing the date 1818 are already rare, copies without a date on the title page are rarer still. Vallardi may have printed a small number of copies, perhaps as proofs, and subsequently decided to add the date to the title page. The first volume contains “a description of the city,” while the second offers “a description of the places most worth seeing to which visitors travel from Milan.” The work is regarded as the most comprehensive nineteenth-century guide to Milan, owing to the care with which it was compiled by its author, the celebrated Milanese librarian, archivist, man of letters, and politician Luigi Bossi Visconti (Milan, 25 February 1758 – Milan, 10 April 1835). A man of remarkable learning, Luigi Bossi was a deputy in the Cisalpine Republic, a knight of the Order of the Iron Crown, and a count of the Kingdom of Italy. He directed the Prefecture of Archives and Libraries throughout the period of Napoleonic rule in Italy. A polymath, he knew several languages, including Greek and Hebrew. His eventful life took him throughout Europe, where he formed friendships and connections in numerous countries with people of diverse intellectual backgrounds and political persuasions. During the Napoleonic period, he held several important political offices in Milan and Genoa and also conducted diplomatic negotiations. With the Restoration in 1814, his name was included among those said to have aided the revolutionaries. He suffered no serious consequences, but was partly excluded from political life, a circumstance that left him in financial difficulty. He therefore worked with various booksellers and periodicals to earn a living. It was during this period that he conceived the idea of compiling a new guide to Milan, updated and considerably more substantial than its predecessors. The complexity of Bossi’s character may be gauged from Lucia Sebastiani’s entry on him in the Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 13, published by Treccani in 1971, where she writes of his early intellectual formation: “Having established himself in Milan’s intellectual circles, Bossi became the principal editor of the Giornale letterario di Milano. Although his membership in the Masonic lodge Concordia cannot be firmly established, he did belong to the small circle associated with the sect of the Bavarian Illuminati, whose most distinguished member was the minister plenipotentiary Wilzeck. He was one of the principal contributors to the Giornale enciclopedico, in which, in keeping with an Enlightenment conception of culture that was by then in decline, he published essays including Dello stato delle scienze e delle lettere in Europa and Breve saggio sui giornali letterari. […] Between 1789 and 1790 Bossi was in Vienna, where he came into contact with prominent figures such as De Born and Sonnenfelds, both well known for their connections with the circle of the Illuminati. From Vienna he went on to Serbia, Wallachia, Transylvania and Hungary, where he visited the mines, and then to Moravia, Bohemia and Poland. On his return to Milan in 1791, he was invited in 1793 to join the Società patriottica. In that year he wrote a song celebrating the Austrian victories over the French forces, betraying his dismay at revolutionary violence and his fear of the spread of new ideas.” The importance of this guide among nineteenth-century guides to Milan is evident from Villa’s standard bibliography of Milanese guides: “In his notice to the reader, Bossi recalls the best-known descriptions of Milan. Since the city’s appearance had been entirely transformed by political events, changes and suppressions, the Vallardi brothers decided to revise Bianconi’s excellent guide, recording all the changes and correcting its errors. Bianconi’s arrangement is retained, but churches and institutions that no longer exist are omitted from the headings of the various sections. Bossi’s is, without doubt, the finest guide to nineteenth-century Milan. Moreover, in the notice to the reader, the publisher states that ‘should purchasers wish it, the guide will be furnished with a plan of the city, a map of the journey to the three lakes, and several copper-engraved plates’; this, however, did not come to pass because of an artist’s slowness, as reported in the Gazzetta di Milano of 7 January 1819.” First edition, in its original paper wrappers, of the most important nineteenth-century guide to Milan.
900 euro
42) RARITA’ BIBLIOGRAFICA PEZZI UNICI VIAGGI ANTILLE CORFU’ TENERIFE TUNISI TANGERI TENERIFE GUADALUPA DIARI DI VIAGGIO RARE BOOK UNIQUE ITEM WEST INDIES VOYAGE CORFU TUNIS TANGIER TRAVEL DIARIES ANTILLES
Anonimo,
Journal du voyage de l'”Aldegonda” en Amerique et Antilles 1885. Premire Partied a Corfù à Teneriffe. Seconde Partie de Teneriffe aux Antilles.
Venise, Propriete de l’editeur, 1886.
In 8°: due tomi: (2), 51, (1) pp. e due grandi c. di tav. più volte ripiegate, 56 pp. e 4 c. di tav. fuori testo. Tutte le tavole sembrano realizzate a mano, comprese le due immagini di pesci presenti nel testo. Presenti nel secondo volume due belle tavole disegnata a mano più volte ripiegata dal titolo “poisson trompette de mer, pres à St. Vincent du Cap Vert le 5 Decembre 1885 (Aldegonda) calqué daprés nature” e “Eimhorn Fish pris a St. Vincent du Cap Vert, le 4 Decembre 1885 Aldegonda (alqué d’apres nature)”. Le altre 4 grandi tavole, più volte ripiegate, rappresentano carte geografiche con il tragitto e le fermate della nave segnate in rosso. Brossure editoriale presenti con titoli in rosso e nero incise entro cornici architettoniche ai piatti anteriori, qualche strappetto, un piccolo rinforzo al dorso del primo volume e nel complesso opera in buone-ottime condizioni di conservazione. Rarissimo ed importantissimo resoconto del viaggio fatto dal vascello Aldegonda da Trieste a Corfù, da qui a Tenerife fino poi alle Antille. Il narratore del viaggio inizia con il dichiarare che suoi compagni di viaggio furono fra gli altri il Barone di Herthling, il dottor Flick, e il conte Henri Lucchesi. Le tappe del viaggio, con un capitolo dedicato ad ognuno dei luoghi descritti ed anche alle giornate trascorse in mezzo al mare, furono: Trieste, Corfù, Tunisi, Gibilterra, Tangeri, Tenerife, St. Vincent du Cap Vert, Guadalupa, “Pointe a Pitre”. L’opera è scritta in forma di diario e riproduce probabilmente il diario che l’autore redasse durante il viaggio. L’opera, della quale non abbiamo trovato altra copia esistente ne nei cataloghi cartacei che in quelli online, presenta varie carte geografiche più volte ripiegate con segnato a mano il tragitto che la nave seguì. Nell’opera sono presenti anche i ritratti di due pesci curiosi pescato durante il viaggio. Prima ed unica rarissima edizione in buone-ottime condizioni di conservazione. Probabilmente opera stampata in pochissime copie per gli amici.
Octavo. Two volumes: (2), 51, (1) pp., with two large, folding plates; and 56 pp., with four plates outside the text. All the plates appear to have been drawn by hand, including the two illustrations of fish in the text. The second volume contains two fine, hand-drawn, folding plates, titled “Poisson trompette de mer, pris à St. Vincent du Cap Vert le 5 Décembre 1885 (Aldegonda), calqué d’après nature” and “Einhorn Fish, pris à St. Vincent du Cap Vert, le 4 Décembre 1885, Aldegonda (calqué d’après nature).” The other four large, folding plates are maps showing the ship’s route and ports of call, marked in red. Original paper wrappers, with titles in red and black within architectural frames on the front covers. A few minor tears and a small reinforcement to the spine of the first volume; overall, the work is in good to very good condition. An exceptionally rare and important account of the voyage of the vessel Aldegonda from Trieste to Corfu, then to Tenerife and on to the West Indies. The narrator begins by stating that his fellow passengers included, among others, Baron von Herthling, Dr. Flick, and Count Henri Lucchesi. The stages of the voyage—each described in a separate chapter, along with the days spent at sea—were: Trieste, Corfu, Tunis, Gibraltar, Tangier, Tenerife, St. Vincent, Cape Verde, Guadeloupe, and “Pointe-à-Pitre.” Written in diary form, the work presumably reproduces the author’s journal kept during the voyage. No other copy of this work has been located, either in printed catalogues or online. It includes several large, folding maps on which the ship’s route is marked by hand, as well as depictions of two unusual fish caught during the voyage. The first and only edition, exceedingly rare and in good to very good condition. Probably printed in only a very small number of copies for the author’s friends.
400 euro
43) MATEMATICA GEOMETRIA PRIME EDIZIONI STORIA DELLA MATEMATICA EUCLIDEA BRESCIA VENEZIA EUCLIDE SCIENZE MATEMATICHE VOLUMI CHIOSATI A MANO MATHEMATICS GEOMETRY FIRST EDITION HISTORY OF MATHEMATICS MATEMATICA EUCLIDEA MATHEMATICAL SCIENCES NOTE MANOSCRITTE HANDWRITTEN
Euclide megarense philosopho: solo introduttore delle scientie mathematice: diligentemente reassettato, et alla integrita ridotto per il degno professore di tal scientie Nicolo Tartalea, brisciano, secondo le due tradottioni: e per commune commodo & utilita di latino in volgar tradotto. con una ampla espositione dello istesso tradottore di novo aggionta. Talmente chiara, che ogni mediocre ingegno, senza la notitia, over suffragio di alcun’altra scientia con facilità, sera capace à poterlo intendere.
(Stampato in Vinegia, per Venturino Roffinelli ad instantia e requisitione de Guilielmo de Monferra, & de Pietro di Facolo da Vinegia libraro, & de Nicolo Tartaglia brisciano tradottore, nel mese di febraro 1543)
In 2° (28.5×20,5 cm); CCXXXIX (i.e. 241), (1 di errata) cc. Legatura seicentesca di recupero con titolo manoscritto al dorso. Due macchioline d’unto al margine esterno bianco di carta XXXIII, ininfluente. Tre piccolissimi forellini di tarlo alle prime due carte, ininfluente e nel complesso, all’interno esemplare in ottime condizioni di conservazione. Errori di numerazione delle carte come in tutti gli esemplari. Stemma del dedicatario Gabriele Tadino sul frontespizio con le sue iniziali ai lati del suo stemma araldico. Diverse interessanti note manoscritte matematiche al margine esterno bianco di diverse carte databili tra la fine del cinquecento e l’inizio del seicento. In fondo al volume marca tipografica con in cornice figurata un cavallo che scalpita di fronte ad una torre, in basso le iniziali: P.Z.F. Numerose figure geometriche e matematiche a lato del testo. Prima edizione dell’Euclide commentato dal grande matematico bresciano Niccolò Fontana, meglio noto col soprannome di Niccolò Tartaglia a causa delle sue balbuzie (Brescia, 1499 circa – Venezia, 13 dicembre 1557). Questa traduzione dell’opera di Euclide in volgare fatta da Tartaglia pubblicata per la prima volta nel 1543, si fonda sull’edizione latina di Campanus e Zambetti. Questa traduzione rappresenta anche la prima traduzione in lingua italiana di un’opera scientifica antica. Niccolò Fontana, meglio noto come Niccolò Tartaglia, è stato uno dei matematici più importanti del Rinascimento italiano. Nato a Brescia circa nel 1499, la sua vita fu segnata da molte difficoltà, tra cui la balbuzie che gli costò il soprannome di “Tartaglia”. Nonostante le sfide personali, Tartaglia riuscì a emergere come figura di grande rilievo nel campo della matematica, contribuendo significativamente allo sviluppo dell’algebra e alla diffusione delle conoscenze matematiche di Euclide. Il rapporto di Tartaglia con Euclide è centrale nella sua formazione e nel suo percorso. Come molti studiosi del suo tempo, Tartaglia studiò e si ispirò ai più grandi filosofi e matematici
dell’antichità, tra cui gli scritti di Euclide, considerato il padre della geometria. La sua passione per la matematica lo portò a approfondire i problemi geometrici e algebrici, spingendolo a superare le difficoltà di origine personale per dedicarsi con grande impegno allo studio e alla scoperta. Uno dei contributi più importanti di Tartaglia è la scoperta del triangolo binomiale, il cosiddetto “triangolo di Tartaglia”. Questo strumento rappresenta un metodo semplice ed efficace per calcolare i coefficienti binomiali e ha avuto un impatto duraturo sulla combinatoria e sull’algebra. La sua pubblicazione di questa scoperta fu fondamentale per la diffusione di tecniche di calcolo più avanzate e per la comprensione delle distribuzioni dei coefficienti in potenze binomiali. Ma il contributo di Tartaglia non si limita a questa scoperta: è anche celebre per aver risolto, in modo decisivo, equazioni di terzo grado. Prima di lui, tali equazioni risultavano di difficile risoluzione e rappresentavano una vera sfida per i matematici. Tartaglia sviluppò un metodo efficace per la loro soluzione, basato su assiomi e tecniche algebraiche innovative. Questo lavoro aprì la strada a ulteriori progressi nell’algebra e influenzò direttamente i successori di Tartaglia, tra cui il famoso matematico Girolamo Cardano. La figura di Niccolò Tartaglia rappresenta quindi un esempio di come la passione e la tenacia possano superare le difficoltà personali, portando a scoperte che arricchiscono l’intera umanità. La sua vita e le sue opere continuano a essere ricordate e celebrate come pietre miliari nello sviluppo della matematica moderna. Scrive Elio Nenci nella voce dedicata a Tartaglia nel Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani Volume 95 2019): “Il 1539 fu l’anno dell’incontro di Tartaglia con Gerolamo Cardano, un rapporto cresciuto nel sospetto e nella diffidenza fin dalle prime fasi. Ancora una volta furono le ‘regole’ utilizzate da Tartaglia per risolvere i vari tipi di equazioni di terzo grado a suscitare la curiosità del medico milanese, e soprattutto la ‘regola generale’ utilizzata nella disputa con Fiore. Cardano prima sondò il terreno per interposta persona, e poi si rivolse direttamente a Tartaglia con ripetute lettere, convincendolo infine a recarsi a Milano per comunicargli direttamente quanto da lui ritrovato. Dopo avere ottenuto la promessa del segreto, perlomeno fino all’apparizione di una sua futura opera dedicata all’algebra, Tartaglia gli riferì la formula risolutiva dell’equazione, prima attraverso un componimento poetico piuttosto enigmatico, in seguito con una sua applicazione a un esempio concreto. Nonostante la parola data, Tartaglia rimase sempre sospettoso, temendo un’imminente pubblicazione della sua ‘regola’ nell’opera di Cardano allora in fase avanzata di stampa: la Practica arithmetice et mensurandi singularis (Milano 1539). La crescente diffidenza portò a una rottura dei rapporti e Tartaglia decise
di non rispondere alle ultime lettere inviategli da Cardano. Nel frattempo Tartaglia si era dedicato con grande impegno a un’altra impresa, la prima traduzione volgare degli Elementi di Euclide, basandosi sui due testi dell’opera allora maggiormente diffusi, quello tramandato sotto il nome di Campano di Novara e quello scaturito dalla nuova traduzione latina fatta da Bartolomeo Zamberti. Il testo degli Elementi era accompagnato da un esteso commento, che nella discussione delle singole proposizioni spesso si contraddistingueva per l’uso assiduo di esemplificazioni di carattere numerico. Pubblicata a Venezia nel mese di febbraio del 1543, questa traduzione precedette di poco più di un mese l’edizione di alcune opere di Archimede: Sull’equilibrio dei piani, Quadratura della parabola, Misura del cerchio e Galleggianti, presentate nel testo della versione latina fatta nel XIII secolo da Guglielmo di Moerbeke (Venezia 1543). La precedente preoccupazione legata alla possibilità di un disvelamento non autorizzato della sua ‘regola generale’ sembrava oramai scomparsa, ma l’apparizione nel 1545 dell’Ars magna di Cardano rappresentò la prova della fondatezza dei suoi passati timori. Avute nel 1539 le informazioni richieste con tanta insistenza, Cardano e il suo allievo Ludovico Ferrari si erano posti al lavoro con notevole impegno, progredendo notevolmente e ottenendo risultati di assoluto rilievo matematico.”. Prima edizione in buone-ottime condizioni di conservazione. Non comune. Rif. Bibl.: IT\ICCU\BVEE\005309; Riccardi II, 497; Adams 992; Thomas-Stanford 34.
In 2° (285 × 205 mm); CCXXXIX [i.e. 241], (1) leaves, the final leaf containing the errata. Seventeenth-century reused binding, with a handwritten title on the spine. Two small grease spots to the blank outer margin of leaf XXXIII, without consequence; three minute wormholes in the first two leaves, likewise without consequence. The copy is, overall, in very good condition internally. Foliation errors, as in all copies. The title page bears the arms of the dedicatee, Gabriele Tadino, with his initials placed on either side of the heraldic device. Several intriguing mathematical annotations, in a contemporary hand, appear in the blank outer margins of various leaves; these may be dated to the late sixteenth or early seventeenth century. At the end of the volume is the printer’s device, depicting a rearing horse before a tower within an ornamental frame, with the initials P.Z.F. below. Numerous geometrical and mathematical diagrams are printed alongside the text.First edition of Euclid’s Elements with commentary by the distinguished Brescian mathematician Niccolò Fontana, better known as Niccolò Tartaglia, a sobriquet arising from his stammer (c. 1499–13 December 1557). First published in 1543, Tartaglia’s vernacular translation is based on the Latin editions of Campanus of Novara and Bartolomeo Zamberti. It is also the first translation of an ancient scientific work into Italian. Niccolò Fontana, known as Niccolò Tartaglia, was among the most important mathematicians of the Italian Renaissance. Born in Brescia around 1499, he overcame considerable personal hardship to become a leading figure in mathematics, making substantial contributions to algebra and to the dissemination of Euclid’s work. Euclid was central to Tartaglia’s intellectual formation: like many scholars of his age, he studied the ancient mathematicians, and his engagement with Euclidean geometry informed his own mathematical investigations. Tartaglia is associated with the triangular arrangement of binomial coefficients now commonly known as “Pascal’s triangle” and, in Italian, as “Tartaglia’s triangle.” He also made a decisive contribution to the solution of cubic equations. His method, which he disclosed to Girolamo Cardano, became a source of lasting controversy. As Elio Nenci recounts in his entry on Tartaglia in the Dizionario Biografico degli Italiani (vol. 95, 2019), the two men first met in 1539. Cardano, having learned of Tartaglia’s rules for solving cubic equations, repeatedly pressed him to reveal the general method. Tartaglia eventually travelled to Milan and communicated his solution after Cardano had pledged to keep it secret until Tartaglia had published his own work on algebra. He first conveyed the method in an enigmatic poem, then illustrated it with a worked example. Despite this undertaking, Tartaglia remained wary that Cardano might publish the rule prematurely. Their relationship deteriorated, and Tartaglia ceased replying to Cardano’s letters.Meanwhile, Tartaglia devoted himself to preparing the first Italian translation of Euclid’s Elements. He drew on the two Latin texts then most widely circulated: the version transmitted under the name of Campanus of Novara and Zamberti’s more recent translation. The text is accompanied by an extensive commentary, in which the discussion of individual propositions is frequently illuminated by numerical examples. Published in Venice in February 1543, the translation appeared shortly before an edition of several works by Archimedes, issued later that year in the Latin version made by William of Moerbeke in the thirteenth century. Cardano’s Ars magna (1545), which included the solution to cubic equations, ultimately confirmed Tartaglia’s fears concerning the disclosure of his method. Cardano and his pupil Lodovico Ferrari had developed the material further, producing results of considerable mathematical importance. A first edition, in good to very good condition. Uncommon.
5.800 euro
44) GUIDE VIAGGI GENOVA STORIA LOCALE GUIDE TURISTICHE CARTE AZZURRE ESEMPLARE CON TAVOLE IN CARTA AZZURRA TRAVEL GUIDES GENOA LOCAL HISTORY TOURIST GUIDES BLUE-PAPER MAPS COPY WITH PLATES ON BLUE PAPER
Anonimo (Brusco Giacomo Agostino, Ratti Carlo Giuseppe),
Description Des Beautés De Gènes et De Ses Environs, Ornée de Différentes Vues, de Tailles Douce, & de la Carte Topographique de la Ville.
A Gènes, Chez Yves Gravier, Libraires sous la Loge de Banqui, 1788
In 8° (17×11 cm): (2), 268 pp. e 19 c. di tav. fuori testo delle quali 16 più volte ripiegate e compresa la grande carta di Genova posta in antiporta di cm 42×31 cm. Esemplare unico nel suo genere perché presenta la grande tavola di Genova e la “Veu de Genes” stampate su carta azzurra di grande qualità. Altre quattro tavole sono stampate su carta leggermente azzurrata. Non si conoscono altri esemplari stampati su carta azzurra. Legatura coeva in piena pelle maculata con titolo su fascetta in pelle e ricchi fregi in oro al dorso. Piatti interni foderati con bella carta marmorizzata coeva. Frontespizio leggermente ed uniformemente brunito e per il resto esemplare in ottime condizioni di conservazione.
Vi sono dubbi sull’attribuzione di questa edizione, notevolmente, ampliata rispetto alla prima del 1768, non solo nella parte testuale. La prima edizione del 1768 presentava solo tre tavole. La maggior parte delle copie presenta, 18 tavole fuori testo, la nostra è completa e ne presenta 19 come da elenco delle tavole posto in fondo al volume. L’opera è di incerta attribuzione. C’è chi attribuisce l’opera a Carlo Giuseppe Ratti (noto storico ed autore di un’altra guida nota di Genova) e chi crede che l’autore sia Giacomo Agostino Brusco che sicuramente è autore della grande tavola di Genova. La grande carta, infatti, presenta il cartiglio “Genova nel solo giro delle sue mura vecchie con l’esposizione delle chiese e luoghi principali. Misurata a passi geometrici da Giacomo Brusco ingegnere Aiut. 1766″. Scrive Schlosser riguardo a quest’opera: “La superba e ricca Genova. in cui l’arte era da tempo immemorabile una cosa di lusso e d’importazione, a differenza della sua rivale Venezia, possiede nell’età antica solo la guida piuttosto tarda del suo storiografo Giuseppe Ratti. che vuole appunto colmare questa lacuna”. L’opera è la più esaustiva guida di Genova uscita nel settecento. Scritta in lingua francese, presenta magnifiche tavole più volte ripiegate. Rif. Bibl.: Fossati-Bellani (2646) il quale curiosamente cita solo 15 tavole; Schlosser (p. 552); diversi esemplari censiti con 18 tavole sul Karlrsruher Virtueller Katalog”; Nessun esemplare censito in ICCU in questa edizione.
1.100 euro
45) POESIA POETICA ESTETICA PRIME EDIZIONI LETTERATURA FRANCESE CLASSICI SIMBOLISMO PARNASSIANESIMO POETRY POETICS AESTHETICS FIRST EDITIONS FRENCH LITERATURE CLASSICS SYMBOLISM PARNASSIANISM
Les Paradis artificiels, Opium et Haschisgh par Charles Baudelaire,
Paris, Poulet-Malassis et De Broisse Libraires-Editeus, 1860
In 8°; (4), IV, 304, (2) pp. Brossura editoriale conservata entro bella legatura artigianale dell’inizio del novecento in mezza-pelle scura con titolo e autore impressi in oro al dorso firmata “N. Mancio”. Piatti foderati con bella carta marmorizzata . Antica e piccola pecetta di nota libreria antiquaria applicata al recto del piatto anteriore. Una leggera abrasione al margine bianco esterno del piatto anteriore e nel complesso esemplare in ottime condizioni di conservazione. Taglio dorato al margine superiore e gli altri due tagli in barbe. Al frontespizio la data 1861. Prima edizione con la tiratura del frontespizio che porta la data del 1861 invece del 1860 come, invece, presente alla brossura, in quanto nella metà dell’ottocento, era pratica comune, stampare frontespizi con data diversa per far credere che il libro fosse stato esaurito e fosse stata edita una ristampata. Si tratta invece, come ben dimostrato dalla brossura con la data 1861 della prima edizione. Esistono copie con la doppia indicazione 1860 al frontespizio e alla brossura. Prima edizione di una delle opere di poetica ed estetica più importanti dell’ottocento e che ebbe un enorme influsso su tutta la poesia susseguente, scritto dal grande poeta, scrittore, critico letterario, critico d’arte, giornalista, filosofo, aforista, saggista e traduttore francese, Charles Pierre Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867) fra i massimi esponenti del simbolismo, affiliato del parnassianesimo, fra i massimi innovatori
del genere lirico e anticipatore del decadentismo. La poetica di Baudelaire ha ispirato l’opera di tutti i “poeti maledetti” come Verlaine, Mallarmé e Rimbaud, ma anche quella degli scapigliati italiani come Emilio Praga, Marcel Proust, Edmund Wilson, Dino Campana e Paul Valéry. La prima parte dell’opera qui presentata, intitolata Le Poème du Haschisch è un saggio sull’hashish, la seconda, un commento al libro” Confessioni di un mangiatore di oppio inglese “di Thomas de Quincey. Scrivono Alfredo Galletti e Lionello Venturi nella voce dedicata a Baudelaire nell’Enciclopedia Italiana Treccani (1930): “Una seconda edizione dei Fleurs du mal, arricchita di molte liriche nuove, ma in cui non erano comprese le sei incriminate, uscì a Parigi nel 1861. Il B. era ormai famoso e molte vie gli erano aperte; ma dopo quel primo zampillo la sorgente della poesia parve esausta in lui. I Petits poèmes en prose, scritti e pubblicati ad intervalli negli anni seguenti, sono fantasie, ma sembrano, almeno talvolta, l’opera di un poeta che abbia perduto il dono divino del ritmo. Ricorse anche per ispirazione a poeti spiritualmente affini, avidi come lui di sensazioni strane e di visioni allucinanti, inclini a cercare nell’artificio un rifugio contro la semplicità rude della natura, e in una parte del suo libro Les Paradis artificiels: opium et haschisch (Parigi 1860) egli ora traduce, ora riassume e commenta Le confessioni di un mangiatore d’oppio del De Quincey. E già sin dal 1846-47 il B., sottile conoscitore della lingua inglese, aveva “scoperto” il grande poeta americano Edgardo Poe, e gli era parso di trovare quasi un fratello, più ricco di energie fantastiche e più fecondo. Certe poesie e certe novelle del Poe esprimevano – egli ha confessato – fantasmi e visioni che già vivevano e si agitavano in lui, senza aver mai potuto trovare una forma. Prese a tradurlo con paziente sottile ammirazione, e lo
conquistò alla letteratura francese, pubblicando Les histoires extraordinaires (Parigi 1856); le Nouvelles histoires extraordinaires (Parigi 1857); Les aventres de A. Gordon Pym (Parigi 1858); Eureka (Parigi 1863) e Histoires grotesques et sérieuses (Pangi 1865).”. Come si evince da quest’opera di Baudealire, l’autore concepisce la poesia come una creazione irrazionale, spontanea unica. La poesia deve rappresentare, anche attraverso il fantastico, il reale nei suoi più oscuri e scabrosi e pur apprezzando il romanticismo ne rifugge il sentimentalismo a favore di uno scetticismo di un possibile progresso continuo dell’umanità in senso materiale e morale. La sua poesia è estremamente moderna ancora oggi perché descrive la necessità di un impegno gnoseologico continuo dell’essere umano contro la tendenza stessa umana di adagiarsi nella noia, in una tormentata malinconia e nella piatta quotidianità di una società collettiva che lascia sempre meno spazio al singolo. La poesia di Baudelaire è, invece, uno slancio continuo verso ideali di bellezza assoluta, una poesia dove le evasioni, le perversioni, il vizio, l’autoesaltazione e la voluttà non sono altro che una caduta, in senso quasi cristiano, nella morte e nel sogno del peccato, situazione nella quale la lucida coscienza del peccato, danno al poeta nuovo slancio verso l’elevazione e la purificazione. Prima edizione in ottime condizioni di conservazione, in bella legatura e completa della brossura originale. Rif. Bibl.: Carteret I, 126; Oberlé 228; Vicarie, I, 345-346; Clouzot p. 44.
In 8°; (4), IV, 304, (2) pp. Original paper wrappers preserved in a handsome early twentieth-century artisan half-dark-leather binding, signed “N. Mancio,” with the author’s name and title gilt-stamped on the spine. The boards are covered in attractive marbled paper. An old, small bookseller’s label is affixed to the front pastedown. There is a slight abrasion to the outer blank margin of the front board; overall, a copy in excellent condition. Top edge gilt; the other two edges untrimmed. The title page bears the date 1861. First edition, in the issue with the title page dated 1861 rather than 1860, the date printed on the wrappers. In the mid-nineteenth century, it was common practice to print title pages bearing a different date, to give the impression that a book had sold out and been reprinted. This is, however, the first edition, as clearly demonstrated by the wrappers dated 1861. First edition of one of the most important works on poetics and aesthetics of the nineteenth century, which exerted an enormous influence on all the poetry that followed. It was written by the great French poet, writer, literary and art critic, journalist, philosopher, aphorist, essayist, and translator Charles Pierre Baudelaire (Paris, 9 April 1821 – Paris, 31 August 1867), one of the foremost exponents of Symbolism, associated with the Parnassian movement, and among the greatest innovators of lyric poetry and precursors of Decadentism. Baudelaire’s poetics inspired the work of all the “poètes maudits,” including Verlaine, Mallarmé, and Rimbaud, as well as that of the Italian Scapigliati, such as Emilio Praga, and of Marcel Proust, Edmund Wilson, Dino Campana, and Paul Valéry. The first part of the work presented here, entitled Le Poème du Haschisch, is an essay on hashish; the second is a commentary on Thomas De Quincey’s Confessions of an English Opium-Eater. Alfredo Galletti and Lionello Venturi write in the entry on Baudelaire in the Enciclopedia Italiana Treccani (1930): “A second edition of Les Fleurs du mal, enriched with many new poems but excluding the six condemned ones, appeared in Paris in 1861. B. was by then famous, and many paths lay open to him; but after that first outpouring, the source of his poetry seemed exhausted. The Petits poèmes en prose, written and published at intervals in the following years, are fantasies, but at least at times they seem to be the work of a poet who has lost the divine gift of rhythm. He also sought inspiration from poets spiritually akin to him, equally avid for strange sensations and hallucinatory visions, and inclined to seek refuge in artifice from the harsh simplicity of nature. In one part of his book Les Paradis artificiels: opium et haschisch (Paris, 1860), he now translates, now summarizes and comments on De Quincey’s Confessions of an English Opium-Eater. As early as 1846–47, B., a subtle connoisseur of the English language, had ‘discovered’ the great American poet Edgar Allan Poe, and felt he had found almost a brother in him—one richer in imaginative energy and more prolific. Certain poems and stories by Poe expressed, he confessed, phantoms and visions that already lived and stirred within him, but had never found a form. He set about translating Poe with patient, subtle admiration, and won him over to French literature, publishing Les histoires extraordinaires (Paris, 1856); Les nouvelles histoires extraordinaires (Paris, 1857); Les aventures d’Arthur Gordon Pym (Paris, 1858); Eureka (Paris, 1863); and Histoires grotesques et sérieuses (Paris, 1865).” As this work by Baudelaire makes clear, the author conceives of poetry as a unique, spontaneous, irrational creation. Through the fantastic as well, poetry must represent reality in its darkest and most disturbing aspects. Though he appreciated Romanticism, he rejected its sentimentality in favour of scepticism about the possibility of humanity’s continuous material and moral progress. His poetry remains strikingly modern, even today, because it describes the human being’s unceasing need for intellectual inquiry, set against the human tendency to settle into boredom, anguished melancholy, and the monotonous daily life of a collective society that leaves ever less room for the individual. Baudelaire’s poetry is instead a continual striving towards ideals of absolute beauty. In it, escape, perversion, vice, self-exaltation, and sensual pleasure are nothing other than a fall—almost in the Christian sense—into death and the dream of sin. Yet it is precisely in this state that the poet’s clear awareness of sin gives him renewed impetus towards exaltation and purification. First edition in excellent condition, in an elegant binding and complete with the original wrappers. Ref. bibliogr.: Carteret I, 126; Oberlé 228; Vicaire, I, 345–346; Clouzot, p. 44.
700 euro
46) FESTE APPARATI SCENICI BAROCCO FUOCHI D’ARTIFICIO PRIME EDIZIONI ROMA ESTENSI STAGE DESIGNS BAROQUE FIREWORKS FIRST EDITIONS ROME HOUSE OF ESTE
Manzini D. Luigi,
Applausi festivi fatti in Roma per l’elezzione di Ferdinando III al regno de’ Romani dal ser.mo princ. Maurizio card. di Savoia descritti al ser.mo Francesco D’Este duca di Modana da D. Luigi Manzini
Roma, Stamperia di Ludovico Grignani, 1637
In 8° (20,7×14,5); 90 [i.e. 92 la pagina 90 è erroneamente numerato], 72 pp. e 10 c. di tav. fuori testo su 11. Bella legatura settecentesca in piena pelle con triplice filetto a inquadrare i piatti e fiorellini ai piccoli ferri accantonati interni, titoli non più visibili al dorso a 5 nervi. Tagli spruzzati in rosso. Copia della celebre biblioteca Macclesfield come attesta l’ex-libris all’interno del piatto anteriore ed il celebre timbro a secco in rilevo al frontespizio. Cerniere lise e macchia d’unto nel margine inferiore del piatto anteriore. All’interno esemplare in ottime condizioni di conservazione dalla carta forte, pulita e frusciante. Tagli spruzzati in rosso. Magnifiche le tavole più volte ripiegate con gli apparati effimeri realizzati appositamente per l’occasione. Luigi Manzini (attivo nella prima metà del XVII secolo) fu un letterato, poligrafo e segretario al servizio di importanti casate nobiliari, in particolare degli Este di Modena. La sua figura si colloca nel panorama della cultura cortigiana del Seicento, dove il letterato svolgeva spesso il ruolo di mediatore culturale, organizzatore di cerimonie e celebratore delle grandezze dei suoi protettori. Manzini è noto per la sua produzione encomiastica e per la capacità di descrivere con retorica elevata gli eventi mondani e politici della sua epoca. Questa qui presentata è una delle sue opere più belle e si inserisce nel genere della “letteratura delle feste” o “descrizioni di apparati effimeri”, un filone di grande importanza per la storia dell’arte, dell’architettura e del costume nel Barocco. Il volume documenta le celebrazioni tenutesi a Roma per l’elezione di Ferdinando III d’Asburgo a “Re dei Romani” avvenuta nel 1636. Tali eventi erano momenti fondamentali di propaganda politica, volti a sottolineare l’alleanza tra il Papato e l’Impero e a mostrare la magnificenza dei grandi mecenati, in questo caso il Cardinale Maurizio di Savoia, che fungeva da ospite e organizzatore. Il testo di Manzini non è solo una cronaca dell’evento, ma una narrazione costruita per esaltare il prestigio di Francesco d’Este, Duca di Modena, destinatario della dedica. L’opera descrive in dettaglio le macchine teatrali, gli archi trionfali, le decorazioni effimere e i fuochi d’artificio, offrendo agli studiosi moderni preziose informazioni sulla scenografia barocca e sulla cultura visiva dell’epoca, spesso andata perduta fisicamente. Questi volumi sono testimonianze fondamentali per comprendere come il linguaggio barocco venisse applicato alle celebrazioni civili e religiose. Il testo di Manzini, unito alle illustrazioni in esso contenute, permette di ricostruire l’interazione tra potere politico, arte, architettura e letteratura nell’Europa del XVII secolo. Esemplare provenienente dalla collezione Macclesfield, all’interno in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Renouard 57.3; Ruggeri 797; Berlin Kat. 3046; Olscki, Choix, 17483,”Ouvrages courieux surtout pour les planches des machines pyrotecniques dressèes pour l’occasion”; Fagiolo Bibl. della festa barocca a Roma, 134. Nr.cat: reg.16/09.
In 8° (20.7 × 14.5 cm); 90 [i.e. 92, page 90 misnumbered], 72 pp., and 10 [of 11] plates outside the text. Handsome eighteenth-century full-leather binding, with a triple fillet framing the boards and small floral tools at the inner corners; spine with five raised bands, the lettering no longer visible. Red-sprinkled edges. From the celebrated Macclesfield Library, as attested by the bookplate inside the upper cover and the library’s distinctive embossed stamp on the title page. Joints worn; grease stain to the lower margin of the upper cover. Internally in excellent condition, on thick, clean, crisp paper. Red-sprinkled edges. The magnificent, repeatedly folding plates depict the ephemeral structures specially devised for the occasion. Luigi Manzini (active in the first half of the seventeenth century) was a man of letters, polymath and secretary in the service of prominent noble families, particularly the Este of Modena. He belongs to the world of seventeenth-century court culture, in which the man of letters often served as cultural intermediary, organiser of ceremonies and celebrant of his patrons’ greatness. Manzini is known for his encomiastic writings and for his ability to recount the social and political events of his day in elevated rhetorical style. The work offered here is among his finest and belongs to the genre of festival literature, or descriptions of ephemeral displays—a body of writing of considerable importance to the history of art, architecture and costume in the Baroque period. The volume records the celebrations held in Rome for the election of Ferdinand III of Habsburg as King of the Romans in 1636. Such festivities were significant acts of political propaganda, intended to underscore the alliance between the Papacy and the Empire and to display the magnificence of their great patrons. In this instance, the principal host and organiser was Cardinal Maurice of Savoy. Manzini’s text is not merely a chronicle of the event: it is an account shaped to exalt the prestige of Francesco d’Este, Duke of Modena, to whom the work is dedicated. It describes in detail the theatrical machines, triumphal arches, ephemeral decorations and fireworks, providing modern scholars with precious evidence of Baroque scenography and of a visual culture whose physical manifestations have, in many cases, been lost. Volumes of this kind are fundamental witnesses to the application of the Baroque idiom to civic and religious celebrations. Manzini’s account, together with the illustrations, makes it possible to reconstruct the interplay of political power, art, architecture and literature in seventeenth-century Europe. A Macclesfield Library copy, internally in excellent condition. References: Renouard 57.3; Ruggeri 797; Berlin Kat. 3046; Olschki, Choix, 17483 (“Works of interest, above all for the plates of the pyrotechnic machines erected for the occasion”); Fagiolo, Bibliografia della festa barocca a Roma, 134, Catalogue no.: reg.16/09.
7.000 euro
47) STORIA LOCALE LAGO DI GARDA PUNTA SAN VIGILIO BRENZONE TORRI DEL BENACO RARITA’ BIBLIOGRAFICA MONTE BALDO
Marai Gian Domenico,
San Vigilio sopra il Lago di Garda Poemetto in Terza Rima con Annotaziojni, Seconda Edizione.
Verona, Dalla Stamperia di Dionigi Ramanzini, 1807
In 8°; XXXVI pp. Brossura muta coeva. Esemplare ancora in barbe ed in ottime condizioni di conservazione. Nota manoscritta datata 1860 al recto del piatto anteriore “Donato ad E. S. Righi dal nipote dell’Autore, Sig.r Cesare Marai ex primo tenente dei Cavalleggieri nelli eserciti del Regno d’Italia (1812-1813-1814), Torri, 5 novembre” evidentemente lo scritto venne redatto a Torri del Benaco. All’ultima pagina, nel margine basso è presente l’autografo di Cesare Marai “Marai Cesare Nipote del Canonico”. Piccoli fregi xilografici ai due lati del numero di pagina. Testatine e finalini xilografici. Stemma stampato a lastra singola della famiglia Brenzone al frontespizio. L’opera è dedicata a “Donna Lucrezia Madre e Laura e Lodovico Figli di Brenzone”. Seconda edizione edita lo stesso anno della prima. Rarissima opera, della prima edizione esiste un solo esemplare censito in ICCU, mentre di questa seconda edizione, identica alla prima se non per la scritta “seconda edizione” al frontespizio, non vi è nessun esemplare censito. Nell’opera l’autore descrive uno dei luoghi più amati e panoramici del Lago di Garda, Punta San Vigilio dall’alto del promontorio che la sovrasta che porta lo stesso nome. La seconda parte contiene le lunghe e dotte annotazioni a partire da quella sul Monte Baldo dove viene riportato anche un componimento in onore del celebre monte. Si legge ad esempio nella nota numero 3: Vicino a Toscolano si vedono ancora le reliquie dell’antica Città di Benaco, o d’un luogo, almeno, a’ que’tempi assai rispettabile, dove tenevano i Benacensi i loro Consigli. Fu sommersa nell’acque per grande tremuoto l’anno di Cristo 243. Diede nome al Lago, mutato poi dopo la sua rovina in quello di Garda, ch’era la principale Fortezza de’ suoi lidi. Plinio non fa menzione di questa città. Forse per tal ragione il celebre Maffei la crede sognata. Bincolin. Supplem. Al Zagatt. Vol. I. delle P. …” o la nota seguente “Rocca di Minerva in alto e sublime luogo situato nella Valle Ateniese. Fu fatta diroccare, come racconta il Gratarolo, con savio consiglio da Giacomo Soranzo Senatore [di Venezia], perché in essa annidavansi rubatori, e fuoriusciti. Aveva un tempio dedicato a Pallade, o sia Minerva. Fu distrutto da’ Barbari. Una lapide però in essa ritrovata di queste parole: Minervae L. Lucretius et Hermes V. S. L. M. fa credere che gli antichi Romani, dopo gli Ateniesi, abitatori di questa Rocca, e di questi paesi, prendessero cura di un tal tempio e di una tale Deità”. Gian Domenico Marai fu figura di rilievo nella storia di Torri, noto soprattutto per il suo ruolo di canonico nella cattedrale di Leybach. Nato in un contesto devoto, dedicò l’intera esistenza agli studi e al servizio ecclesiastico, spegnendosi nel 1812. Acclamato predicatore, percorse le chiese del Lago e città come Verona, Mantova e Brescia, dove i suoi sermoni evidenziarono cultura e sensibilità pastorale. Fu autore impegnato: raccolse osservazioni teologiche, omelie e corrispondenze, e compose un poemetto dedicato a San Vigilio. Tra i suoi documenti si conservano inoltre lettere e ricordi sui due eremiti benedettini di Malcesine, Benigno e Caro, che offrirono materiali preziosi agli studiosi locali. La sua opera più conosciuta rimane Il Benaco illustrato, pubblicata postuma nel 1879, che rappresenta un contributo fondamentale per la conoscenza del territorio e delle sue tradizioni. Nel testo il canonico cita anche il ritrovamento, avvenuto all’inizio del Settecento nei pressi di Torri, di monete di epoca imperiale, notizia che ha suscitato interesse tra gli storici locali. Rarità bibliografica del Lago di Garda di sponda veronese, in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: per la prima edizione dello stesso anno ICCU IT\ICCU\VIAE\021307, un solo esemplare censito, nessun esemplare censito in questa seconda edizione.
300 euro
49) DANIMARCA SVEZIA VIAGGI DIARI COMMERCIO ANTROPOLOGIA STORIA ARTE MEMORIE STORICHE MANOSCRITTO INEDITO DENMARK SWEDEN TRAVEL DIARIES COMMERCE ANTHROPOLOGY HISTORY ART HISTORICAL MEMOIRS UNPUBLISHED MANUSCRIPT KULLABERG KULLEN
Anonimo,
Imponente diario manoscritto di un alto funzionario della corte di Federico Cristiano VIII di Danimarca che copre il periodo dal 26 ottobre del 1828 al 18 giugno 1829. (A substantial manuscript diary by a senior official at the court of Frederick Christian VIII of Denmark, covering the period from 26 October 1828 to 18 June 1829).
S. luogo., 1828-1829. No place [of publication], 1828–1829.
In 8° (la scatola, larghezza 7,6 cm, altezza 18,1 cm, 12,1 profondità); 17 volumetti con il numero del volume e le date coperte al piatto anteriore. 45, 45, 11, (1 b.), 46, 44, 33, (11 b.), 44, 45, (1 b.), 45, (1 b.), 44, 45, (1 b.), 45, (1 b.), 45, (1 b.), 44, 45, (1 b.), 44 pp. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Diverse correzzioni nel testo. I volumetti contengono vari disegni esplicativi del testo. Due disegni sono poi acquerellati a mano. Manoscritto in chiara grafia “Kurrentschrift” in tedesco redatto da un funzionario della corte danese dove questo funzionario restò a servizio dal 10 giugno 1829 “…insieme agli stranieri e al locale Consiglio del Console, e deponemmo i nostri fardelli contro le preoccupazioni quotidiane. Quel delizioso sentiero che conduce fin là, assai frequentato dalle persone care, è costantemente costeggiato da maestosi cespugli fioriti; a poco a poco ci si addentra nel fitto bosco. Dopo aver camminato ancora per alcuni passi, si raggiunge facilmente una piccola altura panoramica situata proprio di fronte al Castello e vicinissima ad esso, sulla quale spicca l’imponente stemma scolpito del Principe Cristiano. Venne approntata un’imbarcazione. Navigammo per alcuni minuti attraverso le splendide acque, incorniciate da alberi maestosi tagliati secondo la raffinata moda inglese e, seguendo un arguto consiglio della signorina Saffard, virammo verso il piccolo promontorio; da lì, un comodo approdo, ci condusse direttamente sul sentiero pianeggiante che costeggia il fiume verso Lyngby, fino ad entrare nel giardino del benevolo pastore. Lì si concluse una giornata la cui felice memoria….”. Il personaggio narrante non si firma mai ma vari indizi ci possono suggerire quale potrebbe essere la sua storia. Il testo è redatto in tedesco antico (Kurrentschrift) e l’autore fa costanti paragoni con la Germania utilizzando termini come “a differenza di quanto avviene in Germania” o “proprio come a Mezel”. Il narratore scrive in un linguaggio dotto se non adirittura aulico. Inoltre, dimostra una perfetta padronanza della lingua francese, conversando fluentemente con l’alta società e gli ufficiali francesi nei salotti di Copenaghen e preferendo nettamente lo stile teatrale parigino. Sappiamo che l’autore arriva il 26 ottobre 1828 direttamente al Kellerhof del palazzo del Principe Cristiano Federico di Danimarca (il futuro re Cristiano VIII). Al suo arrivo viene subito introdotto al capo delle provviste di corte (Proviantpolier). Racconta infatti: “Arrivai a Copenaghen la sera verso le ore 9 nel Kellerhof (cortile seminterrato/scuderie) del Principe Cristiano, parlai con il portiere riguardo al mio alloggio. In casa non ci avevano minimamente pensato e ho dovuto aspettare nella sua stanza fino alle 11; dopodiché mi sono recai al deposito provviste (Proviant), dove però non c’era un letto per me: passai la notte sopra un cuscino/materasso improvvisato. Al mio arrivo, il portiere mi aveva presentato al capo delle provviste (Proviantpolier).” sembra che alla fine gli siano poi state assegnate 2 piccole stanze sopra l’ufficio delle provviste nel Kellerhof del Principe Cristiano. L’autore descrive giornate interamente dedicate a compiti amministrativi: ispeziona i magazzini di Christiansborg, redige registri contabili minuziosi, calcola i prezzi dei beni di consumo, delle torbe, del sapone e della carne, e compie misurazioni geometrico-architettoniche delle scuderie o dei viali. Ha inoltre libero accesso alle collezioni reali d’arte (di cui esegue rilievi tecnici con misure francesi in pollici e linee insieme al custode delle collezioni d’arte Lorenz Spengler. Possiamo così concludere che siamo di fronte al diario personale di un Intendente di Corte, un’Ispettore delle Provviste (Proviantverwalter) o un Architetto/Disegnatore di corte, probabilmemnte di origini ugonotte (franco-tedesche) e impiegato presso l’amministrazione del Principe Cristiano. Considerato il costante contatto con l’ispettore dei viveri del See-Etat (l’amministrazione navale danese, che all’epoca vedeva figure come Rasmus Langeland o l’intendente Rassan citato nel testo), l’autore è cpn ogni probabilità un alto funzionario dell’intendenza e della logistica di palazzo, incaricato di sovrintendere alle spese, alla manutenzione dei palazzi reali e alla catalogazione dei beni della corona danese, cosa che spiegherebbe il suo essere testimone oculare di tutti i banchetti, gli appuntamenti mondani, gli affari di stato della corona danese. L’opera è una minziosa descrizione degli avvenimenti della corte danese ma anche di passeggiate e gite istruttive in giro per la città di Copenaghen ed il territorio danese e svedese. Numerose sono le discrezioni curiose degli usi e costumi danesi con avvenimenti curiosi e divertenti come ad esempio la descrizione delle estrazioni pubbliche del lotto, gli strumenti di lavoro incontrati durante il suo soggiorno, i mezzi locomotori utilizzati sulla neve e tantissime altre curiose notizie. Tantissimi sono i monumenti, le abitazioni, gli interni dei palazzi ma anche le vie delle città e paesi, i boschi e le campagne attraversate. Tanti sono i luoghi ed i monumenti visitati: il Kellerhof del Principe Cristiano (Il cortile seminterrato e le scuderie del palazzo del Principe, futuro re Cristiano VIII), punto di arrivo iniziale del narratore; Piazza di Amalienborg definita dall’autore “la piazza più bella mai vista” per la sua perfetta simmetria, dove ammira il magnifico colonnato reale; Kongens Nytorv (Nuova Piazza del Re) la grande e vasta piazza centrale, descritta con le sue statue solenni di re Federico e il corpo di guardia principale; Piazza del Castello e Palazzo di Christiansborg, il maestoso complesso reale dove l’autore conta meticolosamente le finestre della facciata (28 sul davanti) e visita le monumentali scuderie di marmo bianco che ospitano i cavalli del Re; La Borsa valori (Børsen), situata sulla piazza del castello, descritta come un edificio antico dotato di una bella sala per le aste e di una sala di ritrovo per i mercanti più facoltosi. La Fabbrica Reale di Porcellana, un imponente edificio situato nella storica via Kjøbmagergade, di cui l’autore visita i magazzini; La Farmacia Reale di Corte situata all’epoca in via Gothersgade al numero 113; Nyboder (Nuovi Padiglioni) lo storico e ordinato quartiere spazioso adibito ad alloggio per i marinai della flotta reale; I Bastioni della Città (Mura di Copenaghen), luogo frequentato per le passeggiate invernali, da cui l’autore osserva i mulini a vento e dove incrocia il Re stesso a piedi, descrive inoltre il percorso esterno che unisce la Porta Nord (Norderthor) alla Porta Ovest (Westthor); La Chiesa Riformata Francese dove l’autore si reca più volte ad ascoltare le prediche del pastore Saffard; La Chiesa della Trinità (Trinitatiskirche), sede della solenne cerimonia di conferimento dei dottorati accademici alla presenza della famiglia reale; La Chiesa di San Nicolai (Sankt Nikolaj Kirke), citata durante la grande illuminazione notturna (con la corona illuminata sulla torre) e ritratta in uno dei piccoli schizzi; La Friedrichskirche (Chiesa di Federico / Chiesa di Marmo), descritta e commentata dall’autore per lo stato di totale incompiutezza in cui giaceva all’epoca per mancanza di fondi; La Casa del Consigliere di Stato Erichsen, uno dei palazzi patrizi più belli della città, di cui l’autore esegue un disegno dettagliato della facciata neoclassica durante i festeggiamenti serali; Il Giardino e il Palazzo di Rosenborg, dove l’autore si reca per assistere a una grande e affollata udienza pubblica all’interno del Salone dei Cavalieri; Il Teatro Reale, frequentato la sera per assistere a commedie francesi e farse (vengono citate opere come “Iacinta” e “Il Segreto” ed altre). Ma i luoghi non sono solo in città ma le descrizioni riguardono anche territori intorno alla capitale o anche altri paesi e città danesi, come ad esempio le località fuori dalle mura (Selandia orientale): Charlottenlund, raggiunta a piedi con una camminata di circa un miglio danese. L’autore ne descrive il piccolo palazzo estivo, i boschi di querce e faggi, i villaggi di pescatori e la vista panoramica sul mare ghiacciato fino alla Svezia; Il Castello di Jägersborg, citato dall’autore per l’eleganza delle sue scale in legno e dei saloni, messi a confronto con gli arredi dei palazzi di Copenaghen; Il Castello di Frederiksberg, residenza estiva/suburbana dove la famiglia reale si ritira temporaneamente nei primi giorni di novembre; Lyngby (Lago e Giardini), meta dell’escursione estiva del giugno 1829 ma tantissimi altri sono i luoghi descritti. Fra gli spostamenti effetuati, importanti sono le descrizioni dei paesi svedesi come: La Fortezza di Kronborg (Elsinore), ammirata solennemente dal ponte della nave durante la navigazione costiera lungo lo stretto; Helsingborg (Svezia), raggiunta via mare, qui l’autore visita la grande piazza del mercato (Marktplatz) animata dai carri dei mercanti e le scogliere circostanti; Il Promontorio di Kullen (Kullaberg), la celebre penisola rocciosa svedese nella regione della Scania, studiata e dipinta ad acquerello dall’autore nei suoi profili geologici. L’autore durante il suo soggiorno toccò quasi tutti i punti nevralgici della Danimarca dell’epoca. Numerossimi sono anche i personaggi citati, per ricordarne solo alcuni ci sono quelli legati alla corte danese: Principe Cristiano Federico (il futuro re Cristiano VIII di Danimarca) che è la figura centrale attorno a cui ruota l’arrivo dell’autore; Il Re di Danimarca (Federico VI): che appare più volte durante le cerimonie, in alta uniforme militare di gala o ad esempio, durante il processo solenne a Rosenborg, mentre conferisce ordini cavallereschi o mentre passeggia quotidianamente a piedi sui bastioni della città; La Regina di Danimarca (Maria Sofia Federica) citata in occasione del grande banchetto e del concerto a teatro per festeggiare il suo compleanno il 28 ottobre; Il Principe Guglielmo e la Principessa Carlotta, citati ad esempio, per lo sfarzoso banchetto nuziale d’onore allestito per loro nella galleria del palazzo. Il Principe Federico (il futuro re Federico VII); Principessa Carolina Amalia, moglie del Principe Cristiano, descritta nel corteo nuziale ma della quale l’autore apprezza anche la generosità personale per la donazione annua di 1000 talleri per i poveri della città; Il Principe Federico Ferdinando e Principessa Carolina: Principe Federico d’Assia e la Principessa Giuliana Sofia; Il Principe d’Assia-Philippsthal e la Principessa Luisa Carlotta; Il Conte Goldi ed il Conte Reventlow-Brændekilde alti dignitari e ufficiali scelti che erano coloro che personalmente, ogni giorno, scortavano il Re al trono. Non sono, però, solo i personaggi di primo piano ad attirare l’attenzione dell’autore. Che ci fa conoscere diverse persone quali commericianti, studiosi, funzioanri minori e addetti al palazzo come ad esempio: Il Portiere del Kellerhof, la prima persona con cui l’autore parla al suo arrivo; Il Capo dei Viveri / Capo del Magazzino (Proviantpolier); Il Signor Braun, ospite e amico intimo dell’autore, che lo accoglie nella sua casa in via Königstraße. Con lui l’autore conversa a più riprese sulla delicata situazione politica ed economica della città; Il Signor Roland, caro amico dell’autore e animatore di un noto salotto letterario; la figlia ed il figlio del Signor Roland, citati rispettivamente per le doti musicali al pianoforte e per le passeggiate; Il Signor Rassan e il Signor Laurent, funzionari responsabili dell’ufficio di gestione dei viveri e dei magazzini della marina; Il Dottor Medwin, assistente e medico d’ufficio presso l’intendenza dei viveri; Il Signor Helmer, medico personale e di corte del Re; Il Signor Larsen, carpentiere reale; il Generale de Coninck, alto ufficiale nella cui splendida casa l’autore viene ospitato, e dove questi loderà l’indescrivibile e graziosa voce della figlia del generale che canta brani di Grétry; Il Tenente Reinfeld, Ufficiale del reggimento cacciatori, descritto come un uomo di straordinaria cultura; Il Consigliere di Stato Erichsen, Proprietario del magnifico palazzo neoclassico ammirato e disegnato dall’autore; ll Pastore Saffard, Una delle figure più importanti e frequentate nel diario, pastore ugonotto della Chiesa Riformata Francese, stimato dall’autore per la sua profonda devozione e che è uno dei compagni di passeggiata preferiti dall’autore dello scritto; La Signora Saffard, la Vecchia Signora Elene e la Signorina Saffard, rispettivamente moglie, suocera e figlia del pastore, presenti nei salotti letterari e durante le escursioni; Lorenz Spengler, celebre naturalista e custode della Collezione d’Arte Reale (Kunstkammer), con lui l’autore ha una stretta collaborazione collabora con lui e ne cita i pareri storici per stimare il valore inestimabile dei grandi vasi antichi in onice e lapislazzuli; Mademoiselle Catalani (la celebre cantante lirica Angelica Catalani), citata durante una sua esibizione d’onore a Copenaghen di fronte al Principe d’Assia, mentre canta bendata e con profonda commozione l’inno “God Save the King”; Il Signor Hansen, capo dei traduttori del Ministero degli Affari Esteri danese, descritto anche nel ruolo teatrale del vecchio consigliere Marling nello spettacolo “Iacinta”; Mademoiselle Sallie, attrice teatrale d’eccezione, lodata calorosamente dall’autore per la sua straordinaria presenza scenica e per la limpidezza della sua voce sia nelle commedie francesi sia nella farsa “Il Segreto”; Il Signor Petit, segretario della legazione francese e assiduo frequentatore dei salotti letterari ugonotti; Il Maggiore Guilligot, ufficiale francese che si lancia in accese discussioni letterarie con il pastore Saffard; I Signori Demeur, celebri commercianti di vino francesi residenti a Copenaghen, inseriti nella cerchia di amicizie dell’autor; Johannes Ewald, celebre e compianto poeta nazionale danese. Non è incontrato fisicamente, ma l’autore ne visita e disegna la tomba nel cimitero cittadino, trascrivendone l’epitaffio. Non mancano le descrizioni di oggetti preziosi e curiosità alcuni dei quali sono anche riprodotti in piccoli disegni come: I segnali topografici nei campi formati da due strutture piramidali in legno fissate con tiranti al terreno che l’autore descrive come segnali visivi eretti in mezzo alla campagna innevata fuori dalle mura; la ricchezza e l’ottimo stato di conservazione delle armi antiche e delle splendide antichità reali (“die alten Waffen und herrlichsten Alterthümer”); Reperti d’avorio e ambra, un medaglione circolare intagliato con motivi geometrici a griglia (con l’annotazione della misura di circa 5 pollici), un amuleto o gemma antica di forma ovale (forse una pietra lavorata o un fossile) e un piccolo calice o bicchiere in cristallo proseguendo poi a raccontare la straordinaria collezione di rarità realizzate in avorio e ambra (“in Elfenbein und Bernstein”); La tomba del poeta Johannes Ewald; I costumi tradizionali femminili dell’eopca; La rosetta geometrica, Un motivo geometrico circolare a stella, colorato a inchiostro rosso e nero, nel testo definito “ein kleiner seltener Stern” (una piccola e rara stella decorativa) che rappresenta con ogni probabilità un dettaglio ornamentale di un pavimento a intarsio o di un mobile pregiato che ha destato la curiosità visiva dell’autore; Tre vasi preziosi della Collezione Reale, tre pezzi d’artigianato artistico di valore inestimabile ricavati da pietre dure, completi di misure tecniche in pollici (pouces) e linee, ed essi sono, un Vase de Lapis-lazuli, un Vase d’Onyx (una brocca slanciata in onice dotata di un lungo manico del quale l’autore annota il parere dello storico dell’arte di corte Lorenz Spengler, secondo cui si tratta del pezzo in onice antico più grande e prezioso al mondo) ed il Cristal de roche, una fiala cilindrica in cristallo di rocca sfaccettato con montatura superiore in oro e smalto, descritta come “pura e limpida come l’acqua”. In poche parole l’opera finisce per essere una rarissima ed importante fonte sulla storia, i costumi, i luoghi della Danimarca e della Svezia nella prima metà dell’ottocento, visti attraverso gli occhi di un curioso e aculturato funzionario della corte regia. Esemplare im magnifiche condizioni di conservazione.
8° (the box width 7.6 cm, height 18.1 cm, depth 12.1 cm); 17 booklets, each bearing its volume number and the dates covered on the upper cover: 45, 45, 11, (1 blank), 46, 44, 33, (11 blank), 44, 45, (1 blank), 45, (1 blank), 44, 45, (1 blank), 45, (1 blank), 45, (1 blank), 44, 45, (1 blank), 44 pp. A copy in excellent state of preservation. The text contains numerous corrections. The booklets include various illustrations elucidating the text; two drawings have been hand-coloured in watercolour. The manuscript, written in German in a clear Kurrentschrift hand, was composed by an official who entered the service of the Danish court on 10 June 1829: “…together with the foreigners and the local Council of the Consul, we laid aside our burdens and everyday cares. That delightful path leading there, much frequented by dear friends, is continually bordered by stately flowering shrubs; little by little, one enters the dense wood. After walking a few more steps, one easily reaches a small eminence, offering a fine prospect and situated directly opposite the Castle, very close to it, upon which the imposing carved coat of arms of Prince Christian stands out. A boat was made ready. We sailed for a few minutes across the splendid waters, framed by majestic trees pruned in the refined English style; following Miss Saffard’s ingenious suggestion, we turned towards the small promontory. From there, a convenient landing-place led us directly to the level path running beside the river towards Lyngby, until we entered the garden of the benevolent pastor. There ended a day whose happy memory…” The narrator never identifies himself, yet various clues may help to reconstruct his story. The text is written in old German (Kurrentschrift), and its author repeatedly draws comparisons with Germany, using expressions such as “unlike what happens in Germany” or “just as at Mezel.” His language is learned, if not positively elevated. He also displays a complete command of French, conversing fluently with members of high society and French officers in Copenhagen salons, and showing a marked preference for the Parisian theatrical style. We know that the author arrived on 26 October 1828 directly at the Kellerhof of Prince Christian Frederick of Denmark, the future King Christian VIII. Upon arrival, he was at once introduced to the head of the court provisions department (Proviantpolier). He writes: “I arrived in Copenhagen in the evening, at about nine o’clock, at the Kellerhof [the lower courtyard and stables] of Prince Christian, and spoke with the porter about my accommodation. No one in the household had given it the slightest thought, and I had to wait in his room until eleven; afterwards I went to the provisions depot (Proviant), where, however, there was no bed for me: I spent the night on an improvised cushion or mattress. Upon my arrival, the porter had introduced me to the head of the provisions department (Proviantpolier).” It seems that he was eventually assigned two small rooms above the provisions office in the Kellerhof of Prince Christian. The author describes days devoted entirely to administrative duties: inspecting the warehouses at Christiansborg, compiling detailed accounts, calculating the prices of consumer goods, peat, soap and meat, and making geometrical and architectural measurements of stables and avenues. He also enjoys free access to the royal art collections, where he conducts technical surveys with Lorenz Spengler, keeper of the art collections, recording measurements in French inches and lines. We may therefore conclude that this is the personal diary of a court intendant, a provisions inspector (Proviantverwalter), or a court architect or draughtsman, probably of Huguenot Franco-German origin and employed in the administration of Prince Christian’s household. Given his frequent contact with the provisions inspector of the See-Etat, the Danish naval administration—which at the time included figures such as Rasmus Langeland and the intendant Rassan, mentioned in the text, the author was most likely a senior official in the palace’s provisioning and logistics administration, entrusted with overseeing expenditure, maintaining the royal palaces and cataloguing the Danish Crown’s possessions. This would explain why he was an eyewitness to court banquets, social gatherings and affairs of state. The work offers a minute account of events at the Danish court, as well as of walks and educational excursions around Copenhagen and through the Danish and Swedish countryside. It includes numerous engaging descriptions of Danish customs and practices, together with curious and amusing episodes: public lottery drawings, the tools encountered during his stay, means of transport used on snow, and much else besides. The manuscript records an abundance of monuments, houses, palace interiors, city streets and village lanes, woods and open countryside. Among the places visited are the Kellerhof of Prince Christian—the lower courtyard and stables of the palace of the Prince, later King Christian VIII—and the narrator’s initial point of arrival; Amalienborg Square, which the author calls “the most beautiful square I have ever seen” on account of its perfect symmetry, and where he admires the magnificent royal colonnade; Kongens Nytorv (King’s New Square), the large central square, described with its imposing statues of King Frederick and its main guardhouse; the Castle Square and Christiansborg Palace, the majestic royal complex, whose façade the author meticulously counts as having 28 windows, and whose monumental white-marble stables he visits, admiring the horses housed there; the Stock Exchange (Børsen), on Castle Square, described as an old building with a fine auction room and a meeting room for the wealthiest merchants; the Royal Porcelain Factory, a substantial building on the historic Kjøbmagergade, whose storerooms the author visits; the Royal Court Pharmacy, then located at 113 Gothersgade; Nyboder (“New Booths”), the orderly and spacious historic district built to house the sailors of the royal fleet; the city ramparts, a favourite setting for winter walks, from which the author observes the windmills and encounters the King himself on foot, and where he describes the outer route linking the North Gate (Norderthor) to the West Gate (Westthor); the French Reformed Church, where he attends sermons by Pastor Saffard on several occasions; the Church of the Trinity (Trinitatiskirche), the setting for the solemn conferral of academic degrees in the presence of the royal family; St Nicholas’s Church (Sankt Nikolaj Kirke), mentioned during the grand nocturnal illumination, when a crown was lit on its tower, and depicted in one of the small sketches; the Friedrichskirche (Frederick’s Church, or the Marble Church), whose unfinished state, owing to lack of funds, the author describes and comments upon; the house of State Councillor Erichsen, one of the city’s finest patrician residences, whose Neoclassical façade the author draws in detail during the evening festivities; the garden and palace of Rosenborg, where he attends a large and crowded public audience in the Knights’ Hall; and the Royal Theatre, which he visits in the evenings to see French comedies and farces, including works entitled Iacinta and The Secret, among others. The account extends beyond the city to the surrounding countryside and other Danish towns and districts. Among the localities outside the city walls, in eastern Zealand, is Charlottenlund, reached on foot after a walk of about one Danish mile. The author describes its small summer palace, oak and beech woods, fishing villages and panoramic view across the frozen sea towards Sweden. He also mentions Jægersborg Castle, admiring the elegance of its wooden staircases and salons and comparing them with the furnishings of Copenhagen’s palaces; Frederiksberg Castle, a suburban summer residence where the royal family temporarily retires in early November; and Lyngby, its lake and gardens, the destination of the author’s summer excursion in June 1829, along with many other places. Particularly noteworthy among his journeys are the descriptions of Swedish locations: Kronborg Fortress (Elsinore), solemnly admired from the deck of a ship during a coastal passage through the Sound; Helsingborg, reached by sea, where the author visits the large market square (Marktplatz), bustling with merchants’ carts, and the surrounding cliffs; and the promontory of Kullen (Kullaberg), the celebrated rocky peninsula in the Swedish province of Scania, whose geological contours the author studies and paints in watercolour. During his stay, the author visits almost all the principal sites of contemporary Denmark. The diary also names numerous individuals, including members of the Danish royal household: Prince Christian Frederick, the future King Christian VIII, the central figure in the author’s arrival; King Frederick VI of Denmark, who appears on several occasions at ceremonies, in full military dress uniform, at the solemn proceedings at Rosenborg while conferring orders of chivalry, and during his daily walks on the city ramparts; Queen Marie Sophie Frederikke, mentioned in connection with the grand banquet and theatrical concert held to celebrate her birthday on 28 October; Prince William and Princess Charlotte, for whom a splendid wedding banquet is given in the palace gallery; Prince Frederick, the future King Frederick VII; Princess Caroline Amalie, wife of Prince Christian, described in the wedding procession and praised for her personal generosity in donating 1,000 thalers annually to the city’s poor; Prince Frederick Ferdinand and Princess Caroline; Prince Frederick of Hesse and Princess Juliana Sophia; the Prince of Hesse-Philippsthal and Princess Louise Charlotte; and Counts Goldi and Reventlow-Brændekilde, senior dignitaries and officers selected to escort the King to the throne each day. The author’s interest, however, extends beyond the leading figures of the court. He also introduces merchants, scholars, junior officials and palace staff, including the porter of the Kellerhof, the first person he speaks to upon arrival; the head of provisions, or chief storekeeper (Proviantpolier); Mr Braun, the author’s host and close friend, who welcomes him to his home in Königstraße and with whom he repeatedly discusses the city’s delicate political and economic situation; Mr Roland, a dear friend and host of a well-known literary salon; Mr Roland’s daughter and son, mentioned respectively for her musical accomplishments at the piano and for their walks; Mr Rassan and Mr Laurent, officials responsible for the naval provisions and warehouse office; Dr Medwin, assistant and staff physician in the provisions administration; Mr Helmer, the King’s personal and court physician; Mr Larsen, the royal carpenter; General de Coninck, a senior officer who hosts the author in his splendid home, where the latter praises the general’s daughter’s indescribably graceful voice as she sings selections by Grétry; Lieutenant Reinfeld, an officer in the rifle regiment, described as a man of extraordinary learning; State Councillor Erichsen, owner of the magnificent Neoclassical palace admired and drawn by the author; Pastor Saffard, one of the diary’s most prominent and frequently encountered figures, a Huguenot minister of the French Reformed Church whom the author esteems for his profound devotion and counts among his favourite walking companions; Mrs Saffard, the elderly Madame Elene and Miss Saffard, respectively the pastor’s wife, mother-in-law and daughter, who appear in literary salons and on excursions; Lorenz Spengler, the celebrated naturalist and keeper of the Royal Art Collection (Kunstkammer), with whom the author works closely and whose historical opinions he cites in assessing the inestimable value of large antique vases in onyx and lapis lazuli; Mademoiselle Catalani, the celebrated opera singer Angelica Catalani, mentioned during a performance in Copenhagen before the Prince of Hesse, when she sings the hymn “God Save the King” blindfolded and deeply moved; Mr Hansen, head of the translators at the Danish Ministry of Foreign Affairs, also described in the theatrical role of the elderly councillor Marling in the play Iacinta; Mademoiselle Sallie, an exceptional actress whom the author warmly praises for her remarkable stage presence and clear voice in both French comedies and the farce The Secret; Mr Petit, secretary to the French legation and a regular attendee at Huguenot literary salons; Major Guilligot, a French officer who engages in lively literary discussions with Pastor Saffard; the Demeur brothers, prominent French wine merchants resident in Copenhagen and members of the author’s circle of friends; and Johannes Ewald, the celebrated and much-mourned Danish national poet. The author does not meet Ewald in person, but visits and draws his tomb in the city cemetery and transcribes its epitaph. The manuscript also describes valuable objects and curiosities, some reproduced in small drawings: topographical markers in the fields, formed by two wooden pyramidal structures secured to the ground by guy ropes, which the author describes as visual signals erected in the snow-covered countryside beyond the city walls; the wealth and excellent state of preservation of the royal collection of antique arms and magnificent antiquities (“die alten Waffen und herrlichsten Alterthümer”); ivory and amber artefacts, including a circular medallion carved with a geometric lattice pattern and annotated as measuring approximately five inches, an oval amulet or antique gem—perhaps a worked stone or fossil and a small crystal goblet or glass, followed by an account of the remarkable collection of curiosities fashioned from ivory and amber (“in Elfenbein und Bernstein”); the tomb of the poet Johannes Ewald; traditional women’s costumes of the period; and a geometric rosette, a circular, star-shaped motif rendered in red and black ink and described in the text as “ein kleiner seltener Stern” (“a small and rare decorative star”), which most likely represents an ornamental detail from an inlaid floor or a fine piece of furniture that caught the author’s eye. Among the royal collection’s treasures are three objects of inestimable artistic value, fashioned from hardstone and recorded with technical measurements in pouces and lignes: a Vase de Lapis-lazuli; a Vase d’Onyx, an elegant, elongated onyx vessel with a long handle, which the author records Lorenz Spengler, the court art historian, as regarding as the largest and most valuable ancient onyx object in the world; and a Cristal de roche, a cylindrical, faceted rock-crystal flask with an upper mount of gold and enamel, described as “pure and clear as water.” In sum, this work constitutes a rare and important source for the history, customs and places of Denmark and Sweden in the first half of the nineteenth century, seen through the eyes of a curious and well-informed official of the royal court. A copy in magnificent condition.
3.300 euro
50) LETTERATURA LATINA STORIA ROMANA CLASSICI DELLA LETTERATURA LINGUA LATINA
Sallustius Crispus Gaius (86-ca. 35 a.C.),
Hoc in volumine C. Crispi Sallustii haec omnia continentur. Epistola Pomponii ad Augustinum Mapheum. Epistola Io. Badii Ascensii [.] M.T. Ciceronis oratio in L. Catilinam [.] C. Crispi Sall. bellum Catilinarium cum interpretationibus Laurentii Vall. Omniboni Leoniceni, & Io. Badii Ascensii. C. Crispii Sall. bellum Iugurtinum [?] Quae omnia [.] per Pomponium emendata, tum Venetiis quam diligentissime recognita cum additionibus aptissimisque figuris, ac castigatissima tabula.
Venezia, in aedibus Ioannis Tacuini de Tridino 21 gennaio 1534,
In folio (mm. 310×208); (6), CLI cc. Segnatura: +6 A-T8. Manca l’ultima carta bianca. Frontespizio stampato in rosso e nero entro cornice xilografica. Iniziali xilografiche e 15 vignette incise in legno nel testo. Bella legatura coeva in mezza pelle su assi di legno con impressioni a secco, tracce di fermagli (segni di tarlo, mancanze, dorso restaurato). Frontespizio con piccola integrazione di carta al margine interno che sfiora leggermente la cornice, segni di tarlo all’inizio e alla fine del volume, in genere nel margine bianche. Poche pagine uniformemente brunite a causa della qulità della carta me nel complesso, all’interno in discrete-buone condizioni di conservazione. Bell’edizione illustrata di Sallustio uscita dai torchi dello stampatore Giovanni Tacuinoda Tridino (Trino Vercellese), che contiene il De coniuratione Catilinae con il commento di Lorenzo Valla, Ognibene Bonisoli e Josse Bade ed il De bello Iugurthino con il commento di Pomponio Leto. Le figure sono riprese dall’edizione Tacuino del 19 maggio 1511 (cfr. Essling, 47). L’opera ebbe notevole successo e numerose ristampe sia per la curata veste grafica che per la precisione filologica. Edizione non comune di questo classico della letteratura latina. Rif. Bibl.: Edit 16, CNCE34934.
In folio (310 × 208 mm); (6), CLI leaves. Collation: +6 A–T⁸. Lacking the final blank leaf. Title page printed in red and black within a woodcut border. Woodcut initials and 15 woodcut illustrations in the text. Attractive contemporary half-leather binding over wooden boards, blind-tooled, with traces of clasps (woodworm damage, losses, spine restored). The title page has a small paper repair at the inner margin, slightly touching the border. Woodworm holes at the beginning and end of the volume, generally confined to the blank margins. A few leaves are uniformly browned owing to the quality of the paper; overall, however, the interior is in fair to good condition. An attractive illustrated edition of Sallust, printed by Giovanni Tacuino da Tridino (Trino Vercellese). It contains De coniuratione Catilinae, with commentaries by Lorenzo Valla, Ognibene Bonisoli, and Josse Bade, and De bello Iugurthino, with a commentary by Pomponio Leto. The illustrations are taken from Tacuino’s edition of 19 May 1511 (cf. Essling, 47). The work enjoyed considerable success and was reprinted numerous times, owing both to its carefully executed typography and to its philological accuracy. An uncommon edition of this classic of Latin literature.
1.800 euro
51) CALLIGRAFIA PRIME EDIZIONI ALBUM CALLIGRAFICI EDITORIA SPECIMEN CALLIGRAFICI CALLIGRAPHY FIRST EDITIONS CALLIGRAPHIC ALBUMS PUBLISHING CALLIGRAPHIC SPECIMENS
Angeli Vittorio,
Album calligrafico, ossia, raccolta completa di esemplari dei principali caratteri usati in Europa cioé italiano, inglese, ronde, coulé, corsivo tedesco, cancelleresco tedesco col trattato degli Açfabeti Italiano antico e moderno. Latuno, Romano, Gotico, Ebraico, Greco e Lapidario ec. E dei Frontespizj di ogni genere, capricciosi solazzi, ornati accessorj brillanti du qualunque specie. Compilata ed incisa da Vittorio Angeli.
Firenze e Milano, a spese dell’autore, S. data [ma circa 1850]
In 2° oblungo (22,7x 31,5 cm); frontespizio inciso e 34 tavole incise con alfabeti e caratteri calligrafici, all’interno rilegato anche una pagina con un alfabeto edito dalla Vallardi nella stessa epoca. Completo. Brossura muta coeva con rinforzo coevo in carta marmorizzata al dorso. Un leggero alone nel margine superiore, mai intenso o fastidioso, qualche traccia di polvere al frontespisio. Qualche livissimo foxing e per il resto, nel complesso, esemplare in buone condizioni di conservazione. Prima ed unica assai rara edizione, un solo esemplare censito in ICCU, di questo bellissimo manuale di calligrafia opera del noto incisore milanese, Vittorio Angeli che fu incisore e disegnatore molto attivo a Milano tra il 1832 ed il 1874 realizzando numerose carte e vedute fra le quali si devono citare le tavole realizzate per Zuccagni-Orlandini e per il Maggi ma anche per Artaria, Piatti e Vallardi. A lui si devono anche diverse vedute d’interni come la celbre veduta degli interni del teatro alla Scala di Milano edita da Artaria intorno al 1840. Questo album calligrafico è uno dei più rari volumi calligrafici italiani dell’ottocento, talmente poco comune che al momento, un solo esemplare risulta censito nel catalogo unico delle biblioteche italiane. L’opera, seguendo il classico schema dei manuali di calligrafia, presenta diversi tipi di caratteri per diverse lingue europee e non ma in più, alla fine del volume, presenta dei caratteri per l’elaborazione di frontespizi editoriali con diversi esempi adattati alle principali case editrici italiane. Prima ed unica rarissima edizione. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\CFI\0575628; non in Choix e in “Katalog der Ornamentisch sammlung”.
Oblong folio (22.7 x 31.5 cm); engraved title-page and 34 engraved plates displaying alphabets and calligraphic scripts; bound in at the end an additional leaf with an alphabet issued by Vallardi in the same period. Complete. Contemporary plain wrapper with contemporary marbled paper reinforcement to the spine. A faint stain in the upper margin, never strong or intrusive; some light dust-soiling to the title-page; very slight scattered foxing, otherwise a sound copy in overall good condition. First and only, very rare edition – a single copy recorded in the Italian union catalogue (ICCU) – of this handsome calligraphic manual by the well-known Milanese engraver Vittorio Angeli, an engraver and draughtsman active in Milan between 1832 and 1874. Angeli produced numerous maps and views, among which should be mentioned the plates executed for Zuccagni-Orlandini and Maggi, as well as for Artaria, Piatti and Vallardi. To him are also due several interior views, including the celebrated engraving of the auditorium of the Teatro alla Scala in Milan, published by Artaria circa 1840. This calligraphic album is among the rarest nineteenth-century Italian works on the art of writing, so uncommon that, at present, only a single example is traced in the national library catalogue. Following the classical structure of copybooks, the work presents a variety of alphabets and scripts for different European and non-European languages; in addition, at the close of the volume it offers models of lettering suitable for title-pages and editorial frontispieces, with several examples adapted to the principal Italian publishing houses of the time. First and only, exceedingly rare edition. Ref.: ICCU IT\ICCU\CFI\0575628; not in Choix nor in the Katalog der Ornamentstich-Sammlung.
600 euro
52) GASTRONOMIA CRITICA GASTRONOMICA PRIME EDIZIONI RARITA’ BIBLIOGRAFICHE ALMANACH DES GOURMANDS ALMANACCHI
Alexandre-Balthazar-Laurent,
Almanach des gourmands, ou, Calendrier nutritif : servant de guide dans les moyens de faire excellente chère : suivi de l’itinéraire d’un gourmand dans divers quartiers de Paris, et de quelques variétés morales, nutritives, des anecdotes gourmandes, plusieurs articles relatifs à la Friandise, etc. etc.
A Paris, Chez Maradan, 1804
In 12°; 282, (8) pp. e una tavola fuori testo in antiporta incisa da Maradan, disegnato da Dunant, secondo le specifiche di Grimod, nella quale dei cuochi che portano i loro succulenti piatti alla tavola del critico gastronomico, gli scaffali, al posto dei libri, traboccano di cibo e bottiglie di vino. Le ultime 8 pagine contengono le novità editoriali di Maradan. Brossura originale coeva arancione con titolo impresso su fascetta bianca al dorso. Il libro è conservato in una scatola rigida appositamente realizzata per contenere il volumetto in mezza-pelle con piatti foderati in carta marmorizzata e titolo in oro su fascetta in pelle rossa al dorso. Esemplare ancora in barbe ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima edizione, una seconda edizione uscì nello stesso anno, della seconda annata di questo celebre almanacco gastronomico, opera di colui che è considerato il fondatore della moderna critica gastronomica, Alexandre Balthazar Laurente Grimod de la Reynière (Parigi, 20 novembre 1758 – Villiers-sur-Orge, 25 dicembre 1837). La prima edizione di questa seconda annata è poco comune. L’Almanach des gourmands, ou Calendrier nutritif, è l’opera che trasformò la critica culinaria francese in istituzione: un mix di calendario stagionale, guida pratica e feuilleton vivace che mappava prodotti, fornitori e tendenze gastronomiche di Parigi. All’inizio di ogni annata il Calendario Nutrizionale segnala i prodotti d’eccellenza di ciascun mese; seguono poi le cosiddette “Passeggiate Nutrizionali”, veri e propri tour gourmet nei quartieri, pensati per mettere alla prova ristoratori e botteghe con uno sguardo ironico e severo. In queste pagine Grimod anticipa i criteri critici che più tardi caratterizzeranno le guide moderne: attenzione alla stagionalità, valutazione delle tecniche di cucina, sensibilità verso servizio e presentazione. Per sostenere l’imparzialità delle valutazioni, Grimod organizzò una giuria di degustazione composta da una dozzina di “personaggi rispettabili” provenienti dall’alta cucina, tutti rigorosamente anonimi. Le sedute, condotte nella sua dimora in Place de la Concorde, duravano ore e seguivano regole stringenti: il cibo veniva servito tramite montavivande per preservare la riservatezza e ridurre le influenze esterne. Questo dispositivo pratico e simbolico voleva garantire giudizi liberi da favoritismi e pettegolezzi, facendo dell’Almanacco un arbitro credibile del gusto parigino. Il successo editoriale fu immediato e duraturo: l’Almanach uscì annualmente tra il 1803 e il 1812 (con l’eccezione del 1809), spesso ristampato e ampliato, segno di un pubblico affamato di cultura gastronomica. Il tono oscillava tra erudizione e malizia, capace di educare il palato e divertire il lettore; la Duchessa d’Abrantès sintetizzò questo potere con ironia: dopo aver letto l’Almanacco non aveva più fame, dopo Brillat Savarin desiderava subito cenare. Più che una guida, l’Almanach des gourmands fu un manifesto: codificò pratiche, nomi e gusti, contribuendo a fare della gastronomia una scienza sociale e culturale. Prima eizione in buone-ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Bitting, 201-203; Vicaire, 424-427; Livres en bouche, 242; Cagle, 224-231; Monglond III, 109: l’esemplare BnF è incompleto con l’ultimo volume; Oberlé, 134 (con riproduzioni degli otto frontespizi); Grand-Carteret, Les Almanachs français 1896, n. 1401 (l’Almanacco fu tradotto in tedesco nel 1804).
12mo; 282, (8) pp. and one engraved frontispiece by Maradan after Dunant, executed according to Grimod’s instructions: cooks advance bearing their succulent dishes towards the table of the gastronomic critic, while the shelves behind him, instead of books, overflow with foodstuffs and bottles of wine. The final 8 pages contain Maradan’s publisher’s advertisements. Contemporary orange printed wrapper, with title on a white paper label to the spine. The volume is housed in a purpose‑made custom box, half calf with marbled boards and gilt title on red morocco label to the spine. An entirely uncut copy, in good to very good state of preservation. First edition (a second edition appeared in the same year) of the second year of this celebrated gastronomic almanac, by the man generally regarded as the founder of modern restaurant criticism, Alexandre Balthazar Laurent Grimod de la Reynière (Paris, 20 November 1758 – Villiers‑sur‑Orge, 25 December 1837). The first edition of this second year is decidedly uncommon. The Almanach des gourmands, ou Calendrier nutritif is the work that transformed French culinary commentary into an institution: at once seasonal calendar, practical guide and lively feuilleton, it charts the products, purveyors and gastronomic tendencies of Paris. At the opening of each year, the “nutritive calendar” signals the outstanding products of each month; it is followed by the so‑called “promenades nutritives,” genuine gourmet tours through the various quartiers, devised to put restaurateurs and shopkeepers to the test under a gaze at once ironic and exacting. In these pages Grimod anticipates the critical criteria that would later characterise the modern guide: attention to seasonality, appraisal of cooking techniques, and sensitivity to service and presentation. In order to buttress the impartiality of his verdicts, Grimod instituted a tasting jury composed of a dozen “respectable personages” drawn from the world of haute cuisine, all rigorously anonymous. The sessions, held in his residence on the Place de la Concorde, lasted several hours and obeyed strict rules: dishes were brought up by dumb‑waiter so as to preserve anonymity and minimise external influence. This practical and symbolic device was intended to guarantee judgments free from favouritism and gossip, making the Almanach a credible arbiter of Parisian taste. The publishing success was immediate and sustained: the Almanach appeared annually from 1803 to 1812 (with the exception of 1809), often reprinted and expanded, clear sign of a public hungry for gastronomic culture. Its tone oscillates between erudition and malice, capable at once of educating the palate and entertaining the reader; the Duchesse d’Abrantès summarised its effect with wit: after reading Grimod she no longer felt hungry, whereas Brillat‑Savarin made her wish to dine at once. More than a guide, the Almanach des gourmands was a manifesto, codifying practices, names and tastes, and helping to establish gastronomy as a social and cultural science. First edition in good to very good condition. Ref.: Bitting 201–203; Vicaire 424–427; Livres en bouche 242; Cagle 224–231; Monglond III, 109 (BnF copy incomplete, lacking final volume); Oberlé 134 (with reproductions of the eight frontispieces); Grand‑Carteret, Les Almanachs français, 1896, no. 1401 (German translation in 1804).
290 euro
53) FILOSOFIA NAPOLI PRIME EDIZIONI SCIENZA DIRITTO PRIME EDIZIONI SCIENZA DIRITTO FILOSOFIA DELLA STORIA PHILOSOPHY NAPLES FIRST EDITIONS SCIENCE LAW FIRST EDITIONS SCIENCE LAW PHILOSOPHY OF HISTORY
Vico Giambattista,
Principj di Scienza Nuova di Giambattista Vico. D’intorno alla comune natura delle nazioni. In questa terza impressione dal medesimo autore in un gran numero di luoghi corretta, schiarita, e notabilmente accresciuta. Tomo I – II. [Completo].
Napoli, Stamperia Muziana, a spese Gaetano e Steffano Elia, 1744
In 8° (21×13 cm); (16), 1-376, (2), 379-526 (i. e. 516), (4) pp. 3 tre tav. fuori testo (ritratto di Vico disegnato da Francesco Sesone, antiporta disegnata da Sesone ed incisa da Domenico Antonio Vaccaro e tavola più volte ripiegata). Omesse nella numerazione, come in tutti gli esemplari, le pagine 441-450. Bella legatura della seconda metà del settecento in mezza-pelle rigida con autore, titolo e numero dei volumi impressi in oro su fascette in pelle arancione e verde al dorso (qualche minimo difetto alla fascetta verde con strofinature). Ricchi fregi in oro al dorso. Piatti foderati con carta marmorizzata. Tagli leggermente spruzzati. Macchie, probabilmente di caffè, in due pagine (vedi foto). Le 3 tavole si presentano leggermente ed uniformemente brunite a causa della qualità della carta usata dalla Stamperia Muziana ma nel complesso ottimo esemplare, privo di foxing (come tipico di diversi esemplari) o di una brunitura marcata. Piccolo difetto della carta al frontespizio prestampa con un piccolo forellino. Uno strappo alla carta, senza perdita di materiale, nella carta ripiegata, anticamente fissato con pecetta al recto, ininfluente. Antico timbretto settecentesco di proprietà privata al frontespizio. Opera stampata su carta forte. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Terza edizione ma prima definitiva, di una delle opere più importanti della storia del pensiero filosofico europeo e capolavoro del grande filosofo e giurista napoletano Giambattista Vico (Napoli, 23 giugno 1668 – Napoli, 23 gennaio 1744). Questa edizione venne pubblicata postuma dal figlio Gennaro che aveva sostituito il padre alla cattedra presso l’Università di Napoli, nel 1744, raccogliendo le parti nuove aggiunte all’opera dallo stesso Vico. Il grande filosofo, infatti, fin dalla pubblicazione della prima edizione nel 1725 aveva, fino alla morte, continuato ad integrare e correggere quella che riteneva la sua opera più importante, spesso in risposta a diverse critiche che l’opera stessa aveva suscitato. Scrive Croce riguardo a questa edizione “questa volta, che fu davvero l’ultima, egli non si contentò di stendere le solite correzioni, miglioramenti e aggiunte, ma si die’ a riscrivere da cima a fondo tutta l’opera, salvo poi, in parecchie riprese, e lungo per lo meno un settennio (1736-1743), a consacrarvi un lavorio così intenso di lima che, non bastando l’interlineo e i margini, dove’ ricorrere talora anche a foglietti intercalati. Nel codice che ci ha serbato l’autografo di codesta redazione definitiva […] è da riconoscere quello adoperato nella stampa dell’edizione del 1744″ (Bibliografia vichiana, I, 52) . Su questa terza edizione si baseranno tutte le riedizioni susseguenti. Compito della ‘scienza nuova’ sarà quello di indagare la storia alla ricerca di quei principi costanti che, secondo una concezione per certi versi platonizzante, fanno presupporre nell’azione storica l’esistenza di leggi che ne siano a fondamento com’è per tutte le altre scienze: ” Poiché questo mondo di nazioni egli è stato fatto dagli uomini, vediamo in quali cose hanno con perpetuità convenuto e tuttavia vi convengono tutti gli uomini; poiché tali cose ne potranno dare i principi universali ed eterni, quali devon essere d’ogni scienza, sopra i quali tutte sursero e tutte vi si conservano le nazioni ” (Giambattista Vico Ibidem, libro I, sez. 3). La storia quindi, come tutte le scienze, presenta delle leggi, dei principi universali, di un valore ideale di tipo platonico, che si ripetono costantemente allo stesso modo e che costituiscono il punto di riferimento per la nascita e il mantenimento delle nazioni. Edizione non comune a trovarsi in queste buone-ottime condizioni di conservazione ed in bella ed elegante legatura antica. Cfr.: Gamba, 2493; Brunet, V, 1176; Graesse, VII, 298; B. Croce – F. Nicolini, Bibliografia vichiana, Napoli 1947, I° vol. p. 53; Tagliacozzo-Verene-Rumble, A bibliography of Vico in English, p. 115; Jacobelli Isoldi, G.B. Vico per una Scienza della storia, p. 116; NUC, 1981, XIV, p. 396; LCC, 1981, p. 328; Miller, Giambattista Vico Imagination and Historical Knowledge, p. 74.
8vo (21 x 13 cm); (16), 1–376, (2), 379–526 (i.e. 516), (4) pp. With 3 engraved plates outside the text: engraved portrait of Vico after Francesco Sesone, engraved frontispiece designed by Sesone and cut by Domenico Antonio Vaccaro, and a large folding plate. As in all copies, pp. 441–450 are omitted in the pagination. Handsome late‑eighteenth‑century half calf over rigid boards, spine richly gilt with author, title and volume number in gilt on orange and green morocco labels (slight rubbing and minor defects to the green label); marbled paper over boards; edges lightly sprinkled. A few small, probably coffee, stains on two leaves (see images). The three plates uniformly but lightly browned, owing to the quality of the paper used by the Stamperia Muziana; overall, however, an excellent copy, notably free from the heavy foxing and darkening that often afflict this edition. Small paper flaw at the pre‑title with a tiny pin‑hole; one tear without loss in the folding plate, neatly and early repaired on the recto with a small paper patch, entirely unobtrusive. Small contemporary private ownership stamp on title. Printed on strong paper. A copy in good to very good condition. Third edition, but the first definitive, of one of the most important works in the history of European thought, and the masterpiece of the great Neapolitan philosopher and jurist Giambattista Vico (Naples, 23 June 1668 – Naples, 23 January 1744). This posthumous edition was issued by his son Gennaro, who had succeeded him in the chair at the University of Naples in 1744, and who here gathered together the new material added by Vico himself. From the appearance of the first edition in 1725 until his death, Vico continually revised, enlarged and corrected what he regarded as his chief work, often in reply to the criticisms it had provoked. As Croce observes with regard to this edition, “this time, which was indeed the last, he did not content himself with the usual corrections, improvements and additions, but set himself to rewrite the whole work from top to bottom; and then, in several returns to it, over at least seven years (1736–1743), he devoted to it so intense a labour of the file that, the interlineations and margins no longer sufficing, he was at times driven to insert additional slips of paper. In the manuscript that has preserved for us the autograph of this definitive redaction […] we must recognise the very one used for the printing of the 1744 edition” (Bibliografia vichiana, I, 52). All subsequent editions are based on this third and final text. The task of the Scienza nuova is to investigate history in search of those constant principles which, in a conception in certain respects Platonic, require us to suppose in human events the existence of laws that underlie them, as in all other sciences: “Since this world of nations has been made by men, let us see in what things all men have at all times and still do agree; for such things may yield us the universal and eternal principles, which must be those of every science, upon which all nations arose and are preserved” (Vico, Scienza nuova, book I, sect. 3). History, therefore, like the other sciences, presents laws and universal principles of ideal, Platonic character, which recur with constant regularity and constitute the point of reference for the birth and preservation of nations. An uncommon edition, especially so in such good, well‑preserved condition and in an attractive contemporary binding. Cf.: Gamba 2493; Brunet V, 1176; Graesse VII, 298; B. Croce – F. Nicolini, Bibliografia vichiana, Naples 1947, vol. I, p. 53; Tagliacozzo–Verene–Rumble, A Bibliography of Vico in English, p. 115; Jacobelli Isoldi, G.B. Vico per una Scienza della storia, p. 116; NUC 1981, XIV, p. 396; LCC 1981, p. 328; Miller, Giambattista Vico: Imagination and Historical Knowledge, p. 74.
1.900 euro
54) PRIME EDIZIONI MEDICINA CHIRURGIA CREMONA CHIRURGIA ESTETICA WUNDERKAMMER MUSEO DI STORIA NATURALE TERATOLOGIA FIRST EDITIONS MEDICINE SURGERY COSMETIC SURGERY MUSEUM OF NATURAL HISTORY TERATOLOGY
Sonsis Giuseppe,
Memoria Chirurgica sul Labbro Leporino Complicato dedicata a Sua Eccellenza la Signora Donna Maria Contessa Schinchinelli nata Contessa Borromeo da Giuseppe Sonsis Regio Assessor della Facoltà di Cremona e sua Provincia e delegato per l’Ufficio di Sanità.
Cremona, Presso Giuseppe Feraboli, Stampator Vescov. E della Città, 1793
In quarto grande; 33, (1) pp. e 4 grandi c. di tav. a piena pagina . Legatura in cartoncino molle. Ex-libris moderno privato applicato all’interno del piatto anteriore. Qualche minima ed ininfluente macchiolina al margine interno bianco del frontespizi, ininfluenti e nel complesso esemplare in ottime condizioni di conservazione. Prima ed unica rara edizione di questo importante scritto di chirurgia estetica e ricostruttiva, opera del noto medico-chirurgo cremonese, Giuseppe Sonsis (1737-1808) che fu medico chirurgo di Cremona oltre che Socio dell’Accademia delle scienze di Torino e socio corrispondente dell’Accademia Patavina. Oltre che valente medico, il Sonis fu anche un appassionato studioso di Storia Naturale. Nato in una famiglia che avrebbe dato i natali a numerosi scienziati di fama, Giuseppe studiò medicina e si laureò a Pavia. Il suo nome è legato anche ad una celebre collezione ornitologia composta da più di 200 esemplari di volatili la fama della quale era all’epoca, enorme tanto che lo stesso Lazzaro Spallanzani cercò più volte di farla acquistare dall’ateneo di Pavia per porla come base del museo di Storia Naturale che Spallanzani stava cercando di creare a Pavia. In realtà la collezione Sonis non era composta solo di reperti ornitologici ma anche di numerosi altri reperti di interesse naturalistico e archeologico. La collezione iniziò ad essere formata dai fratelli Sonis fin dagli anni giovanili che avevano preso l’abitudine di raccogliere e catalogare materiali vari come minerali, vegetali e animali, specializzandosi sì nell’ornitologia, ma non disdegnando reperti archeologici. Le trattative vennero intraprese, per interposta persona da Giambattista Biffi, Regio Sovrintendente delle scuole di Cremona, che conosceva entrambi i personaggi (Panizza 2009). La prima richiesta non è documentata ma veniamo ugualmente a conoscere i particolari della trattativa dal Sonsis che elenca i motivi che lo spinsero a non aderire a tale proposta: innanzitutto realizzare la raccolta gli era costato molto lavoro e le sue finanze non gli avrebbero più consentito di far fronte alle richieste, sempre più esose, dei cacciatori che avrebbero dovuto procurargli i nuovi esemplari, inoltre molti esemplari sarebbero stati difficilissimi da sostituire anche in considerazione delle «positure [degli animali] difficilissime a conservarsi giuste», e del perfetto stato di conservazione, egli infatti era solito eliminare i campioni più vecchi man mano che riusciva a venire in possesso di nuovi e sottolineava «il pregio degli occhi fatti sempre ad imitazione dei naturali, e non provvisti a caso». Con orgoglio Sonsis elencava le numerose richieste ricevute «segnatamente per l’Istituto di Bologna e per il Gabinetto Granducale di Toscana essendo stati osservati [gli esemplari] da un Ministro di quella Corte». Al termine della lettera Sonsis lasciava trasparire una possibilità: se «forzato a domandarne un prezzo» la richiesta sarebbe stata di mille zecchini. In una lettera di poco successiva Giovanni Bovara10, rappresentante del Governo, assicurava Biffi che Sonsis era invece intenzionato ad assecondare la richiesta e che, come ulteriore aiuto per la riuscita della trattativa, si riteneva opportuno accennare alla possibilità di ottenere un contratto che assicurasse a Sonsis una cattedra di docente per le scuole che si intendevano aprire nell’Ospedale Maggiore. Nell’opera che qui presentiamo l’autore descrive due casi di interventi chirurgici su pazienti nati con labbro leporino. Il primo caso riguarda una bambina di Milano ed il secondo un giovane di Paderno. Le tavole sono delineate dal pittore cremonese Santo Legnani, mentre l’incisore è il milanese Boggi Cremonese. Le tavole mostrano i due casi sottoposti alla chirurgia, prima e dopo l’operazione. Di particolare interesse la tavola che mostra la bocca aperta del giovane paziente Giuseppe Ravani che viene descritta come “figura che non si è ancora vista nei libri chirurgici”. Esemplare in ottime condizioni di conservazione. Very nice copy of the scarce first edition of this significant medical treatise on cleft lip, exquisitely illustrated. Rif. Bib.:: IT\ICCU\TO0E\079006; Per informazioni sull’autore, Maggiolo, Attilio, I soci dell’Accademia patavina : dalla sua fondazione, 1599, Padova, [1983].
Large quarto; 33, (1) pp. and 4 large full‑page engraved plates. Contemporary limp pasteboard. Modern private bookplate mounted to the inner front cover. A few tiny, entirely insignificant spots in the inner blank margin of the title, unobtrusive; very slight dust‑soiling, a touch of light foxing here and there, otherwise an excellent copy, well preserved. First and only, rare edition of this important work on aesthetic and reconstructive surgery, by the noted Cremonese physician and surgeon Giuseppe Sonsis (1737–1808), surgeon in Cremona, member of the Accademia delle Scienze di Torino and corresponding member of the Accademia Patavina. In addition to his medical practice, Sonsis was a passionate student of natural history. Born into a family that produced a number of distinguished scientists, he studied medicine at Pavia, where he took his degree. His name is also associated with a celebrated ornithological collection of more than 200 bird specimens, whose fame at the time was such that Lazzaro Spallanzani repeatedly attempted to have it purchased by the University of Pavia as the nucleus of the natural history museum he planned to establish. In reality, the Sonsis collection comprised not only ornithological material but also numerous other specimens of natural‑historical and archaeological interest. Begun by the Sonsis brothers in their youth, it grew out of their habit of gathering and cataloguing minerals, plants and animals, while specialising in birds yet without neglecting archaeological finds. Negotiations for the sale, conducted through Giambattista Biffi, Royal Superintendent of Schools in Cremona, are known from Sonsis’s own account: he explains his reluctance to part with a collection that had cost him great labour and heavy expense, given the ever higher demands of the hunters supplying rare specimens, many of which would have been almost impossible to replace, especially in view of the “attitudes [of the animals], extremely difficult to preserve true to nature,” and their excellent state of conservation. He was accustomed to discard older preparations as soon as superior examples could be obtained, and he proudly stressed “the quality of the eyes, always made in imitation of the natural, and never provided at random.” Sonsis enumerates with some pride the many requests he had received, “particularly from the Istituto di Bologna and the Grand‑Ducal Cabinet of Tuscany, the [specimens] having been seen by a Minister of that Court.” He nevertheless hinted that, if compelled to name a price, he would ask one thousand zecchini. A little later, Giovanni Bovara, representing the Government, assured Biffi that Sonsis was inclined to agree and that it might be helpful to suggest the possibility of a teaching post for Sonsis in the new schools planned at the Ospedale Maggiore. In the present treatise the author records two surgical interventions on patients born with cleft lip (labbro leporino): the first concerns a young girl from Milan, the second a youth from Paderno. The plates are drawn by the Cremonese painter Santo Legnani and engraved by the Milanese Boggi, known as “Cremonese”. They depict the two patients before and after the operations. Of particular interest is the plate showing the open mouth of the young patient Giuseppe Ravani, described by the author as a figure “not yet seen in the surgical books. A very attractive copy of the scarce first edition of this significant and finely illustrated contribution to the early literature on cleft‑lip surgery. Ref.: IT\ICCU\TO0E\079006; for the author, see A. Maggiolo, I soci dell’Accademia patavina dalla sua fondazione, 1599, Padua, 1983.
300 euro
54) EDITIONS PREMIÈRES ÉDITIONS RARITÀ BIBLIOGRAFICHE BIBLIOGRAPHIC RARITIE RARETÉS BIBLIOGRAPHIQUES DRESDA DRESDEN DRESDE MASSONI FREEMASONS FRANC-MAÇONS RITUALI MASSONICI MASONIC RITUALS RITUELS MAÇONNIQUES FREIMAUREREI MUSIK FREIMAURERMUSIK ERSTAUSGABEN BIBLIOGRAPHISCHE RARITÄTEN DRESDEN FREIMAURE FREIMAURERRITUALE
AA. VV. (Roland Müller curatore, Johann Gottlieb Naumann, Franz Seydelmann, Joseph Schuster, Chrisian Gotthlif Tag, Augusts Gottfried Homnilius, Christian Enregott Weinling)
Gesänge für Maurer mit neuen Melodien,
Dresden, S. stampatore, 1782
In 8° grande; (2), 137, (4), (1 b.) pp. Bella legatura coeva in mezza pelle con titolo e fregi in oro ai tasselli. Dorso a 5 nervi. Piatti foderati con carta color caffè coeva. Tagli spruzzati in rosso. Antiche note di possesso private al frontespizio. All’interno è conservata una lettera in italiano scritta in chiara grafia ottocentesca che descrive la finalità dell’opera. Rara prima edizione aumentata, una prima edizione con un numero minori di canti era stata edita nel 1775 stampata da Bernhard Christoph Breitkopf e figlio, che non è escluso che siano gli editori anche in questo caso, di questa importante raccolta di canti massonici da utilizzarsi nelle logge massoniche durante i rituali. L’opera contiene sia il testo delle canzoni, sia gli spartiti delle musiche. Tutti i testi sono in tedesco e scritti in bei caratteri gotici. Molto raro ed in ottime condizioni di conservazione. Fra i vari canti proposti vi sono quelli di Johann Gottlieb Naumann che fu un compositore di canti massonici particolarmente prolifico tanto da essere considerato uno dei massimi esponenti di quest’arte. Le sue opere occupano una posizione centrale nel panorama della musica germanofila del settecento. Sembra che durante la sua lunga carriera Neumann arrivò a comporre più di 300 canzoni massoniche proprio a partire da queste composte per questa pubblicazione uscita nel 1775 e poi notevolmente allargata in questa edizione del 1782. Le composizioni di canto non sono solo in lingua tedesca ma anzi per la maggior parte sono in lingua inglese, italiana, francese e anche in diverse lingue scandinave. Queste composizioni servivano chiaramente come sfondo ai rituali massonici ma venivano vendute con fra i massoni con lo scopo filantropico di raccogliere fondi per la Scuola dei Poveri di Dresda. Gli autori dei canti sono, in genere, tutti appartenenti alla massoneria in quattro per conoscere i rituali si doveva, per forza, essere iniziati ai riti massonici. Il curatore dell’opera è Roland Müller mentre i canti sono composizioni di diversi musicisti: Johann Gottlieb Naumann, Franz Seydelmann, Joseph Schuster, Chrisian Gotthlif Tag, Augusts Gottfried Homnilius, Christian Enregott Weinling. Come dicevamo, celebri sono i componimenti di Naumann che proprio con quest’opera pubblicò per la prima volta i suoi primi canti ed in particolare essi sono: Weihgesang, Ihr Brüder, auf! Das Fest beginnt; Bey einer Grundlegung, Preis sey mein Lied, mein Wunsch Gebet!; Forschen des Maurers, Der Thräne gleich, die in der Stille; Tafelgesang, Des Guten Quelle! Gott des Lebens. Very rare and in good condition. Rif. Bibl.: Standort;Zentral- und Landesbibliothek Berlin;Verwaltungsstandorte; Rückgabe ZLB; Wielkopolska Biblioteka Cyfrowa, 4597.
Large 8vo; (2), 137, (4), (1 blank) pp. Handsome contemporary half-leather binding, with gilt lettering and ornamental tooling on the spine labels. Spine divided into five raised bands. Original contemporary coffee-brown paper-covered boards. Red-sprinkled edges. Early private ownership annotations on the title page. A letter in Italian, written in a clear nineteenth-century hand and describing the purpose of the work, is preserved within the volume. Rare enlarged edition. An earlier edition, containing a smaller number of songs, was published in 1775 by Bernhard Christoph Breitkopf and Son, who may also have been responsible for the present edition. This important collection of Masonic songs was intended for use in Masonic lodges during ritual ceremonies. The volume contains both the lyrics and the corresponding musical scores. All the texts are in German, printed in handsome Gothic type. A particularly rare work, in excellent state of preservation. Among the compositions included are several by Johann Gottlieb Naumann, an exceptionally prolific composer of Masonic songs, regarded as one of the foremost exponents of the genre. His works occupy a central position in the history of eighteenth-century German musical culture. Over the course of his long career, Naumann is believed to have composed more than 300 Masonic songs, beginning with those contributed to the original 1775 publication, which was substantially enlarged in the present 1782 edition. The songs are not exclusively in German; indeed, a considerable proportion are in English, Italian, French and several Scandinavian languages. These compositions were intended primarily to accompany Masonic rituals, but the collections were also sold among Freemasons for philanthropic purposes, notably to raise funds for the Poor School of Dresden. The composers were generally themselves Freemasons, as knowledge of the rituals required initiation into the fraternity. The volume was edited by Roland Müller and includes compositions by several distinguished musicians: Johann Gottlieb Naumann, Franz Seydelmann, Joseph Schuster, Christian Gotthelf Tag, August Gottfried Homilius and Christian Ehregott Weinlig. Naumann’s contributions are particularly noteworthy, as this publication marked the first appearance in print of some of his earliest Masonic songs. Among them are Weihgesang (“Consecration Hymn”), Ihr Brüder, auf! Das Fest beginnt (“Arise, Brethren! The Feast Begins”); Bey einer Grundlegung (“At a Foundation Ceremony”), Preis sey mein Lied, mein Wunsch Gebet! (“May My Song Be Praise, My Wish a Prayer!”); Forschen des Maurers (“The Mason’s Quest”), Der Thräne gleich, die in der Stille (“Like the Tear That Falls in Silence”); and Tafelgesang (“Table Song”), Des Guten Quelle! Gott des Lebens (“Source of All Goodness! God of Life”). Very rare, in good condition. Bibliographical references: Zentral- und Landesbibliothek Berlin; Wielkopolska Biblioteka Cyfrowa, record 4597.
650 euro
55) PRIME EDIZIONI COLTIVAZIONE RISO AGRONOMIA VERONA MANTOVA VIALONE NANO CARNAROLI RISO DA TAVOLA GASTRONOMIA
Paganini Giuseppe,
Risifilo. Avvertimenti per la coltivazione del Riso umiliati al Nobile Signor Marchese Antonio Spolverini.
In Venezia, Appresso Modesto Fenzo, 1792
In 8°; 66, (2) pp. Brossura bianca con titolo manoscritto al dorso da mano coeva. Stemma araldico di Marchese Antonio Spolverini al frontespizio stampato in lastra singola. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione. Prima ed unica rara edizione, quattro sole copie censite in ICCU, di questo trattato sulla coltivazione del riso, scritto dal sacerdote Paganini che ricoprì il ruolo di parroco in diverse parrocchie della bassa mantovana. L’opera qui presentata raccoglie tutte le nozioni sulla coltivazione delle varie qualità di riso prodotte nel territorio mantovano fino al veronese, apprese dal sacerdote dai coltivatori locali mantovani che misero il dotto uomo a conoscenza delle loro tecniche di coltivazione. Non bisogna dimenticare che la dedica al Marchese Antonio Spolverini è tutt’altro che casuale. I Marchesi Spolverini erano grandi possidenti terrieri e possedevano ampi territori compresi fra Verona, Peschiera, Villafranca fino a lambire il mantovano e in questi territori si producevano proprio il riso, tanto che il padre di Antonio, Gian Battista Spolverini compose e diede alle stampe un celebre componimento poetico che si intitolava, proprio, “La coltivazione del Riso”. Nei dieci capitoli l’autore descrive in modo attento e preciso tutto ciò che vi è da sapersi in materia di terreni, concimi, acque, irrigazioni, danni, malattie, custodia del grano, etc. per una corretta e prolifica coltivazione del riso. Molto interessante l’ultima parte nella quale l’autore accenna alle risaie mobili. Rif. Bibl.: G. Moretti, Bibliografia agronomica, Milano, 1844, p. 36; Saggio d’agricoltura pratica toscana e specialmente del contado fiorentino, 1804; ICCU IT\ICCU\SBLE\001663; Re, Dizionario d’agricoltura, p.306: Autore di questo libretto è il sacerdote Giuseppe Paganini che mise insieme questi avvertimenti, com’egli ci assicura nella sua prefazione, dopo avere avute lunghe conferenze coi coltivatori di riso nella provincia mantovana. Opera assai rara ed in buone-ottime condizioni di conservazione.
8vo; 66, (2) pp. White paper wrappers, with the title handwritten on the spine in a contemporary hand. The heraldic coat of arms of Marquis Antonio Spolverini printed on a separate plate and mounted on the title page. Copy in good to very good state of preservation. First and only edition, rare, with only four copies recorded in the ICCU, of this treatise on rice cultivation by the priest Giuseppe Paganini, who served as parish priest in several parishes throughout the lower Mantuan region. The work presented here brings together the accumulated knowledge concerning the cultivation of the various varieties of rice produced throughout the territory extending from the Mantuan countryside towards the Veronese region. Paganini acquired this expertise from local Mantuan rice growers, who acquainted the learned ecclesiastic with their agricultural practices and cultivation techniques. The dedication to Marquis Antonio Spolverini is by no means incidental. The Spolverini family were substantial landowners, possessing extensive estates stretching between Verona, Peschiera and Villafranca, as far as the borders of the Mantuan territory. Rice was cultivated on these very lands, and Antonio’s father, Gian Battista Spolverini, had himself composed and published a celebrated agricultural poem entitled La coltivazione del Riso (The Cultivation of Rice). In ten chapters, the author carefully and precisely describes everything essential to the successful and productive cultivation of rice, including the nature of soils, fertilisers, water supplies, irrigation, damage to crops, diseases and the proper storage and protection of the grain. Particularly interesting is the final section, in which the author makes reference to movable rice fields, an intriguing aspect of the agricultural practices of the period. An exceedingly rare work, in good to very good state of preservation. Bibliographical references: G. Moretti, Bibliografia agronomica, Milan, 1844, p. 36; Saggio d’agricoltura pratica toscana e specialmente del contado fiorentino, 1804; ICCU IT\ICCU\SBLE\001663; Re, Dizionario d’agricoltura, p. 306, which identifies the author of this little treatise as the priest Giuseppe Paganini, who, as he states in his preface, compiled these observations after holding lengthy discussions with rice growers in the province of Mantua.
380 euro
57) GEOGRAFIA COROGRAFIA ROMA ANTICA CLASSICI ROMANI PARIGI STAMPATORI ANCIENT ROMAN GEOGRAPHY AND CHOROGRAPHY CLASSICAL ROMAN AUTHORS PARISIAN PRINTERS
Mela Pomponio,
De situ orbis libri tres; Una cum auctario Petri Ioannis Olivarij Valentini, in instauratione totius libelli et castigatione perquam multorum locorum, infertis quique locis plerisque in eodem libello deideratis. Ad Carolum Lotharingum Cardinalem.
Parigi, Apud Iacobum Kerver, 1557
In 8° (23,2 x 16,2 mm); (10), 112 cc. Bella legatura originale coeva in piena pergamena floscia con titolo manoscritto da mano posteriore al dorso. Non presente la carta di sguardia e la carta applicata al piatto anteriore che quindi presenta la pergamena esposta e e delle belle bindelle tratte da codice manoscritto quattrocentesco. Un piccolo difetto agli angoli alti esterni delle prime 7 carte che si presentano un po’ lisi ma nel complesso esemplare genuino ed in buone-ottime condizioni di conservazione. Edizione assai rara di uno dei classici della geografia antica. Marca tipografica di Jean Kerver (con il caratteristico “licorno” o unicorno) al frontespizio. Testo in latino, caratteri corsivi. Testatine, finilani ed iniziali ornate. L’opera, una delle più autorevoli descrizioni geografiche dell’antichità, è arricchita nel testo da diverse illustrazioni silografiche di carattere geografico e astronomico e da numerosi capilettera figurati di varie dimensioni. Legatura coeva in pergamena con titoli manoscritti al dorso. Pomponio Mela (Tingentera, I secolo d.C.) è unanimemente riconosciuto come il più antico geografo romano. Il suo De situ orbis, talvolta citato anche con il titolo Chorographia, redatto intorno al 44 d.C. durante il regno dell’imperatore Claudio, rappresenta l’unico trattato geografico sopravvissuto interamente in lingua latina classica. Mela, nato in Hispania Baetica, struttura la sua opera in tre agili libri, descrivendo il mondo conosciuto partendo dalla Spagna e procedendo in senso orario lungo le coste del Mediterraneo, per poi circumnavigare l’Africa e l’Asia e ritornare attraverso il Nord Europa. Nonostante le lacune scientifiche e l’adesione a una visione del mondo ancora arcaica, priva, per esempio, della conoscenza delle nuove scoperte geografiche che avrebbero rivoluzionato l’epoca moderna, l’opera godette di un’immensa fortuna durante tutto il Rinascimento. La sua prosa essenziale e la struttura enciclopedica la resero un testo di riferimento imprescindibile per gli umanisti e i geografi del Cinquecento, affascinati dalla riscoperta della classicità. L’edizione qui presentata, impressa nel 1557 da Iacobum (Jean) Kerver, tipografo ed editore parigino di grande prestigio attivo nella metà del XVI secolo, si inserisce nel filone delle edizioni umanistiche che curavano tanto la veste tipografica quanto l’apparato illustrativo. Kerver, noto per l’eleganza delle sue edizioni, conferisce a questo volume una dignità bibliografica notevole, rendendo il testo accessibile e gradevole per gli studiosi dell’epoca. L’uso di caratteri corsivi nitidi e la presenza di illustrazioni che integrano il testo descrittivo testimoniano la cura editoriale tipica della bottega di Kerver. Il De situ orbis non è solo un resoconto di luoghi e popolazioni, ma un documento fondamentale per comprendere come il mondo antico concepisse lo spazio e l’orientamento, influenzando profondamente la cartografia fino all’epoca delle grandi esplorazioni geografiche. La sopravvivenza di questo trattato e la sua continua ripubblicazione nel XVI secolo, come nell’edizione di Kerver, sottolineano la perennità del sapere antico e il ruolo cruciale che la stampa ha giocato nel preservare e divulgare il patrimonio intellettuale dell’antichità. Rif. Bibl.: ADAMS M-1062.
8vo (23.2 × 16.2 mm); (10), 112 leaves. Handsome contemporary limp vellum binding, with a later manuscript title on the spine. The front free endpaper and the paper covering the upper board are lacking, leaving the vellum exposed; the binding retains attractive ties fashioned from a fifteenth-century manuscript. A minor defect affects the upper outer corners of the first seven leaves, which are somewhat worn; overall, however, this is a genuine copy in good to very good condition. A notably rare edition of one of the classics of ancient geography. Jean Kerver’s printer’s device, featuring his characteristic unicorn, appears on the title page. Latin text in italic type. Headpieces, tailpieces and ornamental initials. One of the most authoritative geographical descriptions of antiquity, the work is illustrated with several woodcuts relating to geography and astronomy, as well as numerous historiated initials in various sizes. Contemporary vellum binding, with a manuscript title on the spine. Pomponius Mela (Tingentera, first century AD) is universally regarded as the earliest Roman geographer. His De situ orbis, also known as the Chorographia, was composed around AD 44, during the reign of the Emperor Claudius, and is the only geographical treatise from classical antiquity to have survived in its entirety in Latin. A native of Hispania Baetica, Mela arranged his work in three concise books, describing the known world from Spain and proceeding clockwise along the shores of the Mediterranean, then around Africa and Asia, before returning by way of northern Europe. Despite its scientific limitations and adherence to an archaic conception of the world, one that, for instance, lacked knowledge of the new geographical discoveries that would transform the modern age, the work enjoyed immense success throughout the Renaissance. Its concise prose and encyclopaedic structure made it an indispensable reference for sixteenth-century humanists and geographers, captivated by the rediscovery of classical antiquity. The present edition, printed in 1557 by Iacobum (Jean) Kerver, a distinguished Parisian printer and publisher active in the mid-sixteenth century, belongs to the tradition of humanist editions that gave equal care to typographical presentation and illustrative apparatus. Kerver, renowned for the elegance of his editions, lends the volume considerable bibliographical distinction, making the text accessible and appealing to scholars of the period. The crisp italic type and the illustrations accompanying the descriptive text attest to the editorial care characteristic of Kerver’s workshop. The De situ orbis is not merely an account of places and peoples, but a fundamental document for understanding how the ancient world conceived of space and orientation; it exerted a profound influence on cartography up to the age of the great geographical explorations. The survival of this treatise and its repeated publication during the sixteenth century, including in Kerver’s edition, underscore the enduring legacy of ancient learning and the crucial role of the printing press in preserving and disseminating the intellectual heritage of Roman antiquity. Bibliographical reference: ADAMS M-1062.
1.800 euro
58) ARTE DECORAZIONI NEOCLASSICISMO D’INTERNI BOLOGNA VILLE E DIMORE BOLOGNESI TEATRI ALBUM ILLUSTRATI RARITà BIBLIOGRAFICHE PRIME EDIZIONI ARCHITETTURA NEOCLASSICISM ART INTERIOR DECORATION BOLOGNA BOLOGNESE VILLAS AND RESIDENCES THEATRES ILLUSTRATED ALBUMS BIBLIOGRAPHIC RARITIES FIRST EDITIONS ARCHITECTURE.
Basoli Antonio,
Compartimenti di sale, camere, gabinetti, teatri ecc. inventate e dipinti da Antonio Basoli, professore della Pontificia Accademia di Belle Arti in Bologna e socio d’onore di varie insigni accademie. Disegnate ed incise dei fratelli Luigi e Francesco Basoli per uso degli amatori e studenti delle Belle Arti. Parti I° n° 50 tavole (in verità seguono le altre 50 tavole della seconda parte). Completo.
Milano, Presso Antonio Bossi, Piazza del Duomo n° 4079, s.d. (ma 1827).
In oblungo (47,5×32,7 cm); (1), 100 cc. Legatura realizzata fra la fine dell’ottocento ed i primi anni del novecento con piatti rigidi foderati con carta marmorizzata ottocentesca. Dorso novecentesco rinforzato con carta ottocentesca. Opera completa anche se alcune tavole sono collocate non in corrispondenza della numerazione progressiva. Una tavola presenta una mancanza di carta al margine esterno fuori dal margine di battuta. Un forellino di 3×0,5 cm al frontespizio che lede un fregio, integrato con pecetta di carta al recto. Qualche strappetto senza perdita di carta, nel margine bianco di alcune tavole finemente restaurato, praticamente ininfluenti. Una tavola con strappi restaurati, senza perdita di carta. Un leggerissimo alone al margine alto della seconda parte del volume, mai intenso o fastidioso e per il resto in buone condizioni. Rarissima prima ed unica edizione, nessun esemplare censito in ICCU, di questo importantissimo repertorio ornamentale del grande pittore e incisore bolognese, Antonio Basoli (Castel Guelfo, 18 aprile 1774 – Bologna, 30 maggio 1843), fra i massimi esponenti del neoclassicismo bolognese. L’opera qui presentata è fra le più rare del suo repertorio e raccoglie e rappresenta tutto il repertorio ornamentale del Basoli. Essa finisce per rappresentare un vero e proprio “atlante” di grande importanza storico-artistico in quanto fra le varie decorazioni illustrate nelle sue tavole, presenta le composizioni realizzate dal Basoli per abbellire le ville ed i teatri bolognesi e non solo, molte delle quali sono andate, oggi, perse e delle quali non è rimasta altra testimonianza che questo volume. In un connubio tra classicismo e invenzioni esotiche i “Compartimenti di camere” veicolano forme e modelli in grado di soddisfare le esigenze della colta e desiderosa clientela bolognese e più generale italiana, anche se non mancano le decorazioni per palazzi russi ed in altri paesi, intenta ad essere sempre più aperta alle novità della moda europea. “Basoli, insieme con i fratelli Luigi e Francesco, operò come scenografo, decoratore, disegnatore di sipari, per vari teatri dell’area bolognese, il Marsigli Rossi, il Comunale, e soprattutto il teatro Contavalli (1814); restano ormai poche tracce di queste sue opere, documentate tuttavia dalla ricca produzione di disegni, acquerelli ed incisioni, tra le quali le acquetinte della Collezione di varie scene teatrali, realizzate dal 1821. Gli anni dal 1818 agli anni ’20 dell’Ottocento rappresentano gli anni della massima maturità artistica di Basoli in questo settore, con il viaggio a Milano e la visita alla “sala di Sanquirico”, ossia lo studio del principale scenografo della Scala di Milano, cui Basoli si ispirò per la scenografia dell’Edipo re al Contavalli nel 1822, la rappresentazione di Semiramide riconosciuta nel 1820 e infine la pittura delle scene e del teatro dei Cavalieri dell’Unione di Santarcangelo di Romagna.”. Opera assai rara. Rif. Bibl.: National Gallery of Art, Washington D. C., 1999.134.1.
Oblong folio (47.5×32.7 cm); (1), 100 ff. Binding executed between the end of the nineteenth century and the early twentieth century with rigid boards lined with nineteenth-century marbled paper. Spine reinforced with nineteenth-century paper. The work is complete, although some plates are not positioned in accordance with their consecutive numbering. One plate has a loss of paper at the outer margin, outside the printed area. A small hole of 3×0.5 cm on the title page affecting a frieze, repaired with a paper patch on the recto). A few minor tears without paper loss, in the white margin of some plates finely restored, practically negligible. One plate with restored tears, without paper loss. A very light stain on the upper margin of the second part of the volume, never intense or distracting and otherwise in good condition. Extremely rare first and only edition, no copies recorded in ICCU, of this most important ornamental repertoire by the great Bolognese painter and engraver, Antonio Basoli (Castel Guelfo, April 18, 1774 – Bologna, May 30, 1843), among the greatest exponents of Bolognese neoclassicism. The work presented here is among the rarest of his repertoire and collects and represents Basoli’s entire ornamental repertoire. It ends up representing a true “atlas” of great historical-artistic importance as, among the various decorations illustrated in its plates, it presents the compositions realized by Basoli to adorn Bolognese villas and theaters and beyond, many of which are now lost, and of which no other testimony remains but this volume. In a marriage of classicism and exotic inventions, the “Compartimenti di camere” convey forms and models capable of satisfying the needs of the cultured and eager Bolognese and more general Italian clientele, although there is no lack of decorations for Russian palaces and in other countries, intent on being ever more open to the novelties of European fashion. “Basoli, together with his brothers Luigi and Francesco, worked as a set designer, decorator, and curtain designer for various theaters in the Bolognese area, the Marsigli Rossi, the Comunale, and especially the Teatro Contavalli (1814); few traces of these works now remain, documented, however, by the rich production of drawings, watercolors, and engravings, among which are the aquatints of the Collezione di varie scene teatrali, realized from 1821. The years from 1818 to the 1820s represent the years of Basoli’s greatest artistic maturity in this sector, with his trip to Milan and his visit to the “Sala di Sanquirico,” that is, the studio of the principal set designer of La Scala in Milan, by whom Basoli was inspired for the scenography of Edipo re at the Contavalli in 1822, the performance of Semiramide riconosciuta in 1820, and finally the painting of the scenes and the theater of the Cavalieri dell’Unione of Santarcangelo di Romagna.” A very rare work. Bibliographic Ref.: National Gallery of Art, Washington D.C., 1999.134.1.
2.200 euro
59) LINGUA EBRAICA ESEGESI BIBLICA DIZIONARI EBRAICI PRIMA EDIZIONE LIONE GRIPHIUS STAMPATORI EBRAICO HEBREW LANGUAGE BIBLICAL EXEGESIS HEBREW DICTIONARIES FIRST EDITION LYONS GRYPHIUS HEBREW PRINTING
Pagnini Sante (anche Pagnino, anche Pagninus),
ʼOṣar lešon haqodeš hoc est, Thesaurus linguae sanctae. Sic enim inscribere placuit Lexicon hoc Hebraicum: quòd quem admodum ex thesauro pretiosissima quæque depromere in procliui est, ita ex hoc uno, non solum uocularum significata, sed & abstrusiores quosque sacræ scripturæ sensus, è uarijs rabinorum commentarijs selectos, haurire liceat. Author reuerendo patre Sancte Pagnino Lucensi, idiomatum eruditionum & relative & antistite.
Lugd. : Seb. heir Gryphio excudente (Lugduni : Sebastianus Gryphius Germanus excudebat, 1529)
In 2° (31,3×21,7 cm); (16) cc., 7152 (i.e. 2752) col., (2) cc. Legatura seincentesca in mezza-pergamena con i piatti foderati da carta azzurra. Titolo chiosato da mano seicentesca al dorso. Lievi difetti alla legatura con alcuni rinforzi e mende ai margini. All’interno qualche macchiolina di foxing, ininfluente, qualche brunitura al frontespizio e per il resto in buone condizioni di conservazione. Cornice figurata (Baudrier p. 52bis) firmata I. F., attribuita a Froben, passata a Lione a Gryphius, cfr. Baudrier p. 27 per l’attribuzione delle iniziali a Froben stesso o a probabili incisori. Iniziali in ebraico e in latino xilografiche. Belle note manoscritte cinquecentesche chiosate in chiara grafia alla prima carta bianca. Prima rara edizione del più celebre dizionario ebraico del cinquecento. L’opera ebbe un’enorme successo e diverse riedizioni nel corso del cinquecento venendo ristampata fino al seicento. Il Thesaurus Linguae Sanctae, pubblicato per la prima volta a Lione nel 1529 sotto il torchio dell’illustre stampatore Sebastiano Gryphius, rappresenta una pietra miliare negli studi ebraici del XVI secolo e un contributo monumentale all’esegesi biblica rinascimentale. L’opera è il frutto del meticoloso lavoro di Sante Pagnino (o Santi Pagnini, 1470-1536), un dotto frate domenicano originario di Lucca, la cui figura si staglia come uno dei più raffinati filologi e biblisti del suo tempo, profondamente influenzato dall’ambiente intellettuale del convento di San Marco a Firenze e dalla cerchia di Girolamo Savonarola. La genesi del Thesaurus si colloca nel contesto di un fervido rinnovamento degli studi linguistici, che in epoca umanistica mirava a riscoprire le fonti originali delle Scritture attraverso la conoscenza diretta del testo ebraico, greco e latino. Pagnino, che aveva dedicato gran parte della sua esistenza allo studio rigoroso delle lingue orientali, concepì questo dizionario come uno strumento indispensabile per accedere alla profondità semantica dell’Antico Testamento. L’edizione lionese del 1529 non è solo una dimostrazione di eccellenza tipografica, Gryphius era rinomato per l’eleganza e la precisione dei suoi caratteri, ma è soprattutto un’impresa intellettuale di portata vastissima. Il dizionario, infatti, si proponeva di offrire una spiegazione esaustiva di ogni radice e termine ebraico, arricchendo le definizioni con note esegetiche e grammaticali che riflettevano la profonda erudizione dell’autore. La biografia di Pagnino è intrinsecamente legata al suo fervore per gli studi orientali. Entrato nell’ordine domenicano nel 1487, Pagnino visse gran parte della sua maturità viaggiando tra l’Italia e la Francia, in particolare a Roma, Avignone e infine Lione, dove si stabilì definitivamente. La sua missione intellettuale fu guidata dalla convinzione che la conoscenza accurata della lingua originale fosse il presupposto necessario per una corretta interpretazione teologica. Oltre al Thesaurus, Pagnino divenne celebre per la sua traduzione latina dell’intera Bibbia (Veteris et Novi Testamenti nova translatio), che fu tra le prime a adottare un approccio rigorosamente ad litteram, suscitando non pochi dibattiti accademici e teologici per la sua fedeltà quasi radicale al testo masoretico. Dal punto di vista bibliografico, la princeps del 1529 si distingue per la cura di Gryphius nell’impaginazione e nella gestione dei caratteri ebraici e latini fecendone un modello per le edizioni successive. L’importanza dell’opera risiede nella sua capacità di sistematizzare il lessico sacro in un modo che facilitava enormemente il lavoro degli esegeti, rendendo accessibile una mole di informazioni filologiche fino ad allora disperse o frammentarie. Il Thesaurus non si limitava a elencare lemmi, ma discuteva le sfumature di significato, offrendo una sintesi delle interpretazioni rabbiniche tradizionali messe in dialogo con la cultura esegetica cristiana. Sebbene nel tempo il lavoro di Pagnino sia stato talvolta messo in ombra da altri dizionari orientali, il Thesaurus Linguae Sanctae rimane una testimonianza ineludibile dell’ambizione umanistica di riconciliare la filologia scientifica con l’esegesi teologica. Sante Pagnino, attraverso questa opera, ha contribuito in modo determinante a definire gli standard della ricerca biblica del Cinquecento, lasciando un’impronta duratura sulla cultura europea che, ancora oggi, permette agli studiosi di comprendere l’acume e la dedizione con cui i dotti del Rinascimento si accostarono al mistero delle Scritture originali. La sua opera, dunque, resta un monumento al rigore e alla fede nella potenza chiarificatrice della lingua e uno dei testi di riferimento per la storia dello studio della lingua ebraica. Prima edizione assai rara. Rif. Bibl.: ICCU IT\ICCU\BVEE\019036; Adams P-36; Baudrier VIII, 52 (mit Abb. des Titels auf Falttafel).; Fürst III, 62.
Folio (31.3 × 21.7 cm); (16) leaves, 7152 (i.e. 2752) columns, (2) leaves. Seventeenth-century half-vellum binding, the boards covered with blue paper. Title annotated in a seventeenth-century hand on the spine. Minor defects to the binding, with some strengthening and repairs to the margins. A few insignificant foxing spots internally; some browning to the title page; otherwise in good condition. Figured border (Baudrier, p. 52bis), signed I. F., attributed to Froben and subsequently transferred to Gryphius in Lyon; cf. Baudrier, p. 27, for the attribution of the initials to Froben himself or to probable engravers. Woodcut initials in Hebrew and Latin. The rare first edition of the most celebrated Hebrew dictionary of the sixteenth century. The work enjoyed immense success and was reprinted in several editions throughout the sixteenth century, continuing into the seventeenth. The Thesaurus Linguae Sanctae, first published in Lyon in 1529 by the illustrious printer Sebastian Gryphius, represents a landmark in sixteenth-century Hebrew studies and a monumental contribution to Renaissance biblical exegesis. It is the fruit of the meticulous scholarship of Santes Pagninus (also known as Santi Pagnini, 1470–1536), a learned Dominican friar from Lucca, recognised as one of the most distinguished philologists and biblical scholars of his age, and profoundly shaped by the intellectual milieu of the convent of San Marco in Florence and the circle of Girolamo Savonarola. The Thesaurus arose amid a vigorous renewal of linguistic scholarship, which in the humanist age sought to recover the original sources of Scripture through direct engagement with the Hebrew, Greek, and Latin texts. Pagninus, who devoted much of his life to the rigorous study of the Oriental languages, conceived this dictionary as an indispensable instrument for accessing the semantic depth of the Old Testament. The Lyon edition of 1529 is not merely a demonstration of typographical excellence—Gryphius was renowned for the elegance and precision of his types—but above all an intellectual undertaking of exceptional scope. The dictionary set out to provide a comprehensive explanation of every Hebrew root and term, enriching its definitions with exegetical and grammatical observations that attest to the author’s profound erudition. Pagninus’s biography is inextricably bound up with his devotion to Oriental studies. Having entered the Dominican Order in 1487, he spent much of his mature life travelling between Italy and France, notably in Rome, Avignon, and finally Lyon, where he settled. His scholarly vocation was guided by the conviction that exact knowledge of the original language was a necessary precondition for sound theological interpretation. In addition to the Thesaurus, Pagninus became renowned for his Latin translation of the entire Bible, the Veteris et Novi Testamenti nova translatio, one of the earliest to adopt a rigorously ad litteram approach; its almost uncompromising fidelity to the Masoretic text provoked considerable scholarly and theological debate. From a bibliographical standpoint, the 1529 princeps is distinguished by Gryphius’s careful layout and skilful handling of Hebrew and Latin type, qualities that made it a model for subsequent editions. The importance of the work lies in its systematic arrangement of the sacred lexicon, which greatly facilitated the labours of exegetes by making accessible a body of philological information that had hitherto remained dispersed or fragmentary. The Thesaurus did not merely list headwords, but examined nuances of meaning, offering a synthesis of traditional rabbinical interpretations in dialogue with Christian exegetical learning. Although Pagninus’s work was at times overshadowed by later Oriental dictionaries, the Thesaurus Linguae Sanctae remains an indispensable testament to the humanist ambition to reconcile rigorous philology with theological exegesis. Through this work, Santes Pagninus contributed decisively to shaping the standards of sixteenth-century biblical scholarship, leaving a lasting mark on European intellectual culture. It continues to afford scholars insight into the acuity and dedication with which Renaissance thinkers approached the original Scriptures. His work thus remains a monument to scholarly rigour and to faith in the clarifying power of language, as well as a seminal reference for the history of Hebrew studies. A very rare first edition. Bibliographical references: ICCU IT\ICCU\BVEE\019036; Adams P-36; Baudrier VIII, 52 (mit Abb. des Titels auf Falttafel).; Fürst III, 62.
2.600 euro
60) TRAGEDIA TEATRO PRIME EDIZIONI PRIMA EDIZIONE LETTERATURA ITALIANA MANZONIANA LEGATURA
Manzoni ALessandro,
Il conte di Carmagnola, Tragedia di Alessandro Manzoni,
Milano, dalla tipografia di Vincenzo Ferrario, 1820
In 4° (22×13,2 cm); (8), 142, (2 b.) pp. Bellissima legatura novecentesca in pieno marocchino verde con dorso a 5 nervi e titolo e ricchi fregi ai tasselli. Ai piatti ricca cornice con fregio impressi in oro. Taglio superiore dorato. Elegante custodia in cartoncino rigido foderato in carta verde. All’interno della legatura è conservata la brossura coeva azzurra, piatti e dorso con manoscritto da mano coeva il titolo. Esemplare in splendide condizioni di conservazione. Prima edizione con già emendata a lapis, lettera per lettera, il refuso «era il pensiero | che valor» alle pp. 62/63 che diviene qui «del valor» solo in seguito, nella seconda tiratura la pagina venne corretta prima della stampa. Stampata su carta forte di ottima qualità. Prima edizione della prima opera teatrale di Alessandro Manzoni. La prima edizione del Conte di Carmagnola uscì a Milano nel 1820 per i tipi di Vincenzo Ferrario. Il nome talvolta riportato come “Ferrari” è una forma inesatta: il tipografo ed editore dell’edizione originale fu Vincenzo Ferrario. L’opera è dedicata a Claude Fauriel, intellettuale francese e amico di Manzoni, con il quale l’autore condivise interessi letterari e storici. Alessandro Manzoni nacque a Milano nel 1785 e morì nella stessa città nel 1873. Fu poeta, romanziere e autore teatrale; è considerato una figura centrale della letteratura italiana dell’Ottocento. Dopo gli anni giovanili e il soggiorno a Parigi, maturò una poetica influenzata dal Romanticismo e da una riflessione religiosa e morale. Tra le sue opere principali figurano gli Inni sacri, le tragedie Il conte di Carmagnola e Adelchi, le odi civili e il romanzo I promessi sposi. La tragedia è ambientata nel Quattrocento e rielabora la vicenda di Francesco Bussone, conte di Carmagnola, condottiero che servì prima i Visconti di Milano e poi la Repubblica di Venezia. Accusato di tradimento dai veneziani, fu arrestato, condannato a morte e giustiziato nel 1432. Manzoni costruisce il dramma intorno al contrasto fra la lealtà personale del protagonista, le esigenze della ragion di Stato e il giudizio morale sulle azioni politiche. La vicenda storica diventa così occasione per interrogarsi sul potere, sulla guerra e sulla responsabilità individuale. L’opera segna una tappa importante nella ricerca teatrale manzoniana. L’autore si allontana dalle convenzioni classiciste, in particolare dal rispetto rigoroso delle unità di tempo e di luogo, per rappresentare gli eventi con maggiore ampiezza e attenzione alla storia. La prefazione espone le sue idee sul teatro storico e sul rapporto tra verità storica e invenzione poetica. Di particolare rilievo è il coro, che interrompe l’azione e offre una riflessione collettiva sugli avvenimenti, senza confondere il commento dell’autore con le parole dei personaggi. La pubblicazione del 1820 testimonia dunque un momento significativo della biografia letteraria di Manzoni. Il conte di Carmagnola inaugura una fase di rinnovamento del teatro italiano e anticipa temi e soluzioni sviluppati in seguito nell’Adelchi. Prima edizione in bella legatura che conserva la brossura muta di questo esemplare in ottime condizioni di conservazione. Rif. Bibl.: Parenti, Rarità pp.173-177 e Prime edizioni p. 331; Vismara 275; Biancardi-Francese, «Prime edizioni italiane», pagina 289.
1.600 euro
STAMPE E CURIOSITA’
56) TAVOLA DELL’INGANNO TROMPE-L’OEIL THE TABLE OF DECEPTION (TROMPE-L’OEIL) BORDEAUX ARCHITETTURA ARTE
Anonimo,
Bell’Trompe-l’Oeil di origine francese. XIX° secolo.
34×44,5 cm; su foglio singolo. Finemente dipinto a colori all’acquerello e a china. L’opera si presenta come un classico esempio di quodlibet, un genere pittorico e grafico nato per ingannare l’occhio (trompe-l’oeil o tavolo dell’inganno), in cui l’artista riproduce, con meticolosa precisione, una superficie (spesso un tavolo o una bacheca) coperta da un assortimento casuale e stratificato di ephemera quotidiane. La composizione è volutamente caotica, volta a simulare una disposizione naturale di oggetti abbandonati dopo un momento di attività intellettuale, lavorativa o di svago. La profondità è ottenuta attraverso il sovrapporsi sapiente dei vari elementi: carte da gioco, spartiti musicali, lettere, mappe topografiche e schizzi architettonici sembrano adagiati l’uno sull’altro, creando un senso di tridimensionalità che invita l’osservatore a tentare di raccogliere i documenti. L’uso della luce e delle ombre, abilmente rese attraverso il chiaroscuro dell’incisione, conferisce agli oggetti un rilievo quasi tangibile. L’atmosfera che ne emerge è quella di un interno privato, un cabinet di curiosità o lo studio di un mercante o viaggiatore del XIX° secolo. L’opera funge da archivio visivo di un’epoca. All’interno dell’opera si posso trovare vari riferimenti precisi come quello all’Hotel du Midi: In alto al centro, una testata di documento intestata “HOTEL DU MIDI”, sita in “Rue Dupont-Amyot”. Il testo prosegue menzionando “le Grand Theatre”, “la Bourse le Bazar” e un “agence a proximité des affaires”. Non mancano i riferimenti cartacei come quello al Magasin de Modes con l’etichetta commerciale situata nella metà destra “Magasin de Modes Et Depot de Chapeaux de Pailles DEMes ELEONORE COSTEROUSSE ET Cte Rue Sainte Catherine N°105 Bordeaux”. Vi è anche un frammento di corrispondenza sul lato sinistro dove una lettera reca: “(8) a M. DE COULANGES… à paris, lundi 15 decembre 1690…” dove il testo si dilunga in una descrizione entusiastica. In un rettangolo giallo sono presenti i frammenti di un avviso: “DE NATATION”, “VIERE”, “GARONNE”, “EAUX”. Non mancano come al solito elementi di svago e artistici come lo spartito musicale, nella parte superiore destra, il titolo “VALSE” e dedicato a “HECTOR”. Come sempre fanno bella mostra sul “tavolo” le carte da gioco come il 7 di fiori (forse un regalo galante con il numero di fiori dispari) e un frammento di una carta con figure (probabilmente un fante di quadri). Una mappa topografica centrale che mostra il corso di un fiume (“LE STERE R”), un insediamento (“Karchsien”) e l’area circostante denominata “Le Vall”. Visibili anche un disegno architettonico di una facciata (in basso a sinistra) e un’incisione raffigurante un castello o una fortezza medievale (in basso al centro). In basso a destra troviamo anche un testo racchiuso in una corona di fiori rossi e verdi che recita: “…soi n’existe q’ua moitié poser une ame toute entiere deux quinssent l’amitié” (Il sé esiste solo a metà; per avere un’anima intera, ce ne vogliono due che conoscano l’amicizia) che suggerisce anch’esso una finalità di trasmettere un sentimento affettuoso. L’opera è fortemente radicata nel contesto geografico francese, con una preminenza assoluta della città di Bordeaux, di cui vengono citati punti di riferimento specifici come Bordeaux Città principale a cui si riferiscono le attività commerciali citate. Infatti Rue Sainte Catherine è una celebre via cittadina di Bordeaux, sede del “Magasin de Modes”. Rue Dupont-Amyot è il luogo dove sorgeva l’Hotel du Midi. Vi è una citazione di Parigi che viene menzionata nel frammento della lettera a Monsieur de Coulanges. Il fiume che attraversa Bordeaux, la Garonne, è citato nel rettangolo giallo dedicato ad un biglietto per un luogo di balneazione. Questa composizione rappresenta non solo un esercizio di virtuosismo tecnico, ma anche una testimonianza culturale. Attraverso la giustapposizione di elementi mondani, come il gioco d’azzardo e la moda e intellettuali, come la musica e la cartografia, l’opera offre uno spaccato vividamente dettagliato della vita quotidiana del tempo, cristallizzando in un unico momento frammenti di realtà che narrano storie di commerci, svaghi e relazioni sociali. Esemplare in buone-ottime condizioni di conservazione.
34 × 44.5 cm; on a single sheet. Finely executed in colour watercolour and India ink. The work is a classic example of a quodlibet, a pictorial and graphic genre devised to deceive the eye (trompe-l’œil, or “deception table”). In this genre, the artist meticulously recreates a surface—often a table or noticeboard—strewn with a seemingly random, layered assortment of everyday ephemera. The composition is deliberately disorderly, evoking the natural arrangement of objects left behind after a period of intellectual, professional or recreational activity. Depth is skilfully conveyed through the overlapping of the various elements: playing cards, sheet music, letters, topographical maps and architectural sketches appear to lie one upon another, creating a sense of three-dimensionality that invites the viewer to reach out and gather the documents. The interplay of light and shadow, deftly rendered through the printmaker’s chiaroscuro, lends the objects an almost tangible relief. The resulting atmosphere is that of a private interior—a cabinet of curiosities, or the study of a nineteenth-century merchant or traveller. The work thus serves as a visual archive of its age. Among its precise references is the Hôtel du Midi: at the upper centre, a document heading reads “HOTEL DU MIDI” and gives its address as “Rue Dupont-Amyot”. The text goes on to mention “le Grand Théâtre”, “la Bourse le Bazar” and an “agence à proximité des affaires”. Commercial ephemera also feature, including a label in the right-hand half of the composition: “Magasin de Modes Et Depot de Chapeaux de Pailles DEMes ELEONORE COSTEROUSSE ET Cte Rue Sainte Catherine N°105 Bordeaux”. On the left is a fragment of correspondence, a letter addressed “(8) à M. DE COULANGES… à paris, lundi 15 decembre 1690…”, followed by an extended and enthusiastic description. A yellow rectangle contains fragments of a notice reading “DE NATATION”, “VIERE”, “GARONNE” and “EAUX”. Recreational and artistic motifs are also present. In the upper right is a piece of sheet music entitled “VALSE” and dedicated to “HECTOR”. Playing cards are scattered across the “table”, including the seven of clubs—perhaps a gallant gift, given its odd number of flowers—and a fragment of a court card, probably the knave of diamonds. At the centre is a topographical map showing the course of a river (“LE STERE R”), a settlement (“Karchsien”) and the surrounding area, identified as “Le Vall”. Also visible are an architectural drawing of a façade at the lower left and an engraving of a medieval castle or fortress at the lower centre. At the lower right, text enclosed within a wreath of red and green flowers reads: “…soi n’existe q’ua moitié poser une ame toute entiere deux quinssent l’amitié” (“The self exists only by half; to have a whole soul, there must be two who know friendship”). This, too, suggests an affectionate intent. The work is firmly rooted in its French geographical context, with Bordeaux predominating. Specific local landmarks are cited: Rue Sainte-Catherine, the site of the “Magasin de Modes”, and Rue Dupont-Amyot, where the Hôtel du Midi once stood. Paris is mentioned in the letter to Monsieur de Coulanges, while the Garonne, the river that flows through Bordeaux, appears in the yellow fragment relating to a bathing establishment.More than an exercise in technical virtuosity, this composition is a cultural record. By juxtaposing worldly pursuits, such as gambling and fashion, with intellectual interests, including music and cartography, it offers a vivid and richly detailed glimpse of everyday life in its time. In a single moment, it crystallises fragments of reality that tell stories of commerce, leisure and social relations. An example in good to very good condition.
300 euro
57) GASTRONOMIA ZAMPONE COTECHINO SALAMI SALUMAI SALUMERIE TAVOLA DELL’INGANNO TROMPE-L’OEIL MODENA BOLOGNA GASTRONOMY SALAMI SALUMERIE TABLE OF DECEPTION TROMPE-L’ŒIL
Valenti Lodovico (?),
Grande e bellissimo Trompe-l’Oeil di interesse gastronomico emiliano-romagnolo, XIX° secolo (188o circa).
77×88 cm il quadro, 48×64 cm il vero e proprio dipinto, applicato su cartoncino d’epoca; su foglio singolo. Un’opera di misure assai superiori a quelle normalemente presentate su carta. Finemente dipinto a colori all’acquerello, biacca e a china. L’opera si presenta come un quodlibet, o trompe-l’œil o come diciamo in Italia, tavolo dell’inganno, nel quale una raccolta di immagini, carte e documenti è resa con l’apparenza di oggetti realmente appoggiati e sovrapposti. La composizione affida il proprio effetto alla precisione con cui sono restituiti i margini dei fogli, le pieghe, le ombre e le differenze di consistenza tra carta, stampe ed etichette. L’accostamento ha un tema preciso legato al cibo e al piacere, legati ad altri riferimenti di valore prettamente personale. Documenti privati, richiami alla città, immagini storiche, letteratura e pubblicità convivono sulla stessa superficie, come se fossero stati raccolti e conservati da una persona interessata tanto alla memoria locale quanto alla cultura e alle attività gastronomico-commerciali del proprio tempo. Non mancano riferimenti a Bologna. La firma di L. Valenti, che ricorre anche in prossimità di uno dei documenti e sotto il disegno originariamente di Musetti, collega la composizione al nome dell’autore e contribuisce a conferire all’insieme il carattere di un repertorio personale. Il ritratto collocato al centro raffigura Celestino Cavedoni, erudito modenese, e costituisce uno dei punti di riferimento visivi dell’opera. La sua presenza invita a leggere il quodlibet non come una semplice raccolta decorativa di carte, ma come un omaggio alla memoria storica e intellettuale di Modena. La figura di Cavedoni, noto per la sua parsimonia a tavola e per la sua grande erudizione e rettezza morale, funge forse da contraltare estetico al resto dell’opera dove i piaceri della carne sono più volte richiamati. Il ritratto è circondato da materiali di natura diversa, che sembrano ampliare il campo d’interesse della figura rappresentata: accanto alla storia cittadina trovano posto la corrispondenza, la vita economica, la letteratura e le immagini di soggetto storico. In questo modo il personaggio centrale diventa il fulcro ideale di una composizione che associa la cultura erudita alla vita concreta della città. La geografia modenese è richiamata da due vedute architettoniche di particolare rilievo. In alto a destra è riconoscibile il Duomo di Modena con la Ghirlandina, monumento simbolo della città e riferimento visivo immediato alla sua storia civica e religiosa. In basso a sinistra compare invece la Palazzina Ducale con il suo aspetto ottocentesco prima dei restauri di fine ottocento, situata nei giardini del Duca di Modena. La presenza di entrambi gli edifici costruisce una sorta di itinerario urbano in miniatura, che accosta il centro monumentale alla residenza e al giardino ducale. Questi elementi ancorano la composizione a un luogo preciso e rafforzano il legame dell’opera con la memoria modenese. Le etichette alimentari, i biglietti da visita e gli annunci trasformano la superficie dipinta in una sorta di raccolta di insegne e marchi, attraverso la quale l’opera documenta la presenza della produzione gastronomica nella cultura visiva cittadina. Un diverso registro è introdotto dalla pagina del romanzo di Alexandre Dumas Il visconte di Bragelonne, nella sua edizione italiana. La pagina testimonia la circolazione della narrativa francese tradotta e la familiarità del pubblico con la letteratura d’appendice e d’avventura ma anche il legame del territorio modenese con la Francia e la sua cultura. Tra le immagini dipinte si distingue una scena di caccia collocata in alto a destra, il cui paesaggio e la cui atmosfera sembrano richiamare la pittura di Horace Vernet. Alla caccia fanno riferimento anche i due cani sul lato destro del dipinto. Un altro elemento iconografico è la cosiddetta Tavola del Bacio, che rappresenta l’incontro segreto tra Enrico II di Francia e Diana di Poitiers. Sul letto domina il ritratto di Francesco I, padre di Enrico, mentre sulla destra è celata la regina Caterina de’ Medici. Il trionfo della carne sulla morale e sotto, dove nell’originale si trovava la firma dell’autore Musetti, qua è presente la firma Valenti. L’aspetto gastronomico è uno dei nuclei più significativi dell’opera: non un semplice dettaglio decorativo, ma un richiamo alla cultura produttiva e commerciale modenese, in cui il cibo diventa elemento d’identità e di memoria. In primo piano si impone la tradizione dei salumi di maiale, evocata dall’etichetta con la dicitura «Grande charcuterie à vapeur de viandes de porc Modène». Il riferimento alla lavorazione “a vapore” della carne di maiale e alla città di Modena richiama una produzione specializzata e, in particolare, la reputazione di zampone e cotechino, prodotti che già celebri all’epoca, legano la composizione alle consuetudini alimentari locali. La formulazione francese dell’etichetta suggerisce inoltre una presentazione commerciale rivolta oltre i confini cittadini: la gastronomia modenese è proposta come merce riconoscibile e potenzialmente destinata a un mercato più ampio. A questo richiamo si affianca la ditta di salumi Ulisse Colombini, attiva a Bologna. La sua presenza amplia il quadro dalla tradizione alimentare alla storia dell’impresa: secondo i dati associati all’opera, l’attività ebbe origine nel 1863 e, nel 1870, adottò l’inscatolamento della mortadella in contenitori di latta, sulla base di un brevetto di Alessandro Forni. Il biglietto commerciale allude così non soltanto alla vendita di salumi, ma anche alle tecniche di conservazione, al confezionamento e all’innovazione alimentare. Tra i documenti raffigurati spicca, al centro a sinistra, una lettera attribuita a Gioacchino Rossini, che riprende la celebre missiva inviata dal compositore al salumaio modenese Giuseppe Bellentani. La corrispondenza tra Gioacchino Rossini e il salumiere modenese Giuseppe Bellentani è celebre per il tono ironico e il profondo apprezzamento del compositore per i prodotti gastronomici emiliani, in particolare lo zampone. La corrispondenza accosta la fama del compositore alla notorietà di un esercizio gastronomico, facendo della relazione tra personaggi illustri e commercianti locali un episodio di storia del gusto. Il testo è il più famoso, che spesso viene citato per descrivere questo rapporto, quello inviato da Rossini nel 1853, in cui ringrazia il Bellentani per l’omaggio ricevuto e che è oggi conservato presso la Biblioteca Estense di Modena. Ecco il contenuto che viene riprodotto qua nella lettera: «Caro Bellentani, Lo zampone che avete avuto la bontà di mandarmi è arrivato in ottime condizioni ed è stato, come sempre, delizioso. È un capolavoro di arte salumiera. Vi ringrazio di cuore per questo dono graditissimo che allieterà la mia tavola nelle prossime feste.» È importante precisare che Rossini intrattenne un rapporto epistolare costante con quello che definiva il “principe dei salsamentieri”. Le lettere non erano semplici ringraziamenti, ma veri e propri scambi in cui il compositore, pur vivendo spesso lontano da Modena, richiedeva con precisione scientifica i suoi prodotti preferiti, preoccupandosi della loro preparazione, della cottura e della conservazione, dimostrando come il cibo fosse per lui una forma d’arte non meno importante della musica. Importante sottolineare come la lettera non sia una semplice ricopiatura del testo ma l’autore, a mo’ di falsario, abbia perfettamente imitato a mano, la calligrafia di Rossini, non solo nella firma ma in tutto il testo. Accanto alla lettera sono raffigurati documenti di carattere pratico e amministrativo. Un biglietto del Lotto nazionale rimanda a una forma di partecipazione popolare alla vita economica e alle consuetudini sociali del periodo. Un altro documento attesta l’estinzione di un debito a nome di Valenti Lodovico che potrebbe essere l’autore dell’opera ed un appartenente alla nobile famiglia dei Valenti di Modena. Il cibo entra così nella sfera sociale e culturale: è prodotto, oggetto di scambio e motivo di relazioni personali. Nel loro insieme, le etichette, i riferimenti alle salumerie e la lettera compongono un piccolo repertorio della gastronomia dell’epoca. L’opera documenta la centralità dei salumi nella rappresentazione della città, ma anche il passaggio dalla produzione artigianale alla promozione commerciale e alle nuove forme di conservazione. La gastronomia diventa quindi uno dei fili conduttori del trompe-l’œil, collega Modena e Bologna (si veda anche il richiamo all’Acqua di Felsina), tradizione e innovazione, vita quotidiana e cultura erudita. Esemplare in ottime condizioni di conservazione.
77 × 88 cm overall; 48 × 64 cm for the painting itself, mounted on contemporary card; on a single sheet. A work of considerably larger dimensions than those ordinarily encountered in works on paper. Finely executed in watercolour, Chinese ink and lead white. The work takes the form of a quodlibet, or trompe-l’œil—known in Italian as a tavolo dell’inganno, literally a “table of deception”, in which a collection of images, papers and documents is rendered so as to create the illusion of objects actually laid upon and overlapping one another. The composition derives its effect from the precision with which the edges of the sheets, their folds, shadows and the differing textures of paper, prints and labels are reproduced. The juxtaposition of these elements follows a distinct theme, centred on food and pleasure, interwoven with other references of a distinctly personal nature. Private documents, allusions to the city, historical images, literature and advertising coexist upon the same surface, as though gathered and preserved by an individual interested both in local memory and in the gastronomic and commercial culture of his time. References to Bologna are also present. The signature of L. Valenti, which appears both near one of the documents and beneath a drawing originally by Musetti, associates the composition with its author and reinforces the impression of a personal visual repertory. The portrait placed at the centre depicts Celestino Cavedoni, the Modenese antiquarian and scholar, and constitutes one of the work’s principal visual focal points. Its presence invites us to interpret the quodlibet not merely as a decorative assemblage of papers, but as a tribute to the historical and intellectual heritage of Modena. Cavedoni, renowned for his frugality at table, profound erudition and moral rectitude, perhaps serves as an aesthetic counterpoint to the remainder of the composition, in which the pleasures of the flesh are repeatedly evoked. The portrait is surrounded by materials of diverse kinds, which appear to broaden the range of interests associated with the figure represented: alongside local history are correspondence, economic life, literature and historical imagery. The central figure thus becomes the conceptual fulcrum of a composition that brings learned culture into dialogue with the everyday life of the city. Modenese topography is evoked through two particularly significant architectural views. In the upper right is the Cathedral of Modena, with its Ghirlandina tower, the city’s emblematic monument and an immediate visual reference to its civic and religious history. In the lower left appears the Ducal Pavilion, depicted in its nineteenth-century aspect before the restoration works of the late nineteenth century, situated within the gardens of the Duke of Modena. Together, these buildings create a miniature urban itinerary, juxtaposing the monumental city centre with the ducal residence and gardens. These elements anchor the composition to a specific place and strengthen its connection with the historical memory of Modena. Food labels, visiting cards and advertisements transform the painted surface into a kind of collection of trade signs and trademarks, through which the work documents the importance of food production within the city’s visual culture. A different register is introduced by a page from the Italian edition of Alexandre Dumas’s novel The Vicomte de Bragelonne. This page bears witness to the circulation of translated French fiction and to the public’s familiarity with serial and adventure literature, while also suggesting the cultural ties between the Modenese region and France. Among the painted images, a hunting scene in the upper right is particularly noteworthy; its landscape and atmosphere appear to recall the painting of Horace Vernet. Hunting is also evoked by the two dogs depicted along the right-hand side of the painting. Another iconographic element is the so-called Tableau du Baiser (“Tableau of the Kiss”), depicting the secret encounter between Henry II of France and Diane de Poitiers. Above the bed presides the portrait of Francis I, Henry’s father, while Queen Catherine de’ Medici is concealed on the right. The triumph of the flesh over morality is further emphasised by the signature Valenti, placed below where Musetti’s signature appeared in the original composition. The gastronomic dimension constitutes one of the work’s most significant themes: not a mere decorative detail, but an evocation of Modena’s productive and commercial culture, in which food becomes an expression of identity and collective memory. In the foreground, the tradition of pork charcuterie asserts itself through a label bearing the inscription “Grande charcuterie à vapeur de viandes de porc Modène”. The reference to the steam processing of pork and to the city of Modena evokes a specialised form of production and, in particular, the reputation of zampone and cotechino, products already celebrated at the time and closely associated with local culinary customs. The French wording of the label further suggests a commercial presentation intended to reach beyond the confines of the city: Modenese gastronomy is presented as a recognisable commodity, potentially destined for a wider market. This reference is complemented by the Bologna-based charcuterie firm of Ulisse Colombini. Its presence broadens the picture from food traditions to the history of enterprise. According to information associated with the work, the business was established in 1863 and, in 1870, adopted the practice of packing mortadella in tin containers, on the basis of a patent granted to Alessandro Forni. The commercial card thus alludes not only to the sale of charcuterie, but also to preservation techniques, packaging and innovation in the food industry. Among the documents depicted, particularly prominent at centre left, is a letter attributed to Gioachino Rossini, reproducing the celebrated missive sent by the composer to the Modenese pork butcher Giuseppe Bellentani. The correspondence between Rossini and Bellentani is renowned for its ironic tone and the composer’s profound appreciation of Emilian gastronomic specialities, particularly zampone. It brings the fame of the composer into contact with the reputation of a local food merchant, transforming the relationship between distinguished personalities and local tradesmen into an episode in the history of taste. The text reproduced here is the best-known letter, frequently cited in accounts of this relationship. Sent by Rossini in 1853, it thanks Bellentani for a gift received and is now preserved in the Biblioteca Estense in Modena. The text reproduced in the present composition reads: “Dear Bellentani, The zampone you were kind enough to send me arrived in excellent condition and was, as always, delicious. It is a masterpiece of the charcutier’s art. I thank you most sincerely for this much-appreciated gift, which will bring delight to my table during the coming festivities.” It is important to note that Rossini maintained an ongoing correspondence with the man he called the “prince of pork butchers”. These letters were not merely expressions of gratitude, but genuine exchanges in which the composer, although often living far from Modena, specified his favourite products with almost scientific precision, taking an interest in their preparation, cooking and preservation. They reveal that, for Rossini, food constituted an art form no less important than music. Particularly noteworthy is the fact that the letter is not simply a transcription of the original text. Rather, the artist, in the manner of a forger, has meticulously imitated Rossini’s handwriting by hand, reproducing not only the signature but the entire text. Beside the letter are documents of a practical and administrative nature. A national lottery ticket evokes a popular form of participation in the economic life and social customs of the period. Another document records the discharge of a debt in the name of Valenti Lodovico, who may have been the artist responsible for the work and a member of Modena’s noble Valenti family. Food thus enters the social and cultural sphere as a product, an object of exchange and a catalyst for personal relationships. Taken together, the labels, references to charcuterie businesses and the letter form a small repertory of contemporary gastronomic culture. The work documents the centrality of cured meats in the representation of the city, while also illustrating the transition from artisanal production to commercial promotion and new methods of preservation. Gastronomy consequently becomes one of the principal threads running through this trompe-l’œil, linking Modena and Bologna—as further suggested by the reference to Acqua di Felsina, tradition and innovation, everyday life and learned culture. A copy in excellent state of preservation.
900 euro
Milano, Pietro e Giuseppe Vallardi, S. data (ma 1850 circa)
74,5×73,5 cm; gioco montato su tela. Incisione in rame con finissima coloritura coeva. Traccia di piegatura del foglio in quattro con nastro di rinforzo al verso in corrispondenza delle pieghe. Lievi segni del tempo dovuti ad utilizzo. Tavoliere formato da 36 caselle con raffigurati personaggi, animali, fiori e piante. Si compone poi di due fasce laterali, con a sinistra gli scomparti del “pari fuori”, “dispari fuori”, “dentro” e “dispari”, e a destra “dispari dentro”, “pari”, “fuori” e “pari dentro”. Nella fascia in basso gli scomparti “bianco” e “rosso”, in quella in alto “passa”, nove caselle rotonde con i numeri da 1 a 9, e infine il riquadro con “manca”. Questo Lotto Reale presenta un’organizzazione delle caselle ed una leggibilità dei segni numerici perfettamente funzionali alle regole del gioco. La struttura visiva, oltre a svolgere una funzione pratica, riflette il gusto grafico dei giochi popolari e borghesi dell’Ottocento: la disposizione ordinata degli elementi e l’eventuale presenza di cornici, immagini o ornamenti contribuiscono a rendere il foglio immediatamente comprensibile e gradevole nell’uso. Nato nell’ottocento il gioco del Biribissi o Lotto Reale era un gioco d’azzardo molto diffuso in tutta Italia. Lo si poteva trovare per strada, nelle ville nobiliari e anche nelle corti reali. Il gioco divenne ben presto un momento di vita pubblica tanto che non mancavano appuntamenti di gioco nei teatri o nelle osterie. Il gioco era una specie di una tombola figurata, con la differenza che i giocatori puntavano somme in denaro sulle varie caselle della tabella. Il Banco estraeva da un sacchetto o da varie macchine e scatole appositamente create dei foglietti arrotolati con i vari numeri, determinando così la vincita o meno dei partecipanti. Si può così dire da oggetto ludico, il Lotto reale finì per documentare la circolazione domestica ma anche pubblica, di forme di gioco legate alla fortuna e alla cultura del lotto, distinguendosi dai semplici biglietti di partecipazione alle estrazioni ufficiali. Il suo interesse storico risiede quindi tanto nella funzione ricreativa quanto nella testimonianza della produzione editoriale destinata al tempo libero. L’associazione con il biribissi suggerisce una continuità di pratiche e denominazioni, ma non implica necessariamente che le regole fossero identiche ed infatti il gioco veniva giocato anche in modo differente a secondo delle regioni dove esso veniva utilizzat0. Assai raro. Rif. Bib.: Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” (Collezione Giuliano Crippa, 187).
74.5X73.5 cm; game board mounted on canvas. Engraving with exceptionally fine contemporary hand-colouring. Traces of the sheet having been folded into quarters, with reinforcing tape applied to the verso along the folds. Minor signs of age consistent with use. The game board comprises 36 squares depicting human figures, animals, flowers and plants. It is further arranged into two lateral bands: on the left, the sections labelled “pari fuori” (even outside), “dispari fuori” (odd outside), “dentro” (inside) and “dispari” (odd); on the right, “dispari dentro” (odd inside), “pari” (even), “fuori” (outside) and “pari dentro” (even inside). The lower band contains the sections “bianco” (white) and “rosso” (red), while the upper band features the section “passa” (pass), nine circular spaces numbered from 1 to 9, and, finally, the compartment marked “manca” (missing). This Lotto Reale displays a layout of the playing squares and a clarity of numerical notation perfectly suited to the practical requirements of the game. Beyond its functional purpose, its visual organisation reflects the graphic sensibilities of nineteenth-century popular and bourgeois games. The orderly arrangement of the various elements, together with the possible use of borders, illustrations and ornamental details, contributes to making the sheet both immediately legible and aesthetically pleasing in use. Emerging in the nineteenth century, the game of Biribissi, also known as Lotto Reale, was a form of gambling widely practised throughout Italy. It could be found in the streets, in aristocratic villas and even at royal courts. The game soon became an established feature of public life, with gaming sessions taking place in theatres and taverns alike. The game resembled a pictorial version of tombola, with the crucial difference that players wagered sums of money on the various squares of the board. The banco (banker) drew slips bearing the different numbers from a bag or from specially devised mechanical devices and boxes, thereby determining whether the participants won or lost. Thus, beyond its original function as a gaming object, the Lotto Reale came to document the circulation, in both domestic and public settings, of games of chance associated with the culture of the lottery. In this respect, it is distinct from the simple tickets issued for participation in official lottery drawings. Its historical significance lies therefore not only in its recreational function but also in its testimony to the printed ephemera produced for leisure and entertainment. The association with Biribissi suggests a continuity of gaming practices and nomenclature, although it does not necessarily imply that the rules were identical. Indeed, the game was also played according to differing rules and variants, depending on the region in which it was practised. Very rare. Bibliographical reference: Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” (Giuliano Crippa Collection, 187).
1.700 euro
59) RITRATTI ARTE CHINA BOLOGNA SATIRA TEATRO AUTOGRAFI
Ricci Giulio,
Alfredo Testoni,
S. luogo (Bologna), S. data ma 1920 circa
22,5×21 cm; magnifico ritratto di Alfrado Testoni disegnato a china da grande disegnatore ed incisore italiano, Giulio Ricci. Al recto dell’opera una lunga dedica autografa di Ricci all’amico Umberto Tirelli. I collegamenti fra Testoni, Tirelli e Ricci furono diversi nel corso degli anni ed una stima reciproca li unì sempre. Giulio Ricci nacque a Bologna il 24 novembre 1874 e vi morì il 13 ottobre 1939. Fu pittore, disegnatore, incisore, litografo e xilografo. Frequentò le Accademie di Belle Arti di Bologna e Firenze, sviluppando una particolare sensibilità per le tecniche grafiche e l’illustrazione. La sua attività si svolse soprattutto nell’ambito della cultura artistica ed editoriale bolognese del primo Novecento. Collaborò a pubblicazioni quali L’Eroica e La Piè, oltre che a numerose opere curate dall’editore e studioso Cesare Ratta, figura di primo piano nella valorizzazione delle arti grafiche e decorative. Realizzò inoltre xilografie, ex libris e illustrazioni, contribuendo alla diffusione della produzione incisoria in Emilia. Tra i suoi lavori figura anche Bologna. Vie e vicoli, raccolta di litografie dedicata al tessuto urbano storico della città. Dopo la morte di Testoni nel 1931 fu proprio a Ricci che venne commissionato, dalla rivista il “Comune di Bologna. Rivista mensile municipale” un ritratto del noto commediografo da affiancare ad un articolo commemorativo. Alfredo Testoni nacque a Bologna l’11 ottobre 1856 e morì nella stessa città il 17 dicembre 1931. Fu commediografo, poeta dialettale e giornalista, nonché una delle personalità più rappresentative della tradizione teatrale bolognese. Iniziò giovanissimo a scrivere per il teatro e collaborò con diverse testate giornalistiche, fra cui Il Resto del Carlino. Partecipò inoltre alla fondazione di periodici umoristici, sviluppando uno stile caratterizzato da arguzia, vivacità espressiva e attenzione alla vita quotidiana cittadina. La sua vasta produzione comprende numerose commedie in dialetto bolognese, raccolte anche nei due volumi di Teater bulgneis (1886). Il suo maggiore successo fu Il cardinale Lambertini, rappresentato per la prima volta nel 1905 e divenuto uno dei testi più celebri del teatro italiano del primo Novecento. Particolarmente significativi sono anche i Sonetti della Sgnera Cattareina e gli scritti memorialistici dedicati alla Bologna ottocentesca. Questo disegno con la dedica manoscritta permette di segnare l‘accostamento dei tre personaggi che segnarono in modo significativo la cultura bolognese fra Otto e Novecento. Da una parte, Testoni, interprete della memoria linguistica, teatrale e popolare della città, dall’altra, Ricci, artista impegnato nella valorizzazione visiva del patrimonio culturale locale e a legare i due la vulcanica personalità satirica del grande Umberto Tirelli. In ottime condizioni di conservazione.
590 euro
Serie di disegni di Umberto Tirelli:
Umberto Tirelli (Modena, 22 febbraio 1871 – Bologna, 2 agosto 1954) fu uno dei più originali caricaturisti e illustratori italiani della prima metà del Novecento, protagonista di una stagione nella quale la satira disegnata divenne uno strumento privilegiato di osservazione della società, della politica e del costume. La sua produzione, caratterizzata da una straordinaria capacità di cogliere e deformare i tratti fisionomici dei personaggi, costituisce una testimonianza preziosa della vita pubblica italiana fra l’età liberale, le guerre mondiali e il secondo dopoguerra. Formatosi nell’ambiente culturale modenese, Tirelli manifestò precocemente la propria inclinazione per il disegno umoristico. Le sue prime prove apparvero nel 1892, mentre nel 1896 iniziò a collaborare con il periodico satirico Il Marchese Colombi, fondato da Alfredo Testoni. In seguito partecipò a numerose pubblicazioni umoristiche emiliane, distinguendosi per l’inventiva grafica e per una satira pungente, capace di trasformare i protagonisti della vita cittadina in personaggi immediatamente riconoscibili. Nel 1900 fondò, insieme all’editore Angelo Fortunato Formiggini, il periodico modenese Il Duca Borso, destinato a diventare una delle più significative riviste satirico-umoristiche locali. La pubblicazione si caratterizzava per l’originalità dell’impaginazione, l’impiego di tavole a colori e una libertà compositiva che conferiva alle illustrazioni un ruolo centrale. La rivista rappresentò anche un importante luogo di formazione per giovani disegnatori, contribuendo allo sviluppo della cultura grafica modenese. Trasferitosi a Bologna nel 1908, Tirelli proseguì la propria attività collaborando con testate come Il Fittone, Il Punto e Il Giornale delle Beffe, oltre che con Il Resto del Carlino. Durante la Prima guerra mondiale realizzò I Protagonisti (1917), una raccolta di caricature dedicate ai sovrani e ai principali protagonisti politici del conflitto, pubblicata da Formiggini e apprezzata anche in ambito internazionale. La sua creatività si espresse anche nel teatro di figura. Nel 1923 presentò a Bologna il Teatro Nazionale delle Teste di Legno, con oltre trecento figure in cartapesta modellate sulle sembianze di personaggi celebri della politica, della letteratura, della musica e dello spettacolo. Questa esperienza ampliò la sua ricerca oltre la pagina stampata, trasformando la caricatura in una forma di spettacolo popolare. Durante il fascismo, la sua produzione assunse talvolta una funzione propagandistica, soprattutto negli anni della Seconda guerra mondiale. Considerato vicino al Regime in realtà Tirelli ospitava e nascondeva i partigiani nella sua villa di Campagna a Rubiera. Per questo subì diversi attacchi anche fisici da parte delle camice nere. Dopo il conflitto tornò brevemente alla scultura caricaturale, esponendo nel 1951 statuette dedicate a personalità storiche e contemporanee. Tirelli morì a Bologna nel 1954, lasciando un corpus artistico di grande interesse documentario e figurativo. La sua opera rimane una testimonianza incisiva della storia italiana del Novecento, osservata attraverso una matita capace di coniugare ironia, deformazione espressiva e acuta lettura dei caratteri umani.
Umberto Tirelli (Modena, 22 February 1871 – Bologna, 2 August 1954) was one of the most original Italian caricaturists and illustrators of the first half of the twentieth century, a leading figure in an era when graphic satire became a privileged means of observing society, politics and manners. His work, distinguished by an extraordinary ability to capture and exaggerate the physical features of his subjects, constitutes a valuable record of Italian public life from the Liberal Age through the two World Wars and into the post-war period. Having trained within Modena’s cultural milieu, Tirelli displayed an early aptitude for humorous drawing. His first works appeared in 1892, and in 1896 he began contributing to the satirical periodical Il Marchese Colombi, founded by Alfredo Testoni. He subsequently collaborated with numerous humorous publications in Emilia, distinguishing himself through his graphic inventiveness and incisive satire, which transformed leading figures of civic life into instantly recognisable characters. In 1900, together with the publisher Angelo Fortunato Formiggini, he founded the Modenese periodical Il Duca Borso, which was to become one of the region’s most significant satirical and humorous magazines. The publication was distinguished by its original page layouts, the use of colour plates and a freedom of composition that placed illustrations at the very heart of the editorial project. The magazine also served as an important training ground for young draughtsmen, contributing to the development of Modena’s graphic arts culture. After moving to Bologna in 1908, Tirelli continued his activities, collaborating with periodicals such as Il Fittone, Il Punto and Il Giornale delle Beffe, as well as Il Resto del Carlino. During the First World War, he produced I Protagonisti (1917), a collection of caricatures depicting the sovereigns and principal political figures involved in the conflict. Published by Formiggini, the work also attracted international attention. Tirelli’s creativity extended beyond the printed page into the realm of puppetry and theatrical performance. In 1923, he presented the Teatro Nazionale delle Teste di Legno in Bologna, featuring more than three hundred papier-mâché figures modelled on celebrated personalities from politics, literature, music and the performing arts. This undertaking broadened his artistic research, transforming caricature into a form of popular entertainment. During the Fascist period, his work occasionally assumed a propagandistic function, particularly during the Second World War. Although regarded as sympathetic to the Fascist regime, Tirelli in fact provided shelter and concealment for partisans at his country villa in Rubiera. As a consequence, he was subjected to several assaults, including physical attacks, by members of the “Camicie Nere” fasciste. After the conflict, he briefly returned to sculptural caricature, exhibiting statuettes depicting historical and contemporary figures in 1951. Tirelli died in Bologna in 1954, leaving behind an artistic corpus of considerable documentary and pictorial significance. His work remains a compelling testimony to twentieth-century Italian history, viewed through the hand of an artist whose draughtsmanship combined irony, expressive distortion and a penetrating understanding of human character.
60) DISEGNO CHURCHILL SATIRA SECONDA GUERRA MONDIALE BOLOGNA MODENA DRAWING PENCIL CHURCHILL SATIRE SECOND WORLD WAR
Tirelli Umberto
Disegno preparatorio a matita per opera più grande con ritratto satirico di Churchill
1939 circa
43×29 cm; disegno satirico a matita che rappresenta Winston Churchill nell’intento di infilare un cucciolo (che rappresenta uno dei piccoli paesi alleati dell’Inghilterra) nella bocca del Leone che rappresenta l’Inghilterra. Il senso del disegno è una critica a Churchill che starebbe sacrificando i suoi alleati minori quali Norvegia, Svezia, Belgio, Danimarca ecc. ecc. per mantenere vivo il Leone inglese.
500 euro
61) DISEGNO CHURCHILL SATIRA SECONDA GUERRA MONDIALE BOLOGNA MODENA DRAWING PENCIL CHURCHILL SATIRE SECOND WORLD WAR
Tirelli Umberto
Disegno preparatorio a matita di ritratto satirico di Churchill
1939 circa
29,5×32 cm; disegno satirico a matita con un ritratto caricaturale di Winston Churchill.
500 euro
63) DISEGNO SATIRA SECONDA GUERRA MONDIALE BOLOGNA MODENA DRAWING PENCIL CHURCHILL SATIRE SECOND WORLD WAR ROOSEVELT USA
Tirelli Umberto
Disegno preparatorio a matita con ritratto satirico di Churchill e Franklin Delano Roosevelt
1939 circa
26,3×38 cm; disegno satirico a matita con un ritratto caricaturale di Winston Churchill che tiene in braccio e corteggia Franklin Delano Roosevelt.
650 euro
64) DISEGNO SATIRA SECONDA GUERRA MONDIALE DUNQUERKE DYNAMO OPERATION BOLOGNA MODENA DRAWING PENCIL CHURCHILL SATIRE SECOND WORLD WAR
Tirelli Umberto
Grande disegno caricaturale che illustra l’Operazione Dynamo durante quello che passò alla storia come il “Miracolo di Dunkerque”. Al recto del foglio altro disegno: Disegno preparatorio a matita per opera più grande con ritratto satirico di Churchill (Large caricature drawing illustrating Operation Dynamo, during what went down in history as the “Miracle of Dunkirk.” On the other side of the sheet: a preparatory pencil sketch for a larger work, featuring a satirical portrait of Churchill).
1940 giugno circa
62×46,3 cm; grande disegno a matita che riproduce l’Operazione Dynamo. Al recto grande disegno satirico a matita con un ritratto caricaturale di Winston Churchill.
62 x 46.3 cm; large pencil drawing depicting Operation Dynamo. On the other side, a large satirical pencil drawing featuring a caricature portrait of Winston Churchill.
670 euro
65) CALCIO BOLOGNA FOOTBALL DISEGNO CHINA SATIRA POLITICA BOLOGNA MODENA INK DRAWING SATIRE
Tirelli Umberto
Disegno preparatorio a china di Rodolfo Minelli, celebre collezionista bolognese e fra i primi presidenti del Bologna Calcio.
1920 circa
54,4×41,2 cm; grande disegno a china satirico a matita con un ritratto caricaturale del bolognese Rodolfo Minelli che il titolare di una delle principali case di rappresentanza commerciali italiane situata in Via Ghirlanda a Bologna, fu presidente del Bologna Calcio dal 1912 al 1919. Fu anche gallerista e grande appassionato e collezionista d’arte. Insignito dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro, grazie alle sue disponibilità economiche, Minelli investì molte risorse personali nel club rossoblù, guidando la storica transizione della squadra verso lo Stadio Sterlino nel 1913 e introducendo iniziative innovative per l’epoca, come l’ingresso gratuito per il pubblico femminile.
900 euro
66) SATIRA POLITICA INTERVENTISMO PRIMA GUERRA MONDIALE TURATI BENEDETTO XV SALANDRA
Tirelli Umberto
Disegno in tecnica mista china, matita, biacca, acquerello con ritratto di Salandra mentre il papa, Turati e Giolitti mettono l’idea di non prendere parte al conflitto mondiale.
1914 circa
54,4×41,2 cm; grande disegno a china satirico a matita con un ritratto caricaturale di Antonio Salandra mentre, da destra a sinistra, Filippo Turati, Papa Benedetto XV e Giovanni Giolitti stanno cercando di mettere delle idee pacifiste nel cervello di Salandra. Il bel disegno fa probabilmente riferimento ai travagliati momenti che antecedettero l’ingresso dell’Italia nel prime conflitto mondiale.
880 euro
67) INCISIONI INCISORI CARTA AZZURRA BELLUNO SCUOLA VENETA ENGRAVINGS ENGRAVERS BLUE PAPER BELLUNO VENETIAN SCHOOL
Ricci Marco,
Paesaggio con contadini e ragazzo che si arrampica sull’albero.
1730 circa
43,2×29,5 cm; rarissima stampa su carta azzurra. Tavola numero 7 della serie di venti paesaggi pubblicati a Venezia nel 1730 da Carlo Orsolini. Un piccolo strappeto senza perdita di carta circa al centro della stampa dove si riuniscono i due rami più grossi dell’albero dove cerca di salire il ragazzo, abilmente ed anticamente restaurato con una pecetta al recto, una piccolissima macchiolina sul margine esterno sinistro, non significativa e nel complesso esemplare in buone condizioni di conservazione. Marco Ricci fu uno dei più originali interpreti della pittura di paesaggio veneziana fra la fine del Seicento e i primi decenni del Settecento. Pittore, disegnatore, scenografo e incisore di notevole talento, contribuì in maniera determinante allo sviluppo del paesaggismo settecentesco, elaborando un linguaggio nel quale l’osservazione della natura si fonde con la suggestione poetica, la fantasia architettonica e una raffinata sensibilità per gli effetti atmosferici. Nato a Belluno il 5 giugno 1676, era nipote del celebre pittore Sebastiano Ricci, presso il quale compì probabilmente la propria formazione artistica. Il rapporto con lo zio fu fondamentale per la sua carriera: i due collaborarono ripetutamente, soprattutto nella realizzazione di composizioni nelle quali Marco si occupava frequentemente degli sfondi paesaggistici e delle scenografie architettoniche. La sua giovinezza fu segnata da vicende movimentate che lo costrinsero ad allontanarsi da Venezia e a rifugiarsi per alcuni anni a Spalato, in Dalmazia. Durante questo soggiorno approfondì lo studio della pittura di paesaggio, sviluppando un interesse destinato a diventare il tratto distintivo della sua produzione. Rientrato nell’ambiente artistico veneziano, entrò in contatto con esperienze figurative differenti, assimilando suggestioni provenienti da Salvator Rosa, dai paesaggisti nordici e dalla tradizione veneta, con particolare attenzione agli effetti luminosi e alla resa naturalistica. Fra il 1708 e il 1716 Ricci soggiornò in Inghilterra, dove lavorò per importanti committenti aristocratici e realizzò scenografie per il Queen’s Theatre di Haymarket a Londra, oltre a decorazioni per residenze prestigiose come Castle Howard. Il soggiorno inglese gli permise di approfondire la conoscenza della pittura paesaggistica olandese e fiamminga, contribuendo a consolidare uno stile personale, caratterizzato da una pennellata libera, una luminosità vibrante e una particolare sensibilità per le variazioni atmosferiche. Rientrato definitivamente a Venezia, Ricci proseguì la collaborazione con lo zio, dedicandosi parallelamente alla pittura di paesaggio, alla scenografia teatrale, al disegno e all’incisione. Le sue composizioni comprendono porti mediterranei, boschi, campagne, paesaggi invernali e capricci architettonici con rovine antiche, nei quali la realtà naturale si intreccia con elementi di invenzione. La sua produzione grafica è particolarmente significativa: le acqueforti, caratterizzate da un tratteggio raffinato e da una straordinaria sensibilità luministica, furono in parte pubblicate postume nel 1730 da Carlo Orsolini. Marco Ricci morì a Venezia il 21 gennaio 1730. La sua eredità artistica fu determinante per l’evoluzione del paesaggismo veneto del Settecento e influenzò pittori quali Canaletto, Francesco Guardi e Francesco Zuccarelli. La sua opera testimonia il passaggio verso una concezione moderna del paesaggio, non più semplice sfondo della rappresentazione, ma genere autonomo, capace di esprimere emozioni, atmosfere e una profonda interpretazione della natura. Esemplare in buone condizioni di conservazione e con rarissima stampa su carta azzurra.
43.2 × 29.5 cm; an exceedingly rare impression on blue paper. Plate no. 7 from the series of twenty landscapes published in Venice in 1730 by Carlo Orsolini. A small tear, without loss of paper, approximately at the centre of the print, where the two thickest branches of the tree that the boy is attempting to climb converge; skilfully and expertly restored at an early date with a small paper patch on the recto. A minute, insignificant spot on the left outer margin. Overall, a copy in good state of preservation. Marco Ricci was one of the most original exponents of Venetian landscape painting between the late seventeenth century and the opening decades of the eighteenth. A painter, draughtsman, stage designer and highly accomplished engraver, he made a decisive contribution to the development of eighteenth-century landscape art, devising a visual language in which the observation of nature was combined with poetic suggestion, architectural fantasy and a refined sensitivity to atmospheric effects. Born in Belluno on 5 June 1676, he was the nephew of the celebrated painter Sebastiano Ricci, under whom he probably received his artistic training. His relationship with his uncle proved fundamental to his career: the two collaborated on numerous occasions, particularly on compositions in which Marco frequently undertook the landscape backgrounds and architectural settings. His youth was marked by turbulent episodes that compelled him to leave Venice and take refuge for several years in Split, in Dalmatia. During this sojourn, he deepened his study of landscape painting, developing an interest that would become the defining characteristic of his artistic production. Upon returning to the Venetian artistic milieu, he encountered a variety of pictorial traditions, assimilating influences from Salvator Rosa, Northern European landscape painters and the Venetian school, with particular attention to the effects of light and the naturalistic rendering of scenery. Between 1708 and 1716, Ricci sojourned in England, where he worked for distinguished aristocratic patrons and designed stage scenery for the Queen’s Theatre in Haymarket, London, as well as decorations for prestigious residences such as Castle Howard. His English period enabled him to deepen his knowledge of Dutch and Flemish landscape painting, helping to consolidate a personal style distinguished by a free and expressive brushstroke, vibrant luminosity and a particular sensitivity to atmospheric variation. Upon his definitive return to Venice, Ricci continued collaborating with his uncle while pursuing landscape painting, theatrical scenography, drawing and engraving. His compositions encompass Mediterranean harbours, woodland scenes, rural landscapes, winter vistas and architectural capricci featuring classical ruins, in which naturalistic observation intertwines with imaginative invention.
2.000 euro
68) MEMENTO MORI MORTE INCISIONI BULINO SCUOLA FIAMMINGA DEATH ENGRAVINGS BURIN FLEMISH SCHOOL
Goltzius Hendrick, Saenredam Jan Pietersz, Nicolaus van Aelst for.,
“Fui, non sum: es, non eris” (o Death surprising a Young Man/La Morte e il giovane)
1600 circa
23×16,6 cm; memento mori al bulino della scuola incisoria manieristica con morte che sorprende un giovane. Sul terreno si notano teschi, ossa e un vaso rovesciato mentre sullo sfondo torreggiano piramidi ed architetture classiche. La stampa riporta al centro del cartiglio la scritta Nicolaus Van Aelst for. che identifica la stampa come tirata dal celebre editore fiammingo attivo a Roma nella seconda metà del cinquecento Nicolaus Van Aelst (1526 ca. – 1613). Van Aelst acquistò la lastra da Saenredam per poi darla alle stampa a Roma. Sotto al nome di Van Aelst si trova il cartiglio con lo scritto latino di Franco Estius e la scritta “Et nos floruimus viridante aetate tumentes, Nunc praeter saniem, putriaque ossa; nihil. Tu modo turgescens vernas crispante capillo, Mobile labetur tempus, erisque nihil. Corpus, quod comis, nihil est, fluitantibus annis, Tandem non etiam vile cadaver erit. Usque adeo nihil est; virtus manet una superstes, Huius come comas, huius amato decus.” (Anche noi fiorimmo, rigogliosi e prosperi nella verdeggiante giovinezza; ora, non siamo più nulla, se non marciume e ossa putrefatte. Tu che ora sei nel fiore degli anni, con i capelli ricciuti e giovanili, il tempo fuggevole trascorrerà e anche tu non sarai più nulla. Il corpo che tanto adorni non è nulla; con il passare degli anni, alla fine non sarà che un vile cadavere. A tal punto tutto è nulla: una sola cosa sopravvive, la virtù; fa’ di essa il tuo ornamento, ama in essa la tua bellezza.). Due piccolissimi forellini di tarlo vicino ai due angoli alti della stampa, ininfluenti e nel complesso, esemplare in buone condizioni di conservazione.
23 × 16.6 cm; a memento mori engraving executed with the burin, belonging to the Mannerist school of printmaking, depicting Death taking a young man by surprise. Skulls, bones and an overturned vessel are scattered across the ground, while pyramids and classical architectural structures rise prominently in the background.At the centre of the cartouche, the print bears the inscription “Nicolaus Van Aelst for.”, identifying the impression as one issued by the celebrated Flemish print publisher Nicolaus Van Aelst (c. 1526–1613), who was active in Rome during the second half of the sixteenth century. Van Aelst acquired the copperplate from Saenredam and subsequently published impressions from it in Rome. Beneath Van Aelst’s name appears a cartouche containing the Latin verses by Franco Estius, accompanied by the following inscription:”Et nos floruimus viridante aetate tumentes, Nunc praeter saniem, putriaque ossa; nihil. Tu modo turgescens vernas crispante capillo, Mobile labetur tempus, erisque nihil. Corpus, quod comis, nihil est, fluitantibus annis, Tandem non etiam vile cadaver erit. Usque adeo nihil est; virtus manet una superstes, Huius come comas, huius amato decus.” (“We too once flourished, vigorous and thriving in the verdant season of youth; now we are nothing but corruption and putrefying bones. You, who now swell with youthful vigour, your hair curling in the freshness of spring, shall see fleeting time slip away, and you too shall be nothing. The body you adorn is nothing; as the years flow by, it shall at last become no more than a wretched corpse. Such is the utter nothingness of all things: virtue alone remains to survive. Make it your adornment; cherish in it your true beauty.”) Two minute wormholes near the upper corners of the print, of no consequence. Overall, a copy in good state of preservation.
1.500 euro
69) INCISIONI DELLA BELLA REBUS FORTUNA GIOCHI DI PAROLE SENTENZE CURIOSITà ENGRAVINGS STEFANO DELLA BELLA REBUS FORTUNE WORDPLAY MAXIMS CURIOSITIES
Stefano Della Bella (Firenze, 1610 – 1664)
Rebus della Fortuna.
1639
28,3×20,8 c,m; una piccola mancanza di carta nel margine basso sinistro e per il resto bell’esemplare di una delle stampe più celebri del grande incisore fiorentino, Stefano della Bella (Firenze, 1610–1664)che fu uno dei più raffinati e originali incisori italiani del Seicento. Artista dalla straordinaria versatilità inventiva, capace di spaziare dalle scene di vita contemporanea ai paesaggi, dalle celebrazioni di corte alle composizioni ornamentali e ai soggetti di carattere ludico. La sua opera, composta da oltre mille incisioni, testimonia una curiosità intellettuale e una libertà espressiva che lo collocano fra i protagonisti della grafica europea del Barocco. Formatosi a Firenze nell’ambiente degli orafi e degli incisori, della Bella risentì inizialmente dell’influenza di Jacques Callot, sviluppando tuttavia un linguaggio autonomo, caratterizzato da un segno mobile, elegante e ricco di vivacità narrativa. Sotto il patrocinio dei Medici soggiornò a Roma fra il 1633 e il 1636 e successivamente a Parigi, dove visse dal 1639 al 1650, entrando in contatto con il vivace ambiente artistico francese e realizzando opere per importanti committenti. La sua produzione comprende anche stampe destinate al divertimento colto, nelle quali l’immagine si trasforma in un sofisticato gioco intellettuale. Fra queste composizioni spicca il celebre Rebus della Fortuna, acquaforte generalmente datata intorno al 1639, concepita come immagine per una ventola o un ventaglio. La stampa presenta una struttura decorativa di forma ovale, all’interno della quale figure, oggetti e lettere sono disposti su fasce orizzontali, secondo un sistema di enigmi figurati. L’osservatore è invitato a decifrare le immagini, ricomponendole in proverbi e sentenze morali dedicate alla Fortuna, tema centrale nella cultura europea del tempo. L’opera si colloca nella tradizione dei rebus figurati seicenteschi, nei quali l’ingegno dell’artista consiste nel tradurre espressioni verbali in una sequenza visiva di immediata suggestione, ma non sempre di facile interpretazione. La destinazione a un oggetto d’uso elegante, quale il ventaglio, unisce così la funzione decorativa al piacere dell’enigma, facendo della stampa un esempio significativo dell’intreccio fra cultura cortigiana, intrattenimento e tradizione proverbiale. Un soggetto affine è il Rebus dell’Amore, concepito come pendant e dedicato a un altro grande tema della cultura morale e sentimentale del Seicento. La stampa deve esser vista come una fascia di 6 rebus da risolvere che danno origine a celebri sentenze: 1) «Fortuna e dormi», Un’espressione enigmatica che richiama il rapporto fra sorte e inattività, evocando l’imprevedibilità degli eventi e l’impossibilità di governare interamente il proprio destino. 2. «Ogni uno balla a cui Fortuna suona» Ciascuno danza al suono della Fortuna, gli uomini si muovono e agiscono secondo le circostanze che la sorte impone loro. 3. «Chi ha la Fortuna ogni tantin di chiave, basti» Una massima che allude alla sufficienza di un piccolo favore della sorte, capace di aprire simbolicamente le porte del successo. 4. «Ognuno sa navicar quando fa sol e vento» Tutti sanno navigare quando il sole splende e il vento è favorevole; la vera capacità si misura invece nelle difficoltà e nelle avversità. 5. «Migliore è un’oncia di Fortuna che due libbre di sapere» Un proverbio che contrappone il valore della buona sorte al sapere umano, sottolineando come talvolta un solo piccolo vantaggio offerto dal caso possa superare una grande quantità di conoscenza. 6. «Più Fortuna che sen(n)o» La sentenza conclusiva afferma, con una punta d’ironia, la prevalenza della fortuna sul senno, ossia sulla saggezza e sulla capacità di giudizio. Le formulazioni possono presentare lievi varianti ortografiche nelle descrizioni catalografiche, ma queste sei frasi costituiscono la soluzione tradizionalmente riconosciuta del rebus. Nel loro insieme, le sei massime compongono una riflessione articolata sul ruolo della sorte nella vita umana. Della Bella non si limita a illustrare proverbi popolari, ma li trasforma in un dispositivo visivo che invita a riflettere sul rapporto fra merito, intelligenza, prudenza e casualità. La Fortuna appare come una forza capricciosa, capace di determinare il successo o il fallimento indipendentemente dalle qualità individuali. Rara.
28.3 × 20.8 cm; a small loss of paper at the lower left-hand margin; otherwise, a fine impression of one of the most celebrated prints by the great Florentine engraver Stefano della Bella (Florence, 1610–1664), one of the most refined and original Italian printmakers of the seventeenth century. An artist of extraordinary inventive versatility, he ranged from scenes of contemporary life to landscapes, from courtly celebrations to ornamental compositions and subjects intended for amusement. His oeuvre, comprising more than a thousand engravings, bears witness to an intellectual curiosity and expressive freedom that place him among the foremost exponents of Baroque printmaking in Europe. Trained in Florence in the milieu of goldsmiths and engravers, della Bella was initially influenced by Jacques Callot, yet developed an independent artistic language, distinguished by a fluid, elegant line and remarkable narrative vitality. Under the patronage of the Medici, he resided in Rome between 1633 and 1636 and subsequently in Paris, where he lived from 1639 to 1650, engaging with the vibrant French artistic milieu and producing works for distinguished patrons. His output also includes prints intended for sophisticated amusement, in which the image becomes an ingenious intellectual game. Among these compositions, the celebrated Rebus della Fortuna (Rebus of Fortune) stands out. This etching, generally dated to around 1639, was conceived as a design for a fan or fan-leaf. The print features an ornamental oval structure within which figures, objects and letters are arranged in horizontal bands, forming a sequence of pictorial riddles. The viewer is invited to decipher the images and reconstruct the proverbs and moral maxims devoted to Fortune, a central theme in contemporary European culture. The work belongs to the tradition of seventeenth-century pictorial rebuses, in which the artist’s ingenuity lies in translating verbal expressions into a visual sequence that is immediately evocative, yet not always readily decipherable. Its intended use as an elegant accessory, such as a fan, thus unites decorative purpose with the pleasure of intellectual enquiry, making the print a significant example of the interplay between courtly culture, entertainment and proverbial tradition. A related composition is the Rebus dell’Amore (Rebus of Love), conceived as a pendant and devoted to another major theme of seventeenth-century moral and sentimental culture. The print should be read as a sequence of six rebuses, each yielding a well-known proverbial maxim: 1. “Fortuna e dormi”, “Fortune, and sleep.” An enigmatic expression evoking the relationship between chance and inactivity, and suggesting the unpredictability of events and the impossibility of wholly governing one’s own destiny. 2. “Ogni uno balla a cui Fortuna suona”, “Everyone dances to the tune played by Fortune.” Human beings move and act according to the circumstances imposed upon them by fate. 3. “Chi ha la Fortuna ogni tantin di chiave, basti”, “Let him who has Fortune be content with the smallest key.” A maxim suggesting that even the slightest favour of Fortune may suffice to open the symbolic doors to success. 4. “Ognuno sa navicar quando fa sol e vento”, “Everyone knows how to sail when the sun shines and the wind is favourable.” True ability, however, reveals itself in adversity and under difficult circumstances. 5. “Migliore è un’oncia di Fortuna che due libbre di sapere”, “An ounce of Fortune is worth more than two pounds of learning.” This proverb contrasts good fortune with human knowledge, observing that a small advantage granted by chance may outweigh a considerable accumulation of wisdom. 6. “Più Fortuna che sen(n)o”, “More Fortune than judgement.” The concluding maxim ironically asserts the predominance of luck over senno, meaning sound judgement, prudence and wisdom. Minor orthographical variations may occur in different catalogue descriptions, but these six expressions constitute the traditionally accepted solutions to the rebus. Taken together, the six maxims offer a multifaceted meditation on the role of chance in human affairs. Della Bella does not merely illustrate popular proverbs; rather, he transforms them into a sophisticated visual device that invites reflection upon the relationship between merit, intelligence, prudence and happenstance. Fortune emerges as a capricious force, capable of determining success or failure irrespective of individual qualities. Rare.
1.000 euro
70) INCISIONI BRAMBILLA MILANO REBUS AMORE GIOCHI DI PAROLE SENTENZE CURIOSITà ETCHINGS MILAN REBUS LOVE WORD GAMES MAXIMS CURIOSITIES.
Ambrogio Brambilla,
Breve concetto d’un travagliato amante nele pene d’amore
Roma, circa 1575–1590
Acquaforte: 340 × 227 mm. Una rifilatura irregolare in prossimità della linea d’inquadramento. Il foglio mostra inoltre tracce di piegatura, una piega orizzontale centrale con alcuni interventi di riparazione e piccole abrasioni sul verso, anch’esse restaurate. Lungo il margine destro posteriore è presente una striscia di carta, probabilmente riconducibile a una precedente legatura. Si segnalano infine difetti minori. A parte gli abili restauri la rara tavola si presenta in buone condizioni di conservazione. Il “Breve concetto d’un travagliato amante nele pene d’amore” è una rara stampa a carattere allegorico e ludico, nella quale Ambrogio Brambilla affida al linguaggio figurativo la rappresentazione delle inquietudini amorose. L’opera appartiene alla tradizione rinascimentale dei rebus illustrati, forme d’intrattenimento colto nelle quali immagini, segni e parole concorrono alla costruzione di un messaggio da decifrare. Il foglio si distingue per l’integrazione fra invenzione grafica, composizione ornamentale e componimento poetico, secondo una sensibilità tipica della cultura tardo-cinquecentesca, particolarmente incline a combinare ingegno, allegoria e piacere dell’interpretazione. La stampa, databile fra il 1575 e il 1590, presenta il titolo disposto lungo il margine superiore. Nella parte inferiore, due amorini sorreggono un cartiglio a nastro srotolato, entro il quale è riportata la soluzione dell’enigma: quattro righe di versi organizzate su due colonne. Questa struttura conferisce alla composizione una duplice natura, figurativa e letteraria: l’immagine propone un percorso di lettura, mentre il testo ne esplicita il significato, trasformando la decifrazione in parte integrante dell’esperienza estetica. La presenza degli amorini, tradizionali personificazioni delle forze e degli effetti dell’amore, contribuisce a definire il tono dell’opera, sospeso fra arguzia, sentimento e riflessione sulle tribolazioni amorose. Ambrogio Brambilla, artista milanese documentato a Roma fra il 1579 e il 1599, fu incisore e cartografo, attivo in un periodo di notevole sviluppo del mercato delle stampe nella capitale pontificia. Le notizie biografiche sono frammentarie e non consentono di stabilire con certezza né la data di nascita né quella della morte. La sua formazione iniziale si colloca nell’ambiente lombardo: Brambilla frequentò infatti l’Accademia milanese della Val di Bregn, associazione letteraria i cui membri si dedicavano anche alla composizione di versi dialettali di tono satirico. In questo contesto si cimentò nella poesia in dialetto, utilizzando lo pseudonimo di Or Compà Borgnin. La sua attività letteraria testimonia un interesse per l’invenzione verbale che trova un riscontro significativo anche nelle stampe concepite come giochi visivi e rebus. Il suo trasferimento a Roma non è precisamente databile, ma la presenza dell’artista nella Congregazione dei Virtuosi al Pantheon è attestata già nel 1579. Nella città pontificia Brambilla si inserì nel vivace ambiente della produzione e del commercio delle immagini, sviluppatosi intorno alle botteghe di editori e stampatori specializzati nella diffusione di vedute, monumenti, carte geografiche e soggetti devozionali o celebrativi. La sua attività grafica comprende importanti rappresentazioni dell’architettura antica e moderna di Roma, fra cui vedute del Belvedere vaticano, ricostruzioni di monumenti dell’antichità e immagini di eventi pubblici. Particolarmente nota è la rappresentazione della Girandola di Castel Sant’Angelo, datata 1579. Brambilla realizzò inoltre serie di ritratti di imperatori romani e pontefici, nonché piante della città che costituiscono testimonianze significative della cartografia urbana cinquecentesca. Le sue opere circolarono attraverso editori quali Claudio Duchetti e Nicola van Aelst, figure importanti nella diffusione internazionale della grafica romana (da voce su Brambilla Ambrogio, di Clelia Alberici Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 13, 1971). Accanto a queste imprese di carattere topografico e antiquario, Brambilla si dedicò a soggetti popolari, scene di costume e composizioni nelle quali l’invenzione assume un ruolo centrale. È proprio in questa varietà di interessi che si colloca il Breve concetto d’un travagliato amante: un’opera che, pur appartenendo a un genere apparentemente minore, rivela la capacità dell’artista di rivolgersi a un pubblico interessato tanto alla cultura figurativa quanto agli esercizi d’intelligenza e alle curiosità letterarie. L’esemplare è un’acquaforte su carta vergellata, con filigrana descritta come una losanga contenente una stella a sei punte, inscritta in un cerchio singolo. La filigrana è stata messa in relazione con i repertori di Woodward, nn. 294–296, riferiti a carte romane del periodo 1555–1570. Il Breve concetto d’un travagliato amante nele pene d’amore documenta un aspetto meno noto, ma significativo, dell’attività di Ambrogio Brambilla. Accanto alle celebri vedute romane e alle opere cartografiche, questa stampa testimonia la diffusione di una cultura visiva nella quale il divertimento intellettuale, la poesia e l’immagine erano strettamente connessi. Molto rara.
Etching: 340 × 227 mm. The sheet has been irregularly trimmed close to the platemark. It also exhibits traces of folding, a central horizontal crease with several repairs, and small abrasions on the verso, likewise restored. Along the right-hand edge of the verso is a strip of paper, probably associated with a former binding. Minor defects are also present. Notwithstanding these skilful restorations, this rare plate remains in good condition. The Breve concetto d’un travagliato amante nele pene d’amore is a rare allegorical and playful print in which Ambrogio Brambilla employs the language of images to convey the torments and anxieties of love. The work belongs to the Renaissance tradition of illustrated rebuses, a form of cultivated amusement in which images, signs and words combine to create a message awaiting interpretation. The sheet is distinguished by the interplay between graphic invention, ornamental composition and poetic expression, reflecting the sensibility of the late sixteenth century, with its particular predilection for combining ingenuity, allegory and the pleasures of intellectual interpretation. The print, datable to between 1575 and 1590, bears its title along the upper margin. At the bottom, two putti hold aloft an unfurled ribbon cartouche containing the solution to the enigma: four lines of verse arranged in two columns. This arrangement lends the composition a dual character, both visual and literary. The image establishes a path of interpretation, while the accompanying text elucidates its meaning, making the act of decipherment an integral part of the aesthetic experience. The presence of the putti, traditional personifications of the powers and effects of love, helps establish the tone of the work, poised between wit, sentiment and reflection upon the tribulations of amorous passion. Ambrogio Brambilla, a Milanese artist documented in Rome between 1579 and 1599, was an engraver and cartographer active during a period of considerable expansion in the market for prints in the papal capital. Biographical information remains fragmentary, and neither his birth nor his death can be established with certainty. His early formation took place within the Lombard cultural milieu: Brambilla was associated with the Accademia milanese della Val di Bregn, a literary circle whose members also composed satirical verses in the Milanese dialect. Within this environment, he himself experimented with dialect poetry, adopting the pseudonym Or Compà Borgnin. His literary pursuits reveal an interest in verbal invention that finds a significant parallel in his prints conceived as visual puzzles and rebuses. The date of his relocation to Rome is uncertain, although his membership of the Congregation of the Virtuosi al Pantheon is documented as early as 1579. In the papal city, Brambilla became involved in the thriving production and commercial circulation of printed images, fostered by publishers and printmakers specialising in views, monuments, maps and devotional or commemorative subjects. His graphic output includes important representations of ancient and contemporary Roman architecture, among them views of the Vatican Belvedere, reconstructions of classical monuments and depictions of public events. Particularly noteworthy is his representation of the Girandola at Castel Sant’Angelo, dated 1579. Brambilla also produced series of portraits of Roman emperors and pontiffs, as well as plans of the city that constitute significant documents of sixteenth-century urban cartography. His prints were distributed through publishers such as Claudio Duchetti and Nicola van Aelst, both important figures in the international dissemination of Roman printmaking (Clelia Alberici, “Brambilla, Ambrogio”, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 13, 1971). Alongside these topographical and antiquarian undertakings, Brambilla explored popular subjects, scenes of contemporary life and compositions in which inventive conceits played a central role. It is within this diverse artistic practice that the Breve concetto d’un travagliato amante must be situated. Although belonging to a genre that might at first appear marginal, the print demonstrates the artist’s ability to appeal to an audience interested not only in pictorial culture but also in intellectual diversions and literary curiosities. The present impression is an etching on laid paper bearing a watermark described as a lozenge containing a six-pointed star within a single circle. This watermark has been associated with Woodward, nos. 294–296, concerning Roman papers dating from 1555 to 1570. The Breve concetto d’un travagliato amante nele pene d’amore thus documents a lesser-known yet significant aspect of Ambrogio Brambilla’s artistic activity. Alongside his celebrated Roman views and cartographic works, this print bears witness to a visual culture in which intellectual amusement, poetry and imagery were closely intertwined. A very rare print.
2.000 euro
71) INCISIONI ACQUAFORTE PRIME TIRATURE PAVIA GUNDEBERGA EROINE FEMMINILI ETCHINGS FIRST IMPRESSIONS PAVIA GUNDEBERGA FEMALE HEROES
Bonacina Cesare Agostino,
Episodio della cita della Regina Gondiberga,
Pavia, 1653-1654
36×26,5 cm il foglio; esemplare in ottime condizioni di conservazione. Cesare Agostino Bonacina fu un artista attivo principalmente tra Milano e Torino. Nato presumibilmente attorno al 1633-1634, Bonacina ha saputo distinguersi per un’intensa operosità che lo ha portato a collaborare con diverse committenze, tra cui figure ecclesiastiche di rilievo impegnate in progetti di valorizzazione storiografica e monumentale. La sua formazione e la sua carriera si inseriscono nel dinamico contesto artistico del periodo, segnato da scambi fecondi tra i centri di potere del Nord Italia, dove l’arte della stampa non fungeva solo da mezzo estetico, ma da fondamentale veicolo di trasmissione culturale, dotta e celebrativa. Una delle testimonianze più significative del suo lavoro, databile a metà del XVII secolo, precisamente tra il 1653 e il 1654, è l’incisione raffigurante un Episodio della vita della Regina Gundeberga. Quest’opera fu commissionata nell’ambito di un ambizioso progetto editoriale, purtroppo rimasto allo stadio di manoscritto e mai dato alle stampe, dedicato alla storia della chiesa di San Giovanni Domnarum di Pavia, città cui il prevosto promotore dell’opera, il Ballada, intendeva tributare un omaggio illustrato. All’interno di questa serie di tavole incise, che miravano a documentare la ricchezza del patrimonio pavese, l’episodio dedicato alla sovrana longobarda riveste un ruolo di primo piano, ponendosi come una raffinata ricostruzione. La protagonista dell’immagine, Gundeberga (o Gundeperga), fu una delle figure femminili più rilevanti della storia altomedievale. Figlia di Agilulfo e della celebre regina Teodolinda, Gundeberga incarnò, attraverso le sue unioni matrimoniali con i re Arioaldo e Rotari, la continuità della stirpe reale longobarda durante la prima metà del VII secolo. La sua vicenda biografica, tramandata con sfumature drammatiche dalle fonti, in particolare dal cronista Fredegario, è avvolta da un’aura di mistero e sofferenza. Accusata ingiustamente di complotto contro il sovrano, Gundeberga subì la privazione della libertà, venendo rinchiusa in una torre o in condizioni di prigionia che la tradizione ha spesso riletto in chiave agiografica o romanzesca. L’interpretazione di Bonacina non è da intendersi come una cronaca documentaria in senso moderno, bensì come una rievocazione carica di pathos che rispondeva al gusto barocco per il racconto edificante. Il seicentesco incisore, lavorando su direttive che miravano a nobilitare il passato di Pavia, scelse di trasporre visivamente il momento di solitudine e prova della regina, trasformando il dato storico in un’immagine densa di significato morale. La capacità di Bonacina di rendere, attraverso il segno del bulino, l’atmosfera austera e al contempo tragica di tale episodio, sottolinea come la sua produzione fosse intesa a creare una connessione tangibile tra le glorie del passato longobardo e la riscoperta, in età barocca, delle radici identitarie delle città lombarde. Il mancato compimento del volume dedicato a San Giovanni Domnarum conferisce oggi a questa singola stampa un valore ancora maggiore. Esemplare raro ed in ottime condizioni di conservazione.
36 × 26.5 cm; an impression in excellent condition. Cesare Agostino Bonacina was an artist active chiefly in Milan and Turin. Presumed to have been born around 1633–34, he distinguished himself through his prolific output and collaborations with a range of patrons, among them prominent ecclesiastics engaged in projects devoted to historical scholarship and the commemoration of monuments. His training and career belong to the vibrant artistic milieu of the period, shaped by fruitful exchanges among the centres of power in northern Italy. There, printmaking served not merely as an aesthetic medium, but also as a vital vehicle for the transmission of learned and celebratory culture. Among the most significant examples of Bonacina’s work is an engraving dating from the middle of the seventeenth century, specifically 1653–54, depicting an episode from the life of Queen Gundeberga. The print was commissioned as part of an ambitious publishing project on the history of the church of San Giovanni Domnarum in Pavia. The project, promoted by its provost, Ballada, was intended as an illustrated tribute to the city, but regrettably remained in manuscript and was never published. Within the series of engravings conceived to record the richness of Pavia’s heritage, the episode devoted to the Lombard queen occupies a prominent place, offering a finely wrought historical reconstruction. The subject, Gundeberga (or Gundeperga), was one of the most notable women of the early Middle Ages. Daughter of Agilulf and the celebrated Queen Theodelinda, she embodied the continuity of the Lombard royal dynasty in the first half of the seventh century through her marriages to the kings Arioald and Rothari. Her life, recounted in dramatic terms by contemporary sources, especially the chronicler Fredegar, is shrouded in an atmosphere of mystery and suffering. Falsely accused of conspiring against the sovereign, Gundeberga was deprived of her liberty and confined in a tower, or otherwise held captive; later tradition often recast her ordeal in hagiographic or romantic terms. Bonacina’s interpretation should not be understood as documentary history in the modern sense, but rather as a pathos-laden evocation suited to the Baroque taste for edifying narrative. Working to a brief intended to ennoble Pavia’s past, the seventeenth-century engraver chose to depict the queen in a moment of isolation and trial, transforming historical material into an image imbued with moral significance. Bonacina’s ability to convey, through the burin’s delicate strokes, the austere yet tragic atmosphere of the episode illustrates how his work sought to forge a tangible connection between the glories of the Lombard past and the Baroque-era rediscovery of the distinctive heritage of Lombardy’s cities. The unrealised volume on San Giovanni Domnarum lends this individual print even greater significance today. A rare impression in excellent condition.
400 euro
72) STAMPE FESTA DELLA PORCHETTA APPARATI SCENOGRAFICI FESTE GASTRONOMIA PORCHETTA FESTIVAL PRINTS SCENOGRAPHIC DECORATIONS FOR GASTRONOMIC EVENTS
Due stampe dedicate alla celebre Festa della Porchetta di Bologna.
Anonimo,
2 apparati scenografici per la Festa della Porchetta in Bologna. Prima con apparato scenografico con personaggi a cavallo e a piedi, la seconda con il poeta greco Arione salvato da un Delfino, barche e trampolieri.
1750 circa
Acquaforte. mm 400×520 e 49,8×38 cm: In basso a sinistra il monogramma “S:B:F” nella prima stampa. Esemplare rifilato alla linea d’inquadramento. Difetti. Nella seconda stampa la scritta “LIBERTA” al contrario sotto i trampolieri. Esemplare rifilato alla linea d’inquadramento. Per il resto le due stampe si presentano in buone condizioni di conservazione. La prima stampa riporta le iniziali dell’autore anche se non è stato possibile risalire all’artista. La seconda stampa proviene da “L’anniversaria popolar festa di Bologna avutasi il presente anno M.DCC.LI. di XXIV d’agosto, CM Sassi, in Bologna, 1751”. Tra le tradizioni più affascinanti e durature della storia bolognese spicca senza dubbio la “Festa della Porchetta”. Non si trattava di una semplice sagra popolare, bensì di un evento rituale di straordinaria rilevanza civica e religiosa che ha scandito la vita della città per oltre cinque secoli, celebrandosi puntualmente ogni 24 agosto, giorno di San Bartolomeo, dalla metà del XIII secolo fino al 1796. L’origine della festa affonda le radici nella necessità del Comune di Bologna di affermare la propria identità e il proprio potere attraverso il controllo delle attività produttive e mercantili. La celebrazione non era dedicata esclusivamente al consumo del maiale, sebbene la porchetta ne costituisse il fulcro simbolico e gastronomico, ma era un complesso cerimoniale che univa devozione, spettacolo e propaganda politica. Il cuore dell’evento si svolgeva in Strada Maggiore, nei pressi del tempio di San Bartolomeo, dove veniva allestita una struttura scenografica di grande impatto visivo. Il rituale prevedeva un solenne corteo che attraversava le vie della città, con il coinvolgimento delle autorità cittadine, delle corporazioni delle arti e dei mestieri e della cittadinanza intera. La porchetta, esibita con fasto e talvolta ornata, diventava il trofeo di un palio o di giochi che si tenevano in onore della ricorrenza. L’evento fungeva da momento di coesione sociale, durante il quale venivano distribuite carni e vino al popolo, creando un legame tangibile tra il governo cittadino e i sudditi, in un’atmosfera di condivisione che mescolava sacro e profano. Con il passare dei secoli, la festa divenne un appuntamento mondano di grande richiamo, capace di attrarre visitatori da tutta la regione, documentato in numerose relazioni, disegni e stampe dell’epoca che ne testimoniano la ricchezza iconografico. La sua importanza non era solo celebrativa, ma anche economica: rappresentava una vetrina per le eccellenze del territorio e un modo per ribadire la ricchezza e l’autonomia di Bologna. La parabola della Festa della Porchetta si concluse bruscamente nel 1796, con l’arrivo delle truppe francesi napoleoniche che, portando con sé nuove istanze rivoluzionarie e una diversa organizzazione sociale, decretarono la fine di un’epoca. Nonostante la sua scomparsa, essa rimane un capitolo fondamentale per comprendere l’evoluzione delle tradizioni bolognesi, un simbolo di quel passato dove la cultura del cibo e il cerimoniale pubblico si fondevano in un unico, vitale atto di orgoglio cittadino. Oggi, il ricordo di questa festa sopravvive negli archivi e negli studi storici, che continuano a indagare il significato profondo di un rituale che per secoli ha definito il volto della città.
Etching. 400 × 520 mm and 49.8 × 38 cm. In the first print, the monogram “S:B:F” appears at lower left. The impression has been trimmed to the platemark. Defects. In the second print, the inscription “LIBERTA” appears in reverse beneath the stilt-walkers. The impression has been trimmed to the platemark. Otherwise, both prints are in good condition. The first print bears the author’s initials, although the artist has not been identified. The second print comes from L’anniversaria popolar festa di Bologna avutasi il presente anno M.DCC.LI. di XXIV d’agosto (C. M. Sassi, Bologna, 1751). Among the most captivating and enduring traditions in Bolognese history is undoubtedly the “Festa della Porchetta” (Porchetta Festival). Far more than a popular fair, it was a civic and religious observance of considerable importance, held every year on 24 August, the feast of Saint Bartholomew. It shaped the city’s life for more than five centuries, from the mid-thirteenth century until 1796. The festival’s origins are closely connected with the Commune of Bologna’s efforts to assert its identity and authority by regulating productive and commercial activities. Although roast pork formed the celebration’s symbolic and culinary centrepiece, the occasion was not simply about eating pork. It was an elaborate ceremony combining religious devotion, public spectacle and political display. The main events took place in Strada Maggiore, near the church of San Bartolomeo, where an imposing scenic structure was erected. The proceedings included a solemn procession through the city streets, involving civic officials, the guilds of arts and trades, and the wider populace. Displayed with great splendour and sometimes elaborately adorned, the porchetta became the prize in a palio or in games held in honour of the feast. The event also fostered social cohesion: meat and wine were distributed among the people, strengthening the visible bond between the city government and its inhabitants in a communal atmosphere where sacred and secular elements intermingled. Over the centuries, the festival developed into a major public occasion, attracting visitors from across the region. Its splendour is recorded in contemporary accounts, drawings and prints, which preserve a rich visual record of the celebrations. The festival was significant not only as a civic commemoration but also in economic terms: it showcased the region’s produce and affirmed Bologna’s prosperity and autonomy. The Festa della Porchetta came to an abrupt end in 1796, with the arrival of French troops under Napoleon. New revolutionary ideals and a transformed social order brought an age-old tradition to a close. Though the festival has vanished, it remains an important chapter in the history of Bolognese customs, a vivid reminder of a time when food culture and public ceremony merged in a powerful expression of civic pride. Its memory endures in archives and historical scholarship, where researchers continue to explore the significance of a ritual that shaped the city’s identity for centuries.
1.600 euro (o 800 l’una)

























































































































































































































































































































